Martedì 21 Settembre 2021 | 08:10

Il Biancorosso

Serie C
Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

 

i più letti

Novelle contro la paura

Dedicato a Teresina e al piccolo mondo antico

 il castello di Conversano

Come in un film, a volte si ripresentano immagini ed istantanee di molto tempo fa... Ed è come scorrere il data-base di un PC nella nostra memoria e ritrovarvi tracce indelebili di una dimensione non più vincolata dal tempo e dallo spazio, ma custodita, per sempre, nell’Infinito... Sì perché noi non siamo solo quel che appare ...
****
Da piccolo, per sentirmi felice, mi bastava un monopattino costruito da mio padre, con due assi di legno di noce e due cuscinetti metallici ricavati dall’albero motore di una sua vecchia auto in demolizione. Pertanto, con quel mio «automezzo» ero sempre pronto a partire, anche per i numerosi servizi ordinati da mia madre. Ricevevo di buon umore i suoi ordini ed ascoltavo pazientemente le sue raccomandazioni di rito, ma poi, subito via, di corsa!

Mi sentivo come un pilota ed in grado di viaggiare fino in capo al mondo! Sì, perchè i servizi per mia madre erano per me l’occasione o, se volete, la scusa per il piacere di percepire l’utilità del mio monopattino. Lungo il percorso, potevo soffermarmi con gli amici che incontravo man mano o presso varie botteghe di artigiani al lavoro. Per le strade, sul rumore del traffico delle macchine circolanti, prevaleva quello delle officine del fabbro, del falegname, del calzolaio, del calpestio dei cavalli e delle ruote dei traini. Mi piaceva quel rumore, tanto che anche oggi, lo cerco e lo ritrovo ancora, lì, intatto, nella mia memoria, ogni volta che voglio, ogni volta che ho bisogno di riascoltarlo, come mi è ancora facile intravvedere quella lunga fila di traini di agricoltori che si recavano al lavoro dei campi, poco prima dell’alba e che riempivano tutta via Matteotti, la strada di casa mia, a Conversano.

Quella mattina dovevo andare dal macellaio «e basta», mi avvertì mia madre, poichè intuiva già che qualche ritardo, lo avrei comunque compiuto per il contemporaneo mercato di San Flaviano, Patrono di Conversano. Infatti, una prima fermata dalla bottega del maniscalco, ad angolo tra via Matteotti e piazza Carmine, oggi Aldo Moro, che forgiava ferri di cavallo, non riuscivo proprio ad evitarla. Vi stazionavano quasi sempre cavalli per il servizio di tosatura tramite un rumoroso rasoio collegato ad uno spesso filo elettrico. Mi toccava contare da uno a trecento per calcolare il tempo di permanenza, ma poi decidevo sempre di aggiungervi altri 50 o 100 o più...

Mi ricordo che, quel giorno, vi stazionava una cavallina bianca che aveva la criniera curatissima, preparata con treccine. Mèst Tonìn u’ manscalc (Maestro Tonino il maniscalco) la stava trattando con estrema gentilezza, non consona al suo solito modo di fare, proprio come fosse una principessa. E lei, che mi guardò con i suoi grandi occhioni dolci, sembrava accettare e gradire il comportamento del suo «parrucchiere», come se fosse consapevole che la stesse rendendo più bella...
-Mest Tonì, ti firm nu mumènt? -chiesi- Posso prendermi il vecchio ferro che hai tolto e che è lì per terra vicino alla cavalla? E lui «Sì, ma cirk de fè sobt !» (si ma cerca di far presto!) . E nel piegarmi, mi ricordo che la cavallina piegò anche lei la sua testa, fino a raggiungermi, in un attimo, per leccarmi la guancia! Scoppiai a ridere mentre il maniscalco, agitatissimo, aveva temuto il peggio. «Uagliò, vattènn!» (ragazzo, vai via!) mi urlò. Con il mio trofeo, cominciai a risalire verso via Di Vagno, che portava su Piazza del Municipio. La via e la piazza erano piene di bancarelle, mentre un gran vociare di trattative tra donne e ambulanti si levava da ogni dove. Intanto, incontrai e si unì a me il mio amico Vitino...

Avremmo voluto fermarci ovunque, ma dopo la bancarella degli uccelli da gabbia e dei pesci per acquario, che era d’obbligo, ci incuriosì quella del venditore di calze di nylon per le donne, le prime che comparivano in quei giorni sul mercato. Con il mio amico, mi fermai a guardare le due calze di nylon trasparenti, appese ai lati della bancarella, tirate giù da due pesi di 5 kg e il venditore che richiamava, a gran voce, tutte le donne per osservare e comprare quella sua mercanzia. Guardavo le signore e le signorine che si avvicinavano timidamente, sorridendo tra loro e con un po’ di «pudicizia», per ascoltare l’uomo che, miracolosamente, si volteggiava con le calze, tirandole, stirandole da destra a sinistra, con le mani e con i gomiti. Era un vero fenomeno. Davanti al mio amico, sistemato in primissima fila, proprio sotto il venditore, c’era la testa di un manichino, il commerciante ne approfittò per incappucciarla con la calza e poi sfilarla, mentre Vitino lo guardava inebetito ed a bocca aperta... Poi, fu un attimo…, intuii quello che il commerciante avrebbe fatto immediatamente e mi discostai un po’, cominciando a ridere. Difatti, il venditore urlando a destra e sinistra per richiamare l’attenzione dei numerosi astanti, annunciò un’altra dimostrazione di elasticità e di robustezza della calza in nylon e così, dilatandola enormemente ed esageratamente con le mani, la infilò in un attimo sul capo del mio amico fino al collo e poi, mentre la sfilava immediatamente, vidi le palpebre di Vitino stirarsi in su, tra le sue risa incontenibili nel sentire le mie...

Congedatomi dal mio amico, giunsi finalmente nella macelleria Montrone, di fronte a Vincinz u’ stagnaridd (Vincenzo lo stagnaro), che era anche priore della Confraternita del Carmine, in via Divagno, in prossimità della piazza del Municipio. Il titolare, mio zio Vitantonio, continuava il mestiere di mio nonno Giovanni, quando nell’800 era unico macellaio in Conversano. Mio zio era un uomo dal viso grande e buono, saggio e sempre disponibile. Non appena mi vide, dall’alto del suo bancone, si espresse in un gioioso: -U mnenn nust !” (il bambino nostro!). -«Buongiorno, zio, mi dai quello che ha ordinato la mia mamma?» -Sì, aspetta, mi rispose.Scese dal suo bancone e si avvicinò al fornello a legna acceso, dove arrostiva della carne ordinata dalla clientela, vi prelevò il pezzo di salsiccia che gli sembrò più cotto e me lo portò fumante, avvolto in un cartoccio di carta oleata.

-Aspetta che si raffredda- mi disse, sempre sorridendo e dandomi una lieve scrollatina affettuosa sulla spalla - e poi mangiala! La poggiai sul tavolo e, nel frattempo, entrò una signora vestita di nero, di bassa statura, sui quarant’anni, magra, ed una bimba più o meno della mia età, di circa 8 anni. Di lei, ricordo due lunghe trecce bionde con due fiocchettini rossi , un vestitino a quadrettini e due occhi grandi, bellissimi, con due piccole occhiaie. Il suo viso pallido si girava ogni tanto verso me e verso il fornello acceso, da dove si sprigionava un buonissimo e gustosissimo odore di arrosto di carne di ottima qualità. La fiamma del fornello coloriva il suo viso che a me parve subito bellissimo. -Buongiorno signora, come sta? - disse mio zio - - Eh, nelle mani del Signore, signor Vitantonio..., rispose. -Lavora ancora con i suoi merletti?-Sì, ma non basta per me e Teresina, devo provvedere anche a comprare le medicine ed a pagare l’affitto di casa. Ora sto aspettando che una signora mi chiami, a giorni, per un lavoro nella sua sartoria, speriamo bene! Sa, da quando è morto mio marito, ogni giorno è una lotta continua, ma il Signore, poi, improvvisamente, vedo che ci viene in aiuto ed io spero che, in un modo o nell’altro, questo poi accada, sempre...- Di cosa avete bisogno? - Cento grammi di fettina da arrosto per mia figlia, signor Vitantonio.Mio zio si apprestò a tagliare della carne, la incartò e, senza pesarla, la porse verso la signora dicendo: - Vi prego di accettarla, qui c’è la carne per la bambina, ma anche per voi, ne avete bisogno.- Signor Vitantonio, quanto vi devo?

-Nulla, signora, l’avevo messa da parte per me, ma qui mio nipote mi ha portato altro da mia sorella...
-Signor Vitantonio, questo è il danaro che avevo per una sola fettina, dovete accettarlo, altrimenti sarò costretta a rifiutare la gentile offerta che mi fate...Mio zio fu costretto a cedere alla sua insistenza e ad accettare la somma, tra i ringraziamenti e le benedizioni della donna che lo salutò ed andò via con la sua piccola, poi scese dal bancone per tornare da me.
- Angelino, ho visto tutto quello che hai fatto di nascosto ...Hai dato il cartoccio che ti ho preparato a quella bimba, perchè?
-Zio, ho un nodo alla gola che mi fa male da stamattina e non mi sentivo di ingoiarla...Scusami, ti prego, avevo paura che tu non fossi d’accordo...

- Vieni qua- disse sorridendomi ma commosso, aprendo le sue braccia... Mi abbracciò e, stringendomi forte, mi lasciò libero di piangere...
****
Era passato un po’ di tempo da allora... quando un pomeriggio, davanti alla rivendita di concimi e prodotti per l’agricoltura di mio padre, su via Matteotti, passava un carro funebre bianco, trainato da due cavalli, con una piccola bara bianca al suo interno. Mio padre abbassò la serranda in segno di rispetto. Allora era consueto vedere, spesso, quel carro per le vie della mia città, a causa dell’alta mortalità di bambini. Lo guidava Pasquale Brunetti, detto «Paschèl Marinidd», un amico di mio padre che aveva il suo esercizio di fronte al nostro negozio. Alto, austero, ai miei occhi sembrava coinvolto anche lui in quel lutto, mentre faceva procedere i suoi cavalli più lentamente del solito.

Dalla mia postazione e statura riuscivo appena a scorgere solo il suo viso, triste, mentre, dall’alto del carro bianco, tirava i cavalli con le redini. Non riuscivo a scorgere le persone del seguito. Poi, sentii le parole di mio padre che parlava con il gruppo dei presenti al triste passaggio: - Ah! Ho capito!, È la vedova di quel giovane... che morì in quel crollo... Un pensiero mi balenò per la mente...No, non poteva essere, aspettai ancora prima di farmi largo e vedere anch’io le persone al seguito... Un attimo, volevo solo un attimo di sospensione..., per rubare un istante di tregua o per procurarmi una minima possibilità e cioè che non fosse vero quello che avevo appena immaginato... Ma poi, tra una persona e l’altra, scorsi il viso di quella signora, la prima che seguiva il feretro, con altre quattro persone e due ragazzini come me... Il dubbio divenne certezza: era la stessa che, quel giorno, era con me da mio zio e la bimba in quella piccola bara non poteva che essere lei, Teresina…!
A mio padre non sfuggirono i miei colpi di tosse ed il mio tentativo di rientrare in casa...

- Angelino, che hai?- mi chiese
- Niente, papà, ho un nodo alla gola, ora vado a prendermi un bicchiere d’acqua... Entrai in casa, mi appartai per respirare profondamente e frenarmi un po’. Poi, uscii dalla porta posteriore per dirigermi alla vicina abitazione del mio amichetto, Franchino. Franchino si affacciò al balcone, gli feci segno di scendere, gli dissi del funerale e del fatto che, al suo seguito, c’erano solo poche persone e due ragazzini. Gli chiesi di venire con me. Non se lo fece ripetere due volte e, dopo poco, insieme, raggiungemmo e seguimmo mestamente quel feretro, fino all’inizio di via Golgota che conduceva al cimitero del paese.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Speciale Abbonamento - Scopri le formule per abbonarti al giornale quotidiano della Gazzetta
Gazzetta Necrologie