Giovedì 06 Agosto 2020 | 08:20

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Ormai gli era entrata nella mente e non riusciva più a staccarsene col pensiero. Avrebbe voluto stare sempre da solo con lei, abbracciarla e … farla sua. Nei rari momenti in cui riusciva a restare solo con la ragazza, era riuscito anche a confidarle qualche oscuro progetto non ancora ben definito. Felicia cercava di farlo desistere, ma anche i suoi occhi ormai guardavano al comune progetto amoroso.
Un pomeriggio, Felicia si era allontanata, nel bel mezzo di una funzione religiosa nella Badia di San Leone, perché accusava un leggero malore e uscì fuori distogliendo una sua amica da seguirla perché sarebbe subito rientrata a casa sua. A pochi passi dalla chiesa c’era Petruccio che vedendola un po’ pallida e sola, la guardò intensamente. Felicia, allo sguardo del suo amato, quasi dimenticò il motivo per il quale si trovava fuori dalla chiesa. Fu il momento in cui il giovane la invitò oltre il muro di cinta dell’abbazia per restare un po’ da solo con lei. La volontà della ragazza si sciolse allo sguardo languido di Petruccio, mentre sul suo seno si sentivano i battiti forti e gli impulsi del suo cuore. Era appena l’ora in cui la sera avvolge il creato col suo manto leggermente oscuro, l’ora propizia agli amanti. Era l’ora in cui le rondini avevano già fatto ritorno ai loro nidi e si stringevano caldi e trepidanti ai loro cari. Un brivido di timore e di gioia prese i due innamorati mentre le grandi mani ruvide da contadino di Petruccio, si infilavano titubanti fra i riccioli biondo castani della giovane.
Lei paragonò quel rovistare fra i suoi capelli a una leggera e tenue brezza che, altre volte, aveva sentito insinuarsi silenziosa fra i rami degli alberi facendo tremolare le foglie.
Felicia aveva il cuore e la mente pronti ad aprirsi al mistero della vita. Cercò lo sguardo di Petruccio e lo fissò negli occhi per scoprire il suo domani e si abbandonò alla sua stretta forte e vitale. Entrambi si lasciarono scivolare sul terreno erboso e il timore di quell’atto si mutò in desiderio comune, mentre le mani del giovane le stringevano forte i suoi piccoli seni. Dopo, ci fu solo l’epilogo per quella sera, il bel finale di un incontro che doveva ripetersi, nelle intenzioni comuni, per tantissime altre volte nella vita. Il cuore aveva ormai cessato di battere con insistenza abbandonando il campo ad una dolce malinconia e all’insorgere di forti dubbi. Ma nei comuni pensieri era stato compreso il perché della vita e i due amanti avevano fatto proprio il loro destino.
Dopo, non rimase altro da fare per il giovane, che recarsi all’umile casa di Felicia, presentarsi ai suoi genitori e dichiarare le proprie intenzioni verso la ragazza. Non ci furono difficoltà, perché già si erano avvertite alcune manovre e certi atteggiamenti della fanciulla. Il passo successivo fu quello di richiesta di fissare un giorno per celebrare le nozze.
La prima persona con la quale Felicia si confidò fu la signora Lucia, la moglie del miles Paolo de Ferraris, nella casa dei quali prestava il suo servizio. Era un rapporto, quello della ragazza con la signora, basato su sincera amicizia e rispetto reciproco. Era stata la signora Lucia a invogliarla ad accompagnarla nella prima uscita in cui le gentili dame di Butuntum si erano accordate fra di loro per partecipare all’addestramento proposto dalla Universitas. Ebbene, la gentile dama disse che era felice per quella notizia di cui aspettava l’annuncio da un momento all’altro.
Fu a quel punto che la ragazza le confidò, per avere conforto, quasi con un filo di voce: «Ci siamo amati».
«È un evento bello e importante, ora dovete coronare il vostro sogno» disse la signora Lucia che proseguì: «Sarò felice di fare da testimone al tuo matrimonio insieme a mio marito e … sarò ben contenta di organizzare, a mie spese, una bella cerimonia».
Il volto di Felicia si illuminò per la fiducia ricevuta. Non trovava le parole per ringraziare la sua signora e, commossa, le rivolse un semplice «Grazie»...
Per il mese successivo vennero organizzate le nozze di Felicia e Petruccio. Donna Lucia donò molti capi di biancheria per la giovane e parte del corredo del marito a Petruccio.
«Sono il nostro personale dono, mio e di mio marito» disse alla incredula Felicia donna Lucia, che continuò: «Sarà nostro sommo piacere, anche, potervi ospitare in due stanzette a pian terreno nella nostra grande casa. Petruccio, inoltre, potrà venire a lavorare in modo continuativo per noi e potrà curare i nostri campi, oltre a continuare a prestare servizio nella civica milizia. Quando avrete danaro a sufficienza, se vorrete, potrete cercarvi una casa più grande».
«Donna Lucia, non so come ringraziarvi» rispose incredula la ragazza.
A Petruccio l’amore aveva dato il dono della parola che prima non aveva e l’aveva reso esuberante. Ad ogni riunione proponeva iniziative e nei turni in cui era di servizio nella milizia civica, era il più ardito e animoso. Dopo qualche giorno dalle nozze, Petruccio era pronto a riprendere il suo servizio nella milizia cittadina. Era un giovanissimo marito e un fedele amante ma anche una persona desiderosa di dare il meglio di sé in ogni compito che gli era affidato. Ancora di più, la sua passione crebbe nell’operare al servizio della sua città. Era stato un povero garzone, nato in una umile famiglia e tutto ciò che il destino gli stava riservando lo faceva sentire un privilegiato. Aveva una bellissima moglie, una casa, un lavoro stabile presso le terre del miles Paolo, una reputazione di valoroso, un giorno avrebbe avuto dei figli e … tutto gli sembrava un sogno.
Petruccio cavalcava il suo sogno e si muoveva con molta abilità nella nuova realtà. A spron battuto andava al galoppo al seguito del miles Paolo. Il suo cuore batteva all’interno della cotta di maglia metallica mentre la sua destra stringeva la mezza picca in dotazione. Faceva roteare la sua lancia mentre i suoi occhi diventavano lucidi al solo pensiero della sua amata. Da lei aveva avuto notizia di essere in attesa di un figlio e il suo pensiero andava alla sera del primo incontro amoroso.
A Petruccio venivano i brividi dalla felicità e questo pensiero lo distraeva da tutto il resto. Pensava al suo rientro a casa, alle braccia di Felicia che si aprivano verso di lui con un abbraccio, mentre lui preferiva stringere la testa di lei infilando le dita nei riccioli suoi capelli, baciandola dopo un attimo sulla bocca e trasportarla subito sul letto ad assaporare il suo amore. Era una sequenza fulminea quella di godersi il suo alito, accarezzare il suo seno, slacciare la tunica della donna sul petto e alzarle la stessa per un congiungimento amoroso.
I pensieri galoppavano come veloce galoppava Petruccio sul suo cavallo quella mattina quando, al seguito del miles Paolo De Ferraris, era partito verso Giovinazzo. La sua squadra era seguita, come al solito negli ultimi tempi, da un’altra squadra di dieci cavalieri a qualche miglio di distanza. La giornata sembrava tranquilla, mentre il sole colpiva la sua fronte e lui si difendeva serrando le palpebre, ma la strada era sgombra e la meta, verso il confine territoriale con Giovinazzo era prossima. Ad un tratto si sentì solo l’urlo concitato del miles Paolo di stare attenti, ma era già tardi. Si sentirono sibilare nell’aria degli strali tirati dalle balestre di uomini a piedi. Erano dei professionisti teutonici armati di tutto punto al servizio di Giovanni Pipino che, assicurati i cavalli ad alcuni alberi, si erano appostati dietro dei rovi e avevano teso un’imboscata.
Il cavallo del miles Paolo cadde con un tonfo sordo dopo aver proseguito la sua corsa per alcuni passi, un altro giovane venne trafitto da uno strale a una coscia, mentre Petruccio e due suoi compagni vennero disarcionati dai loro cavalli restando a terra immobili. Intanto i nemici che avevano preparato l’imboscata uscivano allo scoperto per prendere prigionieri i malcapitati.
Il miles Paolo tirò fuori la spada preparandosi allo scontro finale, imitato prontamente da un compagno rialzatosi da terra. Nel frattempo stavano arrivando i cavalieri della seconda squadra a cavallo che, avvisati da un giovane sfuggito all’imboscata, allargarono la loro avanzata per accerchiare i miliziani teutonici.
Colui che sembrava il capo, pronunciò qualche parola in italiano: «Arrendetevi o kaputt» seguito dal segno del taglio alla gola.
«Vieni avanti bastardo» disse solamente Paolo de Ferraris.
Intanto erano comparsi alle loro spalle i cavalieri del secondo gruppo. Quelli, armati di balestre mirarono prontamente contro i nemici alemanni, molti dei quali caddero trafitti o restarono feriti. Nel frattempo il miles Paolo osservò i suoi uomini. Alcuni, malconci, si erano rialzati. A terra c’era un giovane ferito alla coscia, mentre Petruccio giaceva senza alcun segno di vita. A Paolo non rimase altro da fare che chiudere i suoi occhi dopo averlo abbracciato in lacrime.
Rialzatosi, il miles Paolo inviò un uomo ad una vicina massaria a prendere un carro trainato da un cavallo per il rientro a Butuntum. Dopo, ordinò ai suoi uomini, di eliminare fisicamente tutti i feriti alemanni. Sguainata la spada si avvicinò a colui che era il capo di quella comitiva di banditi e inclemente allo sguardo attonito e implorante del militare, gli conficcò la sua spada nel petto con rabbia. Dopo ordinò ai suoi: «Finiteli tutti senza pietà, togliete loro le armi e riponetele nel carro. Le porteremo con noi in città. Sarà il nostro mesto trofeo in onore di Petruccio. Dopo, riponete i corpi di questi mercenari ai lati della strada, prendete i loro cavalli e ripartiamo al più presto».
All’entrata di Porta della Marina, il Castellano si precipitò giù dal Torrione e si fece incontro al miles. «Cosa è successo?»
«Un agguato da parte degli uomini di Pipino, Comandante e … il nostro Petruccio è morto» disse il miles Paolo.
«Portate i feriti qui, giù al Torrione, provvederò per loro.»
Il miles Paolo inviò un suo uomo a casa sua per avvisare sua moglie dell’accaduto.
«Dillo solo a mia moglie» lo pregò il miles, che continuò «lei saprà come comportarsi con Felicia. Noi restiamo nella sede della Universitas».
Intanto un corteo di gente aveva circondato il carro dove era rimasto il corpo di Petruccio, circondato da pugnali, lance, balestre, scudi, corazze, spade e barbute, i tipici elmi alemanni. Erano increduli, tutti piangevano a dirotto per la giovane vita venuta a mancare.
Una giovane donna disse fra le lacrime: «È come un fiore … un girasole falciato in un campo di orzo o di grano, anzi … è un giglio fra i cardi».
«È il nostro primo caduto, gloria al nostro milite» gridò un anziano con la voce rotta dal pianto e le labbra scosse da una contrazione muscolare.
A quella voce, tutti gli altri, con il pianto in gola e le lacrime agli occhi, alzando le braccia, gridavano a più riprese, prima sommessamente e poi con rabbia:
«Gloria al nostro milite» e accompagnavano il carro alla sede della Universitas.
Il miles Paolo De Ferraris sollevò sulle sue braccia il compagno caduto e lo adagiò su un tavolo. Dopo, inginocchiato dinanzi a lui, poté finalmente dare sfogo al suo pianto. Intanto, l’inviato del miles Paolo, giunto alla sua casa, a Felicia che si era recata ad aprire, con gli occhi bassi chiese di parlare con donna Lucia. In disparte, il giovane, quasi a monosillabi, riferì dell’agguato sforzandosi di trattenere la sua emozione. Dopo, quasi con un sottile bisbiglio disse che Petruccio aveva perduto la vita e quasi scappò via.
Felicia notò che era successo qualcosa di grave e si avvicinò alla sua padrona. Lucia disse soltanto che la squadra aveva subito un agguato.
«E che è successo?» chiese già in lacrime Felicia.
Donna Lucia l’abbracciò forte al suo petto e la ragazza comprese tutto.
«Il tuo uomo, il tuo eroe non c’è più» disse infine a Lucia che si abbandonò ad un pianto dirotto. Dopo con uno sforzo sovrumano: «Fatti forza, andiamo alla sede della Universitas» disse la signora.
Al loro arrivo, due ali di folla si aprirono in silenzio lasciando un corridoio per il passaggio delle due giovani signore. Il miles Paolo, ancora chino a piangere l’amico si alzò per consentire l’accesso a Felicia, ma ebbe appena il tempo di farlo, che dovette sostenere il corpo svenuto della ragazza dopo che questa aveva lanciato un grido straziante. La folla rimase attonita a quell’urlo che fece rabbrividire l’aria e molti chiusero gli occhi per non vedere lo strazio.
Fuori dalla Universitas, i più facinorosi proponevano di andare in campo aperto contro il Palatino nei pressi di Giovinazzo. Altri, più realisticamente, pensavano di dover prima pensare a dare l’estremo ultimo saluto al giovane caduto nel servizio per la sua città. L’indomani, nella Cattedrale ricolma fino all’inverosimile, vennero eseguite le esequie del primo cittadino a trovare la morte in quel conflitto. Mentre donna Lucia vegliava accanto a Felicia, il syndicus Francesco Bove pronunciò l’elogio funebre in memoria di Petruccio, giovane figlio di Butuntum: «Oggi ci troviamo ad onorare questo nostro eroe caduto nel prestare servizio per la sua città. Poteva capitare a tanti altri, è successo a Petruccio, giovanissimo sposo cui il destino non ha permesso di vedere la sua discendenza. Ma tutti lo ricorderemo per le sue doti di dedizione verso il lavoro e le nostre istituzioni. Lo ricorderemo per il suo altruismo e per il suo eroismo. Sono doti che derivano dalla nobiltà d’animo che noi ci sforziamo di coltivare nella nostra città. Per la nostra città il milite Petruccio è perito nobilmente e in questa sorte si compie mirabilmente la vera virtù dell’uomo. Prendendo le parole da un celebre discorso di Pericle, si può dire che la sorte di Petruccio dimostra che non sono i natali, ma l’indole dell’uomo e la sua virtù a portarlo a conseguire il serto della gloria. Ancora posso dire, che la memoria degli uomini prodi vive per sempre nell’animo di ognuno. Il nostro concittadino pertanto non è morto. So che è difficile convincersi di questa realtà, in particolar modo per la giovane sposa che si vede strappata la sua gioia di vita. Eppure, occorre dar prova di forza. Il nostro concittadino avrà qui la sua sepoltura e per la sua famiglia ci sarà il conforto della nostra Universitas. Per concludere, posso affermare che l’eroismo di Petruccio, se necessario, verrà seguito da quello di tanti altri nostri giovani e ciò ci conforta perché per sempre sarà: Butuntum Civitas Invicta.

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