Martedì 11 Agosto 2020 | 12:53

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NOVELLE CONTRO LA PAURA

Quando Butuntum venne assediata

Vito Tricarico e la guerra. Giovanni Pipino fu condottiero di ventura A lui vennero concessi numerosi e ricchi feudi

Quando Butuntum venne assediata

Antefatti dell’assedio di Bitonto del 1349 – racconti pugliesi 2020 - Dopo la morte del giovane Andrea, fratello del re d’Ungheria e marito della regina Giovanna d’Angiò, si stava combattendo una lunga guerra nel regno di Napoli. Era una guerra fra milizie ungheresi coadiuvate da compagnie mercenarie straniere e le diverse città schierate in favore della regina Giovanna e del secondo marito Ludovico di Taranto.

Nelle Puglie, come annunciato da Niccolò Acciaiuoli, gran siniscalco del Regno nella sua visita al castello di Palium, suo feudo, l’offensiva contro le milizie ungheresi capeggiate da Corrado Wolf, venne affidata a Giovanni Pipino, condottiero di ventura. A lui erano stati concessi i feudi di Monopoli, Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo e il titolo di Principe di Bari. In precedenza, il condottiero di Altamura, aveva vissuto un periodo burrascoso della sua esistenza, dovuto alla sua indole arrogante, indomita e prevaricante.

Infido nello sguardo e rabbioso negli atteggiamenti, Giovanni Pipino aveva negli occhi lo sdegno selvaggio del guerriero e nella voce l’imperiosità derivante dalla sua capacità e certezza di essere ubbidito.

Di età superiore ai quarant’anni, faccia lunga, bruna con mento aguzzo, neri i capelli come gli occhi da furfante, di uno sguardo corrucciato ed il più delle volte minaccioso e fiero, burbero nei modi, il Palatino, asciutto e smilzo nel corpo, inquieto d’animo e di pensieri, incuteva timore nel vedersi. Se era nobile per nascita non lo si poteva considerare d’animo. Troppo preso dagli infiniti impegni bellici, o forse appagato dai fugaci rapporti occasionali, Giovanni non si era sposato.

La madre Giovannella aveva sofferto molto per quel figlio ribelle che aveva ucciso Reginoro del Balzo addossandosi l’odio della nobile famiglia. Questo aveva scatenato i continui conflitti che lo condussero in prigione a Napoli insieme agli altri fratelli. Le ambasciate della contessa rivolte al Papa e al re Roberto, se al momento servirono a salvare Giovanni e i suoi fratelli, a nulla valsero in seguito, per distoglierlo dalla sua folle conduzione del potere. La sua indole orgogliosa e permalosa lo portava sempre a scontrarsi con violenza con coloro che potevano o osavano sbarrargli il passo.

In Butuntum, rivolto ai suoi familiari, il syndicus Francesco Bove, visibilmente contristato, voleva focalizzare le sue attenzioni, nel dopo cena nella sua casa, sul protagonista in negativo degli ultimi avvenimenti.

“Una storia bella e complicata” disse Ettorre rivolto al suocero. «Quanta arroganza e sete di potere sono presenti in quest’uomo. Con lui non ci potrà essere nessun dialogo o confronto dialettico» continuò il giovane.

Intervenne donna Caterina: «È una singolare personalità quella del nostro personaggio, sempre alla ricerca di ogni elemento per alimentare la sua fama».

Dopo appena una settimana, un attacco a una pattuglia a cavallo in perlustrazione del territorio che aveva procurato il ferimento di tre giovani della milizia cittadina, il syndicus Francesco Bove dichiarò in assemblea.

«Cari concittadini, la guerra è alle nostre porte. Ai limiti del nostro territorio ci sono movimenti di armati con invasioni, morti e violenze. Noi siamo realistici e mettiamo in conto che la guerra arriverà anche a Butuntum. Gli ultimi scontri avuti dalle nostre pattuglie, purtroppo, lo dimostrano. La guerra non ci troverà impreparati e non temiamo alcun nemico. Abbiamo una reggenza alla Universitas, che si impegnerà nel modo più assoluto, di ricercare la pace. Il nostro impegno armato potrà avvenire solamente come ultima opzione. Noi siamo forti e non permetteremo certamente che la nostra antica città conosca l’oltraggio di una occupazione. La nostra milizia cittadina armata ha già dato prova del suo valore in varie occasioni».

Si levò forte un plauso che era di approvazione e di compiacimento per le parole ascoltate. Una settimana dopo, Butuntum venne rifornita di armi come non lo era mai stata. Ogni cittadino sfornito, andò a ritirare dai magazzini approntati, un’arma che lo faceva sentire partecipe a quel momento e agguerrito per la comune difesa nel caso si fosse presentata l’eventualità.
Il Palatino si era stabilito a Bisceglie, affinché con i suoi cinquecento stipendiari teutonici, muovesse guerra agli Ungheresi. Tutto ciò era di difficile attuazione in quanto, eccezion fatta per Bisceglie obbligata dalla sua presenza, le altre città si erano già date volontariamente agli Ungheresi. Il Voivoda Stefano, invece, col suo fortissimo esercito composto da Ungheri, Teutonici, Lombardi e Latini, si era fortificato in Barletta.

Intanto, in tutti i paesi di Terra di Bari, cominciavano ad arrivare gli emissari di Giovanni Pipino. Arrivarono nelle campagne di Auricarrum, nelle terre di Palium, a Meduneum, in quelle di tutti i casali vicini per arruolare uomini. Chiedevano al capitano delle milizie e ai vari sindaci di trovare uomini idonei all’uso delle armi, facendo intendere che era in gioco anche la sopravvivenza dei loro casali. La guerra è la guerra, la chiamata alle armi in difesa della Regina non poteva rimanere disattesa, non poteva esistere nessun territorio neutrale.

Tutti, fin quando potevano, cercavano di stare alla larga dall’abbraccio pericoloso e mortale del conflitto, ma inevitabilmente intervenivano obblighi e ricatti, promesse di premi e repentine minacce di distruzione.

In Giovinazzo, Giovanni Pipino si godeva la vista della città cinta d’assedio.

«Magnifico Conte» lo osannò il suo fidato segretario salutandolo all’ora del tramonto al suo rientro, mentre gli ultimi raggi di sole si andavano affievolendo fra la piana dell’entroterra e il tranquillo mare Adriatico. Il Palatino era raggiante per l’andamento delle sue operazioni militari. Aspirava a diventare sempre più grande e poter alimentare maggiormente le sue ambizioni. I semi della ferocia e del dispotismo coltivati nel suo animo potevano avere libero sfogo.

Nel mese di quel maggio 1349, in Butuntum c’era un’allerta generale. Si continuava a percorrere il territorio con maggior attenzione e con scorte di uomini rinforzate. Quando usciva una squadra, doveva essere seguita, a breve distanza, da un’altra scorta armata di riserva, per evitare che la prima si trovasse impegnata in un agguato senza via di scampo.

Al di là della città, verso la marina, si sentiva il profumo di salsedine trasportato dalla brezza leggera proveniente dal mare. Ormai erano acque amiche, belle da osservare, con le onde che avevano abbandonato il loro ruggito invernale, quando i minacciosi flutti furiosi arrivavano a lambire le basse case sulla riva, rompendo il silenzio del borgo.

Nei lunghi pomeriggi, il tramonto, con i suoi riflessi incendiava il pescoso mare e nella piana di Butuntum i contadini radunavano gli ultimi rami della potatura di ulivo raccogliendoli in ordinati fasci intrecciando i loro stessi rami più lunghi, dopo averli separati dalla parte legnosa. Nelle case, le donne lavoravano ai telai, le puerpere allattavano i loro piccoli tenendo compagnia alle anziane che si radunavano fuori dalle abitazioni per le loro pomeridiane preghiere comunitarie. Non mancavano di rivolgere invocazioni finali alla Madonna per il buon esito dei lavori nelle campagne, per il prossimo raccolto ed in particolar modo per la pace ormai compromessa. Per i giovani impegnati a difesa della città il tardo pomeriggio era il momento di pensare mentalmente a tutti i discorsi e i pensieri che si volevano confidare alle compagne conosciute nell’addestramento. Per il giovane Petruccio non c’erano momenti particolari della giornata per pensare alla sua Felicia.

(Segue)

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