Giovedì 06 Agosto 2020 | 09:20

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NOVELLE CONTRO LA PAURA
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NOVELLE CONTRO LA PAURA
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Novelle contro la paura
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NOVELLE CONTRO LA PAURA
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NOVELLE CONTRO LA PAURA
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NOVELLE CONTRO LA PAURA
Qui a Bari vecchia pellegrini dell’anima

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NOVELLE CONTRO LA PAURA
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Il Biancorosso

serie c
Bari, quanta folla agli arrivi: centrocampo da ridisegnare

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Novelle contro la paura

Quel tremendo 10 giugno di guerra

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Il 10 giugno è una data da ricordare sempre. Non è solo il giorno dedicato alla nostra Marina Militare che festeggia l’anniversario dell’impresa di Luigi Rizzo a Premuda nell’ormai lontano 1918. È la ricorrenza, funestamente più drammatica, in cui l’Italia dichiarò guerra alla Francia e al Regno Unito il 1940.

Quest’anno, ricorrendo l’ottantesimo anniversario di quel tragico 10 giugno, l’opportunità di ricordare i primi giorni di guerra così tragicamente vissuti dai nostri genitori o dai nostri nonni è ancora più necessaria affinché non si perdano le tracce sin troppo recenti di quei momenti drammatici che rappresentano pur sempre una parte rilevante della nostra storia.

Da quel fatidico giorno la popolazione italiana subì per cinque lunghi anni la violenza di un conflitto che non avrebbe voluto ma al quale, spinta dai condizionamenti martellanti di un regime bellicistico, aderì con non poco slancio. Conosciamo molti eventi drammatici accaduti nella nostra città durante i cinque anni di guerra: l’eccidio del 28 luglio, il bombardamento del 2 dicembre, l’esplosione della Charles Henderson, tutti episodi ricordati dai più anziani e riproposti con dovizia di particolari nelle annuali commemorazioni, che la città puntualmente rievoca. Sono state invece celate negli animi di coloro che vissero quei terribili momenti, le ansie, le privazioni quotidiane e le tragedie, sopportate con indicibile sofferenza a partire da quel 10 giugno, con un diffuso desiderio di dimenticare quei drammatici lunghi anni caratterizzati da sacrifici di ogni genere.

In realtà, la storia di quei drammatici cinque anni di guerra e dei momenti altrettanto angosciosi che la precedettero, scritta dai protagonisti nei loro atti quotidiani e gelosamente conservata in documenti che i nostri archivi cittadini custodiscono con estrema cura, narrano di una quotidianità incerta condizionata da proclami e da manifesti del regime che, osservati con gli occhi dell’oggi, ci appaiono lontani nel tempo nonostante siano trascorsi soltanto otto decenni.

A Bari, il 10 giugno era un lunedì. Attraverso la radio e gli altoparlanti della milizia era stato preannunciato che Mussolini avrebbe tenuto un discorso molto importante per cui la popolazione doveva recarsi in piazza dell’Impero (Prefettura) per ascoltare la voce del Duce. Infatti, quella sera la piazza era gremitissima; sul balcone del palazzo del governo erano presenti le alte gerarchie provinciali del regime, il prefetto Viola e il federale Costantino. Appena si sentì la voce di Mussolini che annunciava l’entrata in guerra dell’Italia, un uragano di applausi si levò dalla folla. I baresi erano tutti eccitati. Ma a partire dal giorno successivo a quelle scene di fatuo consenso, dalla medesima prefettura barese iniziarono ad essere emanate le prime restrizioni con l’avvio delle settimane autarchiche, dall’oscuramento alla riduzione della quota di zucchero, dalla sospensione della vendita del caffè alla raccolta del rame e dei metalli, per giungere, più oltre, alla carne, al pane che nel corso del conflitto si ridusse ad una razione giornaliera di soli 150 grammi.

Fu avviata la raccolta dei metalli necessari alle industrie belliche: quella del rame, della lana e di tutto ciò che risultasse superfluo per la popolazione. Persino le campane di bronzo delle chiese di tutta la provincia, alcune antichissime alle quali la gente era particolarmente legata, furono censite dalla curia barese per essere avviate alla fusione. Si sarebbero trasformate di lì a poco in guarnizioni di bossoli, proiettili ed altro. Tutto ciò, nonostante il prefetto fascista Viola comunicasse le sue perplessità al ministero dell’interno sui problemi ancora irrisolti vissuti da una città che aveva un altissimo quoziente di natalità (oltre il 30%) cui faceva riscontro la più alta mortalità infantile (nel quinquennio ‘34 – ‘39 dal 44% al 38%). «La vecchia Bari – narra una relazione recentemente ritrovata nelle carte d’archivio - con una popolazione di oltre 30 mila abitanti, presenta condizioni di vita le più antigieniche: vie strettissime, prive di aria e di sole, mal pavimentate; tuguri formati in massima parte da un solo vano terreno ove si addensano famiglie numerose, talvolta fino a 10 – 12 componenti; mancanza di una rete di fognatura e di acqua. L’insufficienza delle abitazioni costringe i piccoli a trascorrere le loro giornate in mezzo alle strade, esposti a tutti i pericoli. Ma il fenomeno non si limita alla Bari vecchia. Anche qualche rione periferico della nuova città, densissimo di popolazione, difetta di case igieniche e di fognatura, come ne difettano anche tutte le frazioni. Ed in queste zone appunto gli indici dei decessi danno il maggior numero di mortalità infantile».

Questo deplorevole stato in cui versavano la città antica e le periferie faceva da contrappunto al maestoso lungomare con gl’imponenti palazzi e le numerose caserme che vi si affacciano tuttora e che il regime aveva voluto per dichiarare Bari quale «anello di congiunzione tra l’Occidente e l’Oriente: strumento della pacifica espansione italiana nel Mediterraneo orientale ed oltre». Tutto ciò, a partire dal 10 giugno, di pacifico avrebbe avuto ben poco mentre i giardini della città venivano trasformati in orti: quelli di piazza Roma, piazza Umberto, Garibaldi, Cesare Battisti e Carbonara erano coltivati a ricino; le aiuole del Petruzzelli a cime di rapa mentre quelli del Piccinni a cavolfiore. I giardini Isabella d’Aragona, castello svevo, imperatore Augusto e Capitaneo di Palese erano coltivati a patate mentre tutti gli altri a girasole.
Grandi lavori erano in corso, già da diverso tempo, per la realizzazione dei rifugi antiaerei. La città andava trasformandosi in un enorme bunker. Sino al termine del conflitto si costruirono oltre seicento ricoveri tra pubblici, collettivi, tubolari, casalinghi normali e di circostanza che potevano essere alla prova (antibomba), anticrollo e antischegge.

In molti giardini pubblici furono costruiti 1200 metri di trincee coperte, che risultarono scarsamente affollate durante gli allarmi aerei. Molti ricoveri collettivi antiaerei furono predisposti nelle scuole: Giulio Cesare, di Crollalanza, istituto nautico oltre alle scuole elementari Corridoni, Garibaldi e Mussolini e finanche gli asili infantili di Vittorio Veneto (chiesa russa) e Diomede Fresa.
Ma un altro aspetto del tutto nuovo e sconcertante doveva interessare gli istituti scolastici della città di Bari come della provincia. Tutti dovettero accogliere ed accasermare migliaia di soldati appartenenti alle numerose divisioni del regio esercito che di lì a poco sarebbero stati trasferiti con decine e decine di navi mercantili in attesa nel porto barese sul fronte greco-albanese per la sciagurata impresa di aggressione alla Grecia. Molte scuole come il Balilla, la Carlo del Prete lo stesso Giulio Cesare furono trasformati in ospedali militari sussidiari. Avrebbero accolto di lì a poco migliaia di feriti, ammalati e congelati provenienti dagli aspri monti della Grecia e dell’Albania. Le scuole, considerate luoghi di formazione delle future generazioni del domani, finirono con il diventare luoghi ove scolari e studenti, attoniti e impressionati di fronte a tanto dolore, condividevano i disagi e le sofferenze di quei soldati sfortunati che rientravano portando indosso le ferite, le malattie e le mutilazioni del conflitto.

Ma di lì a poco i primi bombardamenti ad opera della RAF avrebbero fatto sentire il loro terribile effetto direttamente sulla popolazione. Dal 13 al 22 novembre 1940 la città subì ben sei incursioni aeree che causarono vittime tra la popolazione e molti danni agli impianti industriali della città. Quelli più gravi e di cui ci si ricorda annualmente, arriveranno molto più tardi, con l’occupazione alleata, dopo l’Armistizio.

Sul fronte del porto, zeppo di navi – nei primi giorni del conflitto se ne contarono, tra piccole e grandi, mercantili e militari, circa cinquanta – fervevano i preparativi per l’imbarco di migliaia di soldati, armi, munizioni, masserizie di ogni tipo e soprattutto quadrupedi che dal “parco Albania” di via Napoli – oggi sede del reggimento logistico Pinerolo – tramite ferrovia giungevano al porto a bordo delle navi. Nella sola giornata del 10 giugno 1940 s’imbarcarono sulle navi Marco Polo, Città di Genova, Tunisi, Victoria e Neptunia 6.070 soldati tra ufficiali, sottufficiali e militari di truppa oltre a 1077 operai diretti in Albania.

Tra le molte navi mercantili e militari attraccate alle banchine del grande porto, spiccavano alcune, tutte bianche e con una croce rossa dipinta sulle loro murate. Erano le navi ospedale: la Gradisca, la Po, la California, l’Aquileia, che con la loro livrea tutta bianca si distinguevano inconfondibilmente dalle altre. Poco dopo, per uno strano gioco delle parti, quelle navi avrebbero ricondotto a Bari dal fronte greco-albanese un carico doloroso costituito da ben 31.277 feriti, ammalati e congelati, oltre alle migliaia di Caduti che, ironia della sorte, la città avrebbe poi custodito e onorato in quel sacrario che è uno dei luoghi della memoria ancor oggi più venerati dell’Italia democratica e repubblicana.

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