Giovedì 06 Agosto 2020 | 09:05

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E la meteora Pastore si dissolse da Bari

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Segue dalla puntata di ieri - Com’è possibile che in tanti anni di ricerche in archivi, biblioteche e collezioni private, la figura del fotografo Vincenzo Pastore non sia mai emersa? Come può essere successo che uno stabilimento fotografico di tale portata, in cento anni sia diventato «invisibile»? Eppure i ritagli di giornale che Fabiana mi mostra, sono inequivocabili. I diari di donna Elvira sui quali ci sono i trafiletti dei giornale e gli appunti, ci raccontano tutto questo. Faccio un tiro profondo alla sigaretta. E quelle foto? Guarda, mi dice, è l’atelier di Pastore a Bari! Non credo ai miei occhi, è assurdo, dopo tanti anni questa piccola grande storia sta riemergendo al tavolino di un bar di via Argiro.

Sfoglio i diari scritti da Elvira. Ci sono pure diversi trafiletti ritagliati dal Corriere delle Puglie, incollati su alcune pagine; il quotidiano torna sull’evento anche il 17, il 19, il 21, il 24 novembre 1914. E poi continua ancora a dicembre ed a gennaio. Mentre Fabiana assapora l’espressino, io resto colpito da ciò che leggo sul Corriere del 1° dicembre: (…) da qualche giorno, all’ingresso del grandioso stabilimento, si nota con simpatia un elegantissimo giovanotto moro, venuto a Bari dalla Casa Madre della ditta Pastore, ove era addetto a San Paolo nel Brasile.»

Mi tornano in mente le parole di Annamaria Antonelli, discendente di Angelo, dei Fratelli Antonelli fotografi, che anni addietro mi chiamò per commentare insieme l’articolo che avevo scritto su La Gazzetta del Mezzogiorno in merito alla partenza del fotografo Enrico Bambocci per gli Stati Uniti. Avevo scritto che non era mai più tornato in Italia, e in effetti così emergeva dai dati, mentre Annamaria ricordava che in famiglia si narrasse che per un breve periodo, verso il 1915, Bambocci avesse riaperto l’atelier a Bari e che un uomo di colore fuori l’atelier invitava la gente ad entrare. Ora tutto quadra, non si trattava di Enrico Bambocci, ma di Vincenzo Pastore!

Fabiana ed io continuiamo a sfogliare i diari di Elvira; questa storia per lei vale una tesi di dottorato, per me invece è un importante tassello che va messo nella giusta casella. Mi dice che deve consultare libri, andare in Archivio di Stato e in Biblioteca Nazionale, ma quando le faccio presente che quasi tutto quello che cerca ce l’ho io, accetta il mio invito e ci spostiamo a casa mia. Mentre lei sfoglia le carte delle mie ricerche e fotografa pagine di libri e fotografie che le sottopongo, continua a raccontare con dovizia di particolari.
Pastore nei mesi successivi furoreggia a Bari, i giornali continuano a parlare della Fotografia Italo-Americana e dei suoi successi, della gente che accorre pure dalla provincia per farsi fotografare nello stabilimento fotografico più rinomato di Puglia.

L’On. Antonio De Tullio scrive al Pastore mostrandogli tutta la sua stima e la riconoscenza per il suo «magnifico patriottico gesto» del rientrare in Italia per servire con la sua arte il Paese natìo; l’Arcivescovo di Bari Giulio Vaccaro, benedicendo la famiglia Pastore, si augura di «venire presto a sperimentare personalmente la grande macchina fotografica della quale ha avuto più lusinghiere relazioni».

L’atelier spesso resta aperto fino a tardi, la gente vuole essere immortalata dall’artista che, dicono le cronache, riesce sempre ad ottenere delle pose che soddisfino la clientela. E le cronache narrano pure che l’obiettivo della grande macchina fotografica di Pastore, spunta da dietro un grande specchio, cosicché mentre la persona ritratta si guarda ed assume la posa che più gli aggrada, il fotografo resta nascosto dietro lo specchio, pronto a scattare per cogliere l’attimo fuggente.
Ma allora, se, come sembra, lo stabilimento fotografico Pastore era il più grande, il più bello, il più ambìto, come mai non se n’è più parlato? Com’è possibile che si sia letteralmente dissolto?
Fabiana alza la testa e sorride di un sorriso amaro «Perché la famiglia Pastore al completo, dopo appena un anno, il 9 dicembre 1915, rocambolescamente ha preso la nave che l’avrebbe definitivamente portata a San Paolo».

Il motivo? La guerra. Già, l’Italia nel maggio di quell’anno entra ufficialmente in guerra, ma in realtà già da tempo anche qui in Puglia alcuni episodi lasciano presagire quello che poi è successo, come il 25 dicembre del 1914, con l’occupazione di Valona da parte di un contingente di marinai italiani sbarcati con la scusa di proteggere le autorità locali preoccupate da voci di «movimenti non definiti, ma intenti a scalzare ogni autorità»; in realtà invece più interessato a marcare il territorio albanese per evitare che a qualche Stato a noi avverso potesse venire il desiderio di affacciarsi alla finestra di fronte. E poi le mine, quelle maledette mine che nell’Adriatico coinvolgono i nostri pescherecci. Quanti ne abbiamo persi così? Davanti alle coste di Bisceglie e Giovinazzo a nord di Bari, poi al largo di Torre a Mare, Mola e Monopoli a sud: diversi dragamine tutti i giorni si affannano nella ricerca delle mine, per poi rientrare in porto la sera. La guerra è alle porte, già la si può toccare con mano. Pochissimi giorni dopo la dichiarazione di guerra, l’11 giugno gli aerei austro-ungarici bombardano prima Mola di Bari, poi Polignano a Mare e poi Monopoli.

Il Corriere delle Puglie titola «La selvaggia aggressione aerea degli austro-ungarici». Morti, distruzione, ci siamo è il momento di decidere cosa fare, Vincenzo Pastore si trova di fronte ad un bivio: restare in Italia sperando che il sogno della sua vita non si infranga o andare via e mettere in salvo la famiglia. Sul Corriere delle Puglie del 27 novembre 1915, Vincenzo Pastore scrive la sua lettera di commiato: «In un’ora così solenne per i destini della patria, sono costretto ad allontanarmi temporaneamente per raggiungere la mia residenza in S. Paulo in Brasile. Sono stato costretto a prendere questa decisione, in contrasto con i miei sentimenti patriottici (…). Il dovere mi chiama, il dovere di padre a cui sta a cuore l’avvenire di dieci figli, ed io vado a compierlo dal momento che la mia età non permette che io dia il mio braccio per la patria, per la sua grandezza e redenzione, e che altri più fortunati di me scriveranno col sangue la Storia d’Italia. (…) a tutti i signori clienti della provincia e della città che mi onorarono della loro fiducia, a tutti gli egregi cittadini baresi che accolsero l’apertura del mio Stabilimento fotografico con un coro di approvazione lusinghiera, a tutti rivolgo il mio saluto. (…) Perciò chiudo temporaneamente lo Stabilimento per riaprirlo fors’anche più degno del progresso di questa città. (…) Sono poco abituato ad ipotecare il futuro che è nelle mani di Dio, ma a Lui piacendo, manterrò la promessa con la quale mi accomiato da voi memore e grato. “A rivederci».

Rientrato in Brasile, ha ripreso l’attività nel suo Stabilimento di San Paolo. Che fatica riprendere da dove si era rimasti! Però che soddisfazione quando nel 1916 è raggiunto da una lettera dall’Italia con la quale gli si comunica che «il Re d’Italia Vittorio Emanuele III conferisce all’industriale Vincenzo Pastore il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona».

Ma davvero pensava di tornare ancora una volta in Italia a guerra finita? Chissà, se guardiamo al suo passato, verrebbe da pensare di sì, ma non lo sapremo mai perché il destino gli ha giocato un brutto scherzo. Nell’autunno del 1917 gli viene diagnosticata un’ernia e a fine dicembre lo operano. Purtroppo non si rendono conto della sua allergia al cloroformio e dopo 17 giorni di sofferenze il cav. Vincenzo Pastore si spegne nel letto dell’ospedale.

L’amico fotografo Miguel Rizzo ha mandato Carlos Tornatti, uno dei suoi migliori assistenti ad aiutare Elvira nel portare avanti lo Stabilimento, ma oramai nulla più sarebbe potuto essere come prima.
Si sta facendo sera, sono le 18,00, Fabiana chiude frettolosamente l’ultimo libro che le ho passato da digitalizzare, è stanca e domattina di buon’ora ha il treno per Roma. È stata una giornata molto intensa e proficua che le ha consentito di raccogliere tanto materiale per la sua tesi e di capire meglio come fossero andate le cose qui a Bari. Io invece in questa giornata davvero speciale ho conosciuto Vincenzo Pastore, una luminosissima meteora nel panorama della fotografia a Bari. Ci salutiamo come se ci conoscessimo da sempre, con leggerezza, convinti che un giorno ci rivedremo. Oi Sergio, obrigada por tudo. Ciao Fabiana è stato un piacere conoscerti, mi raccomando teniamoci in contatto. Buon viaggio e buon lavoro!

Fabiana Beltramim ha pubblicato nel 2015 «Entre o Stùdio e a Rua: a trajetoria de Vincenzo Pastore, fotògrafo do cotidiano», tesi di dottorato in Storia Sociale a San Paolo del Brasile. Nello stesso anno, la tesi ha vinto il Premio Marc Ferrez della Funarte, e nel 2017 è diventata un pregevole libro dal medesimo titolo. La parte del fondo fotografico Vincenzo Pastore sulla quale Fabiana ha lavorato, è dal 1996 presso la Fondazione IMS (Istituto Moreira Salles) di San Paolo grazie a due distinte donazioni: la prima, di Flavio Varani figlio di Eleonora Pastore. La seconda, di Dante Pastore, figlio di Maria Lucia Pastore, che ancora custodisce i diari di donna Elvira. Altre fotografie invece si conservano presso il monastero di Sao Bento, avute in donazione da Costanza, la figlia maggiore dei Pastore.

Fine . Le precedenti puntateil 29 e 30 giugno.

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