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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Il cristianesimo e la tiella di Bari

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Quando il Cristianesimo cominciò a muovere i suoi primi passi per sostituire il culto pagano e l’adorazione degli dei dell’Olimpo, a Bari vecchia si distinse per religiosità, un certo maestro Scanini della Gens Caldara, di origine Iapigia. Scanini era noto soprattutto per le sue capacità retoriche riferite al culto cristiano, capacità che spesso esprimeva in dialetto barese nonostante conoscesse la lingua latina. Il maestro, uno dei primi seminaristi della nascente scuola di sacerdoti cristiani, trasmettendo il nuovo magistero relativo alla «Buona Novella» e utilizzando molto bene il sostrato apulo-barese, ossia il dialetto, divenne ben presto un diretto concorrente di Dionigio, figlio barese di Giove, nella diffusione della lingua madre. Però avere la supremazia su Dionigio per l’insegnamento del dialetto, e la sua idea di divenire con il tempo vescovo di Bari vecchia, rimasero per lui solo un sogno.
Infatti, l’insegnamento del dialetto nella scuola di Bari vecchia fu affidato a Dionigio in quanto aveva più carisma, e nel campo religioso Scanini fallì perché pur teorizzando un atteggiamento cristiano di docilità obbediente verso Dio e solidarietà fraterna verso gli uomini, a causa del suo carattere pavido e debole, mai avrebbe sacrificato la sua vita per gli uomini sull’esempio di Gesù Cristo, inoltre non appena conobbe la donna e il sesso, immediatamente scelse il matrimonio terreno che, ovviamente, gli avrebbe dato quel piacere carnale che non avrebbe mai potuto avere sposando la Chiesa. Però siccome aveva completato gli studi teologici, continuò a professare il Cristianesimo, ad insegnare la catechesi e a parlare di Dio e della religione cristiana, con quella ipocrisia che oggi si vede ancora in talune figure importanti della Chiesa cattolica.
Quando Scanini e Dionigio s’incontravano si guardavano sempre in cagnesco perché l’uno considerava l’altro un avversario a causa del diverso approccio che avevano nell’insegnamento del dialetto barese e della Storia delle tradizioni della città vecchia. Memorabile a tal proposito una loro accesa discussione su un piatto della tradizione gastronomica barese nata proprio fra le case dell'antico borgo, ossia la tiella di patate riso e cozze, in cui Dionigio affermava che fra gli ingredienti non ci dovesse essere la zucchina, mentre Scanini che, come al solito ci metteva la religione cristiana e Dio dappertutto, affermava il contrario. E siccome il maestro mise in mezzo il Padreterno, Dionigio che era pagano decise di chiedere l’aiuto agli dei dell’Olimpo, in particolare a Cerere dea delle messi, Vesta dea del focolare domestico e Venere dea dell’amore. I due dialettologi baresi addivennero ad un accordo secondo cui ci sarebbe stata un dibattito e una sfida in pubblico, alla presenza delle massaie baresi e dei loro mariti per vedere chi dei due avesse ragione. E la posta in palio per il vincitore sarebbe stata l’esclusione del perdente dall’insegnamento del dialetto ai baresi. Qualche giorno prima della gara allora Dionigio si recò sull’Olimpo ed ottenne l’aiuto delle dee le quali gli assicurarono che il giorno della sfida si sarebbero travestite da massaie per non essere riconosciute e avrebbero portato con loro Marte, Bacco e Nettuno anch’essi travestiti, come fossero i loro mariti.
Infatti Marte si sarebbe travestito da miles gloriosus, Bacco, avrebbe fatto la parte di un contadino a fianco di Cerere, e Nettuno quello del pescatore di polpi a fianco di Vesta. Cosa fatta capo e il giorno stabilito nella piazza antistante la domus del Console Mezza Scapola e sua moglie Pomponia tutti i relatori si disposero seduti a ventaglio di fronte ai reggenti, mentre attorno a loro i cittadini baresi ascoltavano incuriositi. A destra del console c’era Dionigio con le tre coppie di finti baresi, alla sua sinistra il maestro Scanini con la moglie Gloria, la figlia Pace, e lo chef del ristorante Marcaurelio di proprietà del console Mezza Scapola, un certo Arigano della Gens romana Amatriciana. Prese la parola il console, ma solo per salutare ed augurare un dibattito senza litigi, quindi dette la parola al maestro Scanini che cominciò a parlare in Latino.
“Cucurbitae arbor Paradisius Terrestris est,” ma venne immediatamente interrotto da Dionigio che gli chiese di parlare la lingua imparata da sua madre, ossia il verbo barese.
“La zucchina è un frutto del Paradiso Terrestre,” affermò allora Scanini, «e pertanto va inserita fra gli ingredienti della tiella barese di patate riso e cozze».
«Mi spiace contraddirti, Scanini», gli rispose Cerere travestita da massaia, «la zucchina non è pianta del paradiso per la semplice ragione che il paradiso è un’invenzione, non esiste. Io come coltivatrice diretta posso assicurarti che la zucchina viene coltivata dagli uomini negli orti terrestri».
«E, vero», ribadì il finto agricoltore e finto marito, ossia Bacco, «io personalmente coltivo diversi orti a zucchine con una buona resa, commercio e vendita».
Prese quindi la parola Venere, travestita da giovane e bella massaia che, prendendo nelle sue mani una zucchina, e apprezzando la forma fallica dell’ortaggio affermò che tagliare e affettare un così pregiato frutto peduncolato era un oltraggio e, pertanto, la zucchina dovendo rimanere intera nella pietanza non andava messa.
Invitato dal console Mezza Scapola a parlare, lo chef Arigano della Gens romana Amatriciana con sapienza culinaria affermò che gli chef di Terra di Bari, con cui cucinava ormai da un ventennio, nella tiella di riso patate e cozze aggiungevano la zucchina perché, soprattutto d’estate, inumidiva di più la pietanza rendendola più morbida.
«Io trascorro molto del mio tempo in cucina», gli rispose la dea Vesta travestita da massaia, «e dico che l’umido nella tiella rimane sempre purché la si tolga in tempo dal forno. Inoltre ti posso dire che la zucchina, in qualsiasi modo la si cucini, in qualsiasi modo la si veste, gastronomicamente parlando, sempre zucchina è, ossia un ortaggio che non ha sapore. Dunque se non ha sapore perché metterla nella tiella di riso patate e cozze?»
«È vero», confermò il finto pescatore, ossia Nettuno, «io che sono un pescatore di frutti di mare me ne intendo parecchio. Pertanto dico e confermo che la cozza non lega con la zucca, ovverosia la zucchina va scartata».
Siccome l’unica persona che doveva ancora esprimersi era Gloria, moglie del maestro Scanini, il Console la invitò ad esprimersi. La donna prese la parola e disse: «Io la zucchina la metto nella tiella perché così mi ha insegnato la mia mamma che, a sua volta, l’ha imparato dalla nonna. Però devo anche ammettere che, quando mangio la pietanza in oggetto, la zucchina la metto nel piatto di mio marito che è un ghiotto cristiano, perché a me, al contrario, non piace in quanto molliccia mi va di traverso».
«E dove non c’è gusto non c'è felicità» affermò Venere travestita, «dunque propongo questa conclusione: pur essendo del parere che nella tiella di riso patate e cozze la zucchina non va messa, procediamo comunque ad una votazione la cui maggioranza stabilirà se d’ora in avanti si dovrà inserire oppure no la zucchina nella tiella. La proposta di Venere venne approvata e dunque si procedette alla votazione per alzata di mano che dette un esito in parità. Giove intanto dall'Olimpo seguiva attentamente la discussione, e siccome ci teneva tanto che suo figlio Dionigio vincesse la gara, scese in piazza travestito da Magistratus che agisce nell'interesse della cosa pubblica, e saggiamente sentenziò che nella tiella di patate riso e cozze barese la zucchina non si mette, però siccome taluni cristiani la vogliono, questa deve essere considerata solo un optional. La decisione del Magistratus divenne consuetudine, tradizione e poi cultura gastronomica ancora oggi vigente in quel di Bari e provincia.
Ma perché il maestro Scanini lasciò il Seminario? Dovete sapere che Scanini entrò in Seminario proprio nel momento in cui i suoi ormoni cominciavano prepotentemente a farsi sentire, e siccome all’interno del nascosto mondo delle catacombe, residenza del Seminario in cui egli dimorava non c’erano donne lui, per distrarsi, imparò l’arte della scultura e plasmò una figura di donna in pietra. Siccome era anche diffidente nei confronti del mondo femminile, sistemò la scultura nel suo letto trattandola come fosse la sua compagna. La chiamò Galatea perché era bianca come il latte, e tutte le sere prima di addormentarsi l’adornava di gioielli e l’accarezzava intensamente e quando giungeva all’apice dell’eccitazione, siccome la sua religione gli impediva anche di dare sfogo da solo ai suoi impulsi biologici perché avrebbe commesso un peccato mortale, leggeva il catechismo e si addormentava. Però il desiderio era talmente forte che gli faceva sognare tutte le notti la statua nuda, tanto da fargli venire le polluzioni che poi, il giorno dopo, lo costringevano a confessare il sogno bagnato. Questo perché la religione cristiana traslando il senso, dava al naturale fenomeno biologico il significato di profanazione e vergogna per il quale il peccatore doveva confessarsi e pentirsi. Ma le cose non potevano continuare così, perché Scanini dovendo confessare ogni giorno lo stesso peccato, cambiava spesso il sacerdote con le difficoltà che si possono intuire dato il periodo in cui le persecuzioni dei cristiani erano all’ordine del giorno. E fu così che il dì della festa di Venere, Scanini pur essendo un seguace di Cristo si rivolse alla dea dell'Amore per ottenere un favore. In particolare chiese a Venere di fargli trovare una donna che assomigliasse in tutto e per tutto alla sua statua. Venere impietositasi l’accontentò. Infatti la sera stessa il maestro Scanini quando andò a letto e si avvicinò alla scultura s’accorse che questa respirava, il corpo era caldo, e le labbra erano colorate come fossero labbra vere. Insomma la scultura non era più una fredda pietra ma una donna vera nella quale scorreva sangue caldo. Scanini allora la possedette più volte soddisfacendo appieno i suoi desideri arretrati, poi ringraziò la dea Venere e dopo aver riprovato il piacere carnale decise che non si sarebbe più sposato con la Chiesa. Pertanto, lasciò il Seminario per sposare la donna delle dea Venere che chiamò Gloria nel fresco ricordo del “Gloria in excelsis Deo”, con cui i Cristiani cantavano la nascita di Gesù Cristo, con la differenza che la sera, quando era solo nel letto con la moglie, cantava la laude “Gloria in excelsis Venere” per gratificare la moglie Gloria, e per ringraziare Venere.
Dal canto suo la dea dell’Amore non se la prese a male se il maestro Scanini in pubblico professava il Cristianesimo e quando era solo glorificava lei, perché l'obiettivo di Venere era quello di far coltivare a uomini e donne il suo culto.

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