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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Lo strano caso del... baule verde

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Questa storia ha inizio nel 1913 in una cittadina dell’entroterra pugliese. Colui che sarebbe diventato mio nonno aveva ventotto anni, era alto, snello, con i capelli precocemente brizzolati e i baffetti neri, era quel che si poteva definire un bel giovanotto, aveva anche un carattere serio, fiero, ed era molto determinato. Dopo aver conseguito il diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, insegnava disegno presso una scuola del suo paese e nello stesso tempo gestiva un’ebanisteria che era stata di suo padre. Aveva come clienti le famiglie più altolocate, che si rivolgevano a lui per l’originalità degli intarsi e i fregi dei suoi mobili. Fu così che tramite un suo acquirente fu messo in contatto con un signorotto che viveva a F. un paese sulla costa calabrese che distava parecchie ore di viaggio dalla sua abitazione.

Costui infatti gli scrisse una lettera così concepita:

«Gentile maestro, alcuni giorni fa, io e la mia figliola, siamo andati a far visita al notaio D., mio fratello, che come ben sa, abita in un paese vicino al suo e abbiamo ammirato i mobili della stanza da pranzo che lei gli ha fornito e che posso definire veramente di gran pregio. Poiché mia figlia si sposerà fra qualche tempo, vorrei che lei ci aiutasse nell’arredamento della casa, dobbiamo farle una stanza da letto assolutamente nuova, moderna. Amo molto mia figlia e vorrei poterla accontentare, visto che siamo rimasti soli dopo la scomparsa della mia povera moglie. L’aspetto a F. prima della fine della settimana. In attesa, porgo distinti saluti».

P.S.

«Naturalmente le spese di viaggio sono a mio carico».
Dopo qualche giorno Vito prese la sua cartella con i disegni e partì, e mentre era sballottato da una parte all’altra della corriera a causa delle asperità del manto stradale, pensava a quanto avrebbe potuto chiedere come compenso perché sarebbe dovuto andare lì almeno tre volte.

Alla stazione di posta trovò un tale avvolto in un ampio mantello che dopo avergli chiesto il nome:
«I signori la stanno aspettando», disse.

Una volta arrivati, dopo le presentazioni del caso, fu fatto accomodare in uno studio alla presenza di padre e figlia. Vito aperte le cartelle con i disegni, incominciò a illustrare quello che andava di moda in quel periodo: lo stile liberty, il déco, e a mostrare i campioni delle essenze di legno che aveva portato: il ciliegio, il noce chiaro, il mogano. Ma proprio nel bel mezzo delle spiegazioni, bussarono alla porta e quel maggiordomo che lo aveva accompagnato, annunciò che un tal compare desiderava parlare urgentemente con il signor.D. Questi, contrariato, si scusò per l’inconveniente ed uscì dalla stanza .
«Io so già quello che voglio» disse Giuseppina raddrizzando le spalle e sollevando il mento con alterigia.
«Lei per la mia stanza da letto deve adoperare il legno più scuro che c’è e sulla spalliera deve scolpire 18 angeli, tanti quanti sono i miei anni, due che suonano la tromba al lato destro e sinistro e gli altri che tengono in mano delle ghirlande di fiori».
«Signorina, la prego, si lasci consigliare! E aggiunse con una risatina, «Quello che vuole lei si adatta meglio ad una cappella funeraria!». La risposta di Giuseppina arrivò lapidaria:

«Bene, sono lieta che lei mi abbia capito perfettamente» e i suoi occhi s’illuminarono per un attimo.

«Ma suo padre mi aveva detto…».

«Mio padre accetterà quello che io desidero. Fra quanto tempo pensa potrebbe essere pronta, lo sa che mi sposo fra sei mesi?».

«Stia tranquilla ce la farò, però avrò bisogno di fermarmi qui qualche giorno per mostrarle il disegno completo».
«Certamente, desidero che tutto sia come lo vedo nella mia mente».
Vito si congedò: era rimasto scioccato, e sebbene fosse stato invitato a restare ospite in quella casa, preferì trasferirsi in una pensione poco distante.

Quella notte non riuscendo ad addormentarsi, si alzò e sedette alla scrivania davanti ai suoi fogli da disegno. Quando lui si apprestava a iniziare un nuovo lavoro, aveva bisogno di conoscere il suo committente, sapere le sue abitudini, i suoi gusti oltre che l’ambiente dove il mobile sarebbe dovuto essere collocato, ma questa volta era diverso!.
I primi tratti di disegno che incominciò ad abbozzare furono il viso di Giuseppina, perché sì, quella era la prima cosa che aveva notato entrando in quella casa ed anche la sua figura, esile ma orgogliosa. Giuseppina aveva i capelli castani, ricci, raccolti in un’unica treccia bassa, ma poiché quelli più corti le sfuggivano da tutte le parti, le incorniciavano il viso come una nuvola vaporosa, e gli occhi neri con le ciglia lunghissime, che solo a volte aveva incontrato, lo guardavano con una languida profondità, ma impenetrabili.

I suoi denti erano piccoli come perle degradanti e poi le sue mani, graziose, bianche, dapprima intrecciate sul grembo, molli, assorte, poi, mentre parlava, nervose, inquiete, mentre lisciavano le pieghe del vestito grigio, o accarezzavano un pendente a forma di goccia color granato, che portava appeso ad una sottile catenina d’oro. Il collo poi s’innalzava come lo stelo di un fiore da un colletto bianco, rotondo, smerlato e rifinito con un nastrino lucido che si legava sul davanti con un fiocco. Ecco aveva notato tutto di lei, della sua persona, e il suo ritratto era lì sulla scrivania davanti a lui.

Nei giorni che seguirono, seppe dalla cameriera che interrogò mentre gli rifaceva la stanza, la storia di quella famiglia e capì il motivo di tanta tristezza, l’uomo che il padre voleva che lei sposasse, era un ricco proprietario terriero, ma di molto più grande di lei .

Terminati i disegni e ricevuto l’ok per l’inizio del lavoro tornò al suo paese portandosi Giuseppina nel cuore.
In seguito ritornò altre volte a F. ma l’ultima, decisero di andare via, all’alba, furtivamente, e Vito portò al suo paese la ragazza e il suo baule di legno, pittato di verde.

Il padre di lei, imbestialito, ben deciso a riprendersi la figlia, arrivò qualche giorno dopo con i carabinieri, ma trovò la falegnameria chiusa e il portone di casa sprangato e nessuno seppe dirgli o non volle, dove si fossero trasferiti.
Vito e Giuseppina erano andati a rifugiarsi in campagna a una ventina di chilometri da B, dove Vito aveva un pezzo di terra coltivata ad olivo con una vecchia casa completamente abbandonata da anni.
Percorsero il viale, fiancheggiato da pini e sbucarono in uno spiazzo pieno di sterpaglie, la muffa si era impossessata delle chianche che una volta erano state bianche, l’intonaco della costruzione era scrostato, e qui e là apparivano macchie di tufo rosa, sulla parete davanti si era arrampicata fino al camino un’edera verdissima che pareva incollata. La porta e le finestre erano state sigillate con delle assi e grandi chiodi le attraversavano da parte a parte. Giuseppina pensò che quel luogo abbandonato somigliava a una di quelle favole che la sua mamma le raccontava prima di addormentarsi. Faticarono non poco per liberare l’ingresso ed entrare, ma poi ebbero una piacevole sorpresa, l’interno sembrava essere in attesa… a parte la polvere e le ragnatele. Tutto era perfettamente in ordine: la legna in una cesta accanto al camino, il paiolo appeso, una lampada con due dita di olio sulla mensola, i centrini bianchi ricamati, poggiati sulla spalliera delle grandi poltrone imbottite, sul tavolo c’era un vaso pieno di rami ormai secchi. Nella cucina, vi era un’enorme dispensa sui cui ripiani stavano impilati in bell’ordine piatti, scodelle e pentole smaltate. Vito le parlò di sua madre, morta improvvisamente e di suo padre che aveva chiuso tutto per non vedere più quella casa che in ogni angolo gli ricordava la sua donna. Giuseppina fu attraversata da un brivido di freddo, e sfregandosi le mani una contro l’altra:

«Ecco, qui porremo il baule», disse.

Lavorarono giorno e notte, ararono il terreno, seminarono l’orto, acquistarono due galline, accolsero un cane, il camino incominciò a fumare e nel paiolo bollivano tutti i giorni verdure e legumi.

Ma quel che contava… erano felici.

A volte Giuseppina quando stava sola, si sedeva e apriva il baule. Ecco Il suo corredo! Ascoltava il fruscio della seta, ancora profumata con l’acqua di lavanda, accarezzava le trine, i merletti, i ricami della sua biancheria. Si lasciava andare ai ricordi, sorrideva al pensiero di quando insieme a sua madre avevano scelto le stoffe, i cartamodelli dei ricami, i fili di seta e gli aghi, diversi e sottilissimi e quante notti avevano trascorso insieme a ricamare alla luce della lanterna. Voleva sbrigarsi per riuscire a completare tutto il corredo della figlia prima che l’ aggravarsi della sua malattia le avesse impedito di portarlo a termine!. Sua madre aveva intrecciato la G del suo nome con steli di mughetti sui fazzoletti e cestini di margherite e farfalle sulle federe insieme a tutto il suo amore.
Ma la camicia da notte, rigorosamente bianca, che Giuseppina stessa aveva disegnato e ricamato, no, quella mai l’avrebbe indossata con l’uomo che suo padre le voleva dare per marito.
Un giorno, dopo averlo implorato e pianto disperatamente, in preda alla rabbia, l’aveva tagliuzzata completamente e quegli strappi che erano gli strappi della sua anima, ora li guardava sorridendo.

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