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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Quelle «cronache» da una terrazza

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«Iorestoacasa». Uno slogan che è riecheggiato nei giorni della clausura da Corona virus, il «nemico» che si è prepotentemente insinuato tra noi, nelle nostre case, nelle strade, nei negozi, negli uffici, nelle case di riposo, ovunque.

«Iorestoacasa». E’ stato l’invito, ma no, l’obbligo di restare a casa per salvaguardare noi e gli altri da un contagio che potrebbe avere effetti disastrosi, soli, senza contatti tra familiari e amici, soli. Niente scuola, niente lavoro niente giochi al parco, niente partite, niente Messe. Niente. Scrivo questo «diario» il giorno di Pasqua.

E’ pomeriggio. Mi trovo sul terrazzo di casa, un torpore benefico dopo il pranzo pasquale mi pervade mentre un tenue calore primaverile avvolge tutto e tutti. Ho un libro in mano, un libro letto e riletto ma che non mi stanco mai di riprendere perché mi permette di sognare, di sperare di vedere realizzati desideri repressi che in certi momenti diventano più pressanti ma che alla fine lasciano l’amaro in bocca perché la realtà prende il sopravvento e i sogni diventano ombre impalmabili fino a svanire nel nulla, Aladino e la lampada meravigliosa. Un sogno, mera illusione.

Nella capitale di un regno della Cina ricchissimo e molto esteso , viveva un povero sarto di nome Mustafà... «Non riesco a concentrarmi. La lettura è interrotta . Dai terrazzi dei condomini di fronte al mio si accavallano voci, sussurri, risate, saluti, auguri, saluti. Poi nuovamente il silenzio. E’ l’ora in cui quasi a scaglioni le persone si siedono fuori magari a fumare una sigaretta, a respirare la nuova aria primaverile, a fare l’ultima telefonata a quell’amico o a quel parente che nella fretta ci si è dimenticati di rivolgere il consueto augurio pasquale. Fretta, ma quale fretta, si sono semplicemente dimenticati di lui e ora le parole, le scuse si fanno sempre più incalzanti.

Voglio leggere, il sole sulla mia schiena mi avvolge, mi riscalda, è un momento perfetto per dedicare un po’ di tempo a me stessa, ma quel silenzio privo delle grida dei bambini o del rumore del traffico fa da cassa armonica e mi costringe ad ascoltare quegli estranei, le loro parole, a inserirmi, col pensiero, nei loro discorsi, suggerisco espressioni, modi di dire , e poi siate meno affettati, sa di falsità, siate più garbati ed educati, è più piacevole, «A ma’, devi avè pazienza, finirà sta pandemia e poi ce vedremo e... quanno? e chi lo sa, verrò subito da te e festeggeremo ancora… è mica corpa mia, dovemo seguì le regole…si, si,.. si mà ho capito , ciao ma ciao, ciao mà, ciao». Il tono è un po’ rozzo ma la voce è spesso spezzata, sembra non voler metter giù quel telefono , si avverte un nodo alla gola che ostacola il libero fluire delle parole.

Non si vedono le persone, si sentono solo le loro voci , uomini, donne, che parlano parlano, ognuno ha qualcosa da dire, bambini che vorrebbero mostrare le sorprese trovate nelle uova pasquali: «Nonna lo vedi? È un pescecane di gomma e questo ? Lo vedi? È un portachiavi con un pupazzetto di plastica rossa. Sì, faccio il bravo… Ciao nonna ciao nonno ».

Evidentemente una videochiamata, meravigliosa invenzione che ti illude di avere vicino le persone care, di sentire il loro profumo , di sentire il loro calore desiderando il loro abbraccio.. Silenzio! Poi «Sì, ti penso, mi manchi…» la voce che appartiene sicuramente ad un giovane innamorato diventa sempre più bassa non riesco ad ascoltare altro, non si accontenta di sentire o veder la sua ragazza vorrebbe starle vicino trascorrere ore insieme a lei

Invece… Gli altri parlano tutti ad alta voce per apparire forti sicuri ligi alle regole, ma il cuore è gonfio, la stanchezza dell’inattività si fa sentire .Tacciono ora le voci dei bimbi, sono ritornati in casa , peccato mettono allegria, ti fanno tornare bambino e in una giornata come questa avrebbero allietato la festa con i loro giochi giù in cortile sotto gli occhi vigili dei genitori che dai balconi li avrebbero seguiti con lo sguardo o accompagnati giù dalle loro mamme per chiacchierare tutti insieme.

«Il figlio di Mustafà si chiamava Aladino…».Non riesco a concentrarmi. Il canto degli uccellini assordante, il gracchiare dei corvi fastidioso, l’intermittente rumore dell’innaffiatoio non mi permettono di dedicarmi alla lettura. Penso. E’ stato un bel pranzo il nostro. La tavola apparecchiata nella sala, la bianca tovaglia di fiandra, il servizio di porcellana che apparteneva a mia madre, i bicchieri di cristallo, i sotto bottiglie di argento, le uova pasquali in bella mostra, tutto perfetto.

Per noi, per noi due soli. Va bene così! Sono ben vestita, truccata , con le scarpe con i tacchi dopo aver preparato cibi gustosi e insoliti, la casa sistemata che diventa ancor più calda e accogliente proprio come negli anni passati quando aspettavo con gioia l’arrivo dei miei figli e delle loro famiglie, ormai ospiti che rivedi nelle feste grandi, ognuno preso dal proprio lavoro dai propri pensieri, dalla propria vita, dal tempo che non è mai abbastanza. Già, il tempo, ora che di tempo ne abbiamo tanto lo dobbiamo condividere con la nostra solitudine sempre più chiusi in noi stessi, capaci di sopportare una vita stravolta, capaci di farci guidare, capaci di sottostare alle regole imposte perché la paura, la paura del contagio e il desiderio di uscirne illesi è grande. Una voce: «Pronto..ciao Lina,…che vuoi che faccia… si, si tutto bene! … ma brava, sei riuscita a cucinare il capretto… sì, sì tutto bene… Sono in pensiero per voi, lassù è brutta la faccenda…ti voglio».

La voce scompare, comincia a fare fresco, è rientrata a casa, una mamma sicuramente. Riapro il mio libro e provo ad immergermi nelle avventure di Aladino ma ancora una volta non posso fare a meno di pensare quanto fortunato sia stato il protagonista del libro a trovare il genio della lampada che gli permette senza sforzi e senza sacrifici di vedere realizzati tutti i suoi desideri. Sarebbe troppo bello, il genio lo devo trovare in me stessa! Rientro.

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