Giovedì 06 Agosto 2020 | 08:43

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Quel giorno strano al distretto di polizia

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Quell’anno avevamo vinto l’Oscar per il film La grande bellezza, di Paolo Sorrentino, la storia di un uomo che da ragazzo sognava di diventare uno scrittore e che invece era diventato un cinico giornalista e il più celebre organizzatore di licenziose feste nella mondanità di Roma, città memorabile per le sue antiche bellezze artistiche e architettoniche e vera protagonista del film. Eppure Roma sarebbe stata protagonista internazionale di un altrettanto importante evento (?). Roma la grande schifezza.

Aveva intitolato la sua puntata un programma televisivo. Una squallida corruzione: mezzo comune di Roma era prezzolato da una banda di criminali per garantirsene l’assegnazione di appalti pubblici, la «cupola mafiosa romana», l’aveva chiamata la Procura della Repubblica quando aveva eseguito gli arresti, rimbalzando la notizia in tutto il mondo.

«Ma che ne sapevo io!» infine indignato aveva dichiarato in un’intervista l’allora sindaco di Roma Ignazio Marino.

Che strano! Adesso che ci ripenso, solo e steso sul letto di casa mia a contemplare il soffitto, non l’avrei mai detto! Quando uscii dal distretto di polizia, dove ero andato per ritirare una vecchia denuncia di minaccia che tempo addietro avevo sporto e della quale ora non mi interessava più nulla, avevo assistito nella sala d’attesa a un fatto che mi aveva inebetito nell’animo. E inebetiti dovevano essere anche l’espressione del mio viso e il portamento che aveva preso il mio corpo mentre mi incamminavo di ritorno verso casa, dato che le persone sulla mia via mi puntavano con certi sguardi interdetti. Il fatto. Ma qual è questo fatto?

Prima di raccontare il nobile episodio che a tal punto mi aveva inebetito, debbo spiegare cosa mi era successo già dalla mattina, quando da casa mia avevo dovuto chiamare un taxi, quel giorno c’era lo sciopero dei mezzi pubblici, per poter presenziare a un’udienza in tribunale. Una settimana prima l’ufficiale giudiziario aveva bussato alla mia porta, per notificarmi l’atto di citazione a giudizio, dovevo testimoniare sui fatti esposti nella denuncia. Quel giorno era un’insolita giornata calda e soleggiata di metà dicembre 2014.

Sul tragitto verso il tribunale parlai un po’ col taxista, un tipo che pareva un gorilla. Aveva due spalle larghe quanto un armadio e il volto incessantemente ingrugnito finanche se parlava. Per curiosità gli chiesi come poter ottenere la licenza di taxista, e lui, risentito nel tono quasi la mia domanda avesse messo in pericolo il suo lavoro, mugugnò: «Il comune non rilascia licenze! Siamo troppi!».

Chiusi il vetro del finestrino stomacato da un fetore micidiale di fogna che misto al vento mi arrivava in faccia, su quel tratto c’era il depuratore fognario della città, e svagato continuavo a osservare il resto del paesaggio: una discarica a cielo aperto dove c’era di tutto ed estese campagne abbandonate a sé stesse. «Venticinque.» Eravamo arrivati a destinazione. «Ah, sì, va bene…» balbettai. Lì sul momento ero per dire al taxista che non avevo quei soldi. Esitai ancora qualche istante, ma ormai in preda di uno scombussolio mentale, dissi la prima cosa che mi venne in mente, aprendo fulmineo lo sportello della macchina.

«Mi perdoni, ma non riuscivo a tirare fuori i soldi dalle… dalle tasche dei pantaloni, sa, mi vanno un po’ stretti, ecco, tenga pure il resto!». E gli porsi le due banconote da cinque, che avevo invece ripiegate su sé stesse mentre ero seduto. Fu un lampo: subito dopo mi misi a correre con tutta la forza che avevo nelle gambe, spericolato attraversando una corsia frapposta, con le auto che sopraggiungevano strimpellando i loro clacson. Quell’eventualità gli precluse la possibilità di inseguirmi.

Che strano! Io ce la metto tutta per essere serio, ma adesso che ho acceso un po’ la TV, ho visto un servizio sul telegiornale: in piena assemblea comunale, un pazzo (ma chi è?) è piombato verso il sindaco di Roma Marino, per sferrare un pugno contro un assessore sedutogli accanto, quello però si è semplicemente spostato, e al posto suo il pugno in testa l’ha preso proprio Marino!

Un’ora dopo. I giudici avevano rinviato la mia udienza. In tasca avevo pochi euro e acquistai un biglietto dell’autobus (lo sciopero dei mezzi pubblici era finito).

Sera. Sul pianerottolo davanti all’ufficio dove avrei ritirato la denuncia, c’era una donna che fumava come se nulla fosse in bella vista di un cartello sul quale era scritto a caratteri cubitali: «VIETATO FUMARE». Per evitare la fetida esalazione mi coprii il viso con la mano e una volta catapultatomi dentro, aprii senza indugio una finestra.

«Pss…» Sentii dopo un po’ alle mie spalle: era lei. Con una folta chioma rossa e due grandi occhi spiritati, restava lì a fissarmi per qualche secondo, poi parlò: «Ma le dava fastidio?» Lì per lì, pensai che mi stesse burlando, anche perché formulò la domanda con un sorrisetto beffardo. «No, è che ho mal di gola e mi avrebbe preso ancora più forte», risposi ironico. Nella stanza attigua, a prendere le denunce c’era solo un poliziotto con una testa d’uovo. In quel momento stava ascoltando due vecchietti che erano stati truffati. La vecchia non la finiva più di piangere. Uno dopo l’altro entrarono un uomo anziano, mi dava di Babbo Natale in abiti civili, e una vegliarda signora accompagnata dal nipote.

La signora, tutta addolorata e con le mani tremolanti al petto, venne guidata fino alla sedia dal nipote, un ragazzo occhialuto sulla ventina, che le accarezzava delicatamente la testa. Che facce corrucciate! Quelle situazioni io le odio: costretto a stare in una stanza con dei perfetti sconosciuti, che per loro malcontenti guardano in tralice. In ogni caso in quella stanza si sarebbe creata un’atmosfera di dialogo. Allora, a ciarlare lamentosa per prima, fu la signora vegliarda. «Come ho potuto perdere 2000 euro! Io, io che sono sempre così attenta! E in quel modo poi! Perdere i miei soldi per strada dalle mutande! Ah! Che brutto Natale passerò!».

Con passione, raccontò che era andata in banca per ritirare la pensione. Per paura di essere derubata aveva nascosto i soldi fra gli elastici delle mutande. Però erano scivolati pezzo dopo pezzo da sotto la gonna durante il tragitto. E tornata a casa, aveva fatto la terribile scoperta. «Io ho subìto un furto in casa». «E a me hanno rubato la macchina». Spiegarono a loro volta il signore anziano e la donna dagli occhi spiritati. Io mi annoiavo e avevo appena deciso di andare via per ritornare l’indomani, quando ecco che entrò un poliziotto. “C’è un ragazzo che vuole dire una cosa!” esclamò, spingendo subito nella stanza un tizio cicciuto e paonazzo in volto. «Ho trovato dei soldi per terra vicino a una banca…» farfugliò, sventolando una sfilza di banconote da cento. Silenzio.

«Fiiiuuu…» Come provenisse da lontano, si sentiva un fischio fino fino: era la vegliarda signora che piangeva di gioia. Neanche il tempo di una spiegazione, lei e il nipote si tuffarono letteralmente addosso a quel tizio, abbracciandolo, baciandolo e riempiendolo di grazie! grazie! grazie! Al culmine della contentezza, si predisposero a braccetto e insieme salterellando se ne andarono via. Io e i presenti ci fissammo. Come loro, anche io ero stato sorpreso dall’azione pregevole che aveva compiuto quel ragazzo. Mi pareva di sognare. Ne seguì una vivace riflessione. Presto però gli astanti ripresero a lamentarsi del perché erano lì nel distretto di polizia, incolpando di tutto i politici. Che qualunquismo spiccio.

Ora che ho spento la tv e ci ripenso, sprofondato sulla poltrona nel silenzio più assoluto, è stato per questo se ho deciso di abbandonare quel distretto di polizia, perché si era continuato a parlare pure di quei fattacci di Roma. Con quei qualunquisti che ne davano l’intera colpa. Al sindaco Marino.

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