Martedì 21 Settembre 2021 | 05:03

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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Un giorno incontrai Isabella d’Aragona

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Ero fradicio. Completamente inzuppato. Nemmeno un quarto d’ora prima me ne stavo disteso a prendere il sole. A Barivecchia, proprio davanti all’Arco che si apre nella Muraglia alla fine di Largo Urbano II. Avevo pensato di celebrare in quel modo, riconciliandomi quel mare che non vedevo da tre mesi, la fine della detenzione domiciliare determinata dallo scoppio dell’epidemia. Finalmente ero tornato a percepire gli afrori salmastri delle alghe, spruzzati sul mio volto dagli schizzi di acqua salsa che si infrangevano sugli scogli. Tuttavia, non avevo fatto i conti con la instabilità di questo bizzarro inizio di giugno. Un attimo prima nemmeno una nuvola in cielo; dopo di che, nel giro di un attimo, giù il nubifragio.

Correndo come un pazzo ero, comunque, riuscito a raggiungere la Basilica di San Nicola per trovare riparo. La grande chiesa era vuota e silenziosa. Immersa in una penombra appena fievolmente rischiarata dai riflessi aurei del mantello che ricopre la statua del Santo. Entrando non mi segnai; non lo facevo ormai da tempo. Tuttavia passando davanti al simulacro con l’effige nicolaiana abbassai deferente il capo in segno di saluto. Si può essere agnostici quanto si vuole, ed io lo sono; ma San Nicola è sempre San Nicola. E merita rispetto. Non si discute. Caracollai barcollando sino a raggiungere la prima panca davanti all’altare. E mi ci lasciai andare sopra a peso morto. Ero veramente esausto. Chiusi gli occhi e abbandonai il capo all’indietro, poggiando la nuca sul margine dello schienale. Ebbi la sensazione di non essere solo. Aprii gli occhi. E la vidi. Era seduta proprio a fianco a me.

La anziana signora sedeva composta, poggiando con postura regale il dorso sullo schienale della panca. Era sicuramente una donna di alto lignaggio. La salutai: «Buongiorno, signora». «Buongiorno a lei, monsignore» rispose con aristocratico aplomb. Sorrisi. Monsignore… ma chi, io? Doveva avermi scambiato per un prete. «No, guardi, signora. Voglio precisare… Non sono un religioso. E proprio io non potrei mai esserlo, glielo garantisco». «Certo che non lo è. Lo vedo da sola. L’ho chiamata così solo per essere cortese» rispose stizzita. «Le chiedo scusa... mia signora» ribattetti calcando con ironia quelle ultime due parole.
Seguì per qualche istante un silenzio imbarazzante. Lo interruppi non trovando di meglio che uscirmene con la più scontata e banale delle frasi: «Visto che tempaccio, eh…?». Restò in silenzio, fissandomi con riprovazione. Ma io, stoltamente, continuai: «Mia signora, è di queste parti? Cioè…barese; della Città Vecchia, volevo dire». «No. Io sono napoletana. Anzi, sono appena arrivata proprio da Napoli. Ma qui ho vissuto per parecchio tempo»

«Ah, sì? E cosa l’ha spinta a tornare?». «Sono venuta a trovare mia figlia. Bona». «Sua figlia vive a Bari, dunque». «In verità mia figlia… viveva a Bari… Ora ci è sepolta». «Quella frase produsse in me l’effetto di una colata di cubetti di ghiaccio versata giù per il collo. Ero stato maledettamente inopportuno e impertinente. Quindi, quando ridetti fiato alla voce, non riuscii a dire altro che “Mi spiace… Non potevo immaginare…”». Rispose cambiando discorso: «Sa che ero davvero felice quando abitavo qui a Bari? Fu proprio un bel periodo quello. Il più bello della mia vita». «Ma davvero… Che cosa mi sta dicendo... Beh, da barese purosangue mi fa proprio piacere sentirglielo dire».

«A Bari ci venni che avevo trent’anni. All’inizio venni qui solo per curare le proprietà di famiglia, ma poi per un po’ di tempo mi ci sistemai. Abitavo proprio da queste parti, in un grande palazzo di fronte a quel posto che chiamano Arco Basso. “Iàrche Vassce”, mi sembra che si dica così, vero?». Annuii. E lei riprese: «Non ho avuto una vita facile, ma ogni volta che mettevo piede qui… che bello che era. Le mie pene si addolcivano, mi tornava voglia di vivere, di realizzare, di fare qualcosa di grande per questa città». Replicai con entusiasmo: «Non immagina quanta gioia provi per quello che ha appena detto. Ho percepito nelle sue parole tutto il suo amore per Bari. Grazie, mia signora» Continuò: «Lavorando sodo, riuscii a mettere su una grande dote per mia figlia Bona. Bellissima com’era, veniva corteggiata da mezzo mondo. Alla fine sposò Sigismondo, un pezzo grosso polacco. E se ne andarono a vivere a Cracovia. Ma Bona a Bari ci tornava spesso. Eccome se ci tornava. Anche se non era nata qui, era come se scorresse sangue barese nelle sue vene. Ne andava fiera. Ed ora riposa proprio qui».

Alla luce tremula delle candele, i suoi occhi iniziarono a brillare, imperlati com’erano di lacrime. Ma riprese immediatamente il suo piglio aristocratico.«Or dunque, monsignore. Adesso basta con i ricordi. Ora devo proprio lasciarla, è tardi. Devo andare». «Mi permetta una domanda, mia signora. Una sola, prima che vada via. Ma lei chi è… Come si chiama?». «Non gliel’ho ancora detto, monsignore? Mi chiamo Isabella. Isabella d’Aragona». Un brivido mi percorse la schiena. Crollai di peso sulla panca. Attonito. Incredulo. Stordito. Non riuscivo a fare altro che fissarla. Sussurrò: «Ora vado. Bona mi attende. A rivederla, prima o poi, caro monsignore. E grazie per la bella chiacchierata». Si alzò. Si voltò. E procedette lentamente verso l’abside. Piano piano, passo dopo passo. superò il trono marmoreo dell’Abate Elia e continuò senza mai fermarsi in direzione del mausoleo marmoreo sul fondo dell’abside dove riposa Bona Sforza, Regina di Polonia, Granduchessa di Lituania, Duchessa sovrana di Bari, Signora di Modugno e di Palo del Colle. Gli si fermò davanti e volse lo sguardo verso l’alto, fissando il punto dove si staglia la figura della Sovrana nell’atto di pregare a mani giunte. Quindi, allungò il braccio destro e poggiò sul monumento il palmo della sua mano. E scomparve, dissolvendosi in un tutt’uno col marmo scuro. Fu allora che una lama di luce penetrò all’interno della Basilica attraverso il rosone della facciata principale. Aveva cessato di piovere.

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