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Un giorno – chissà? arriverà quel giorno? e io ci sarò per viverlo? - una nipote, la figlia di un figlio, mi domanderà di raccontarle una storia.

La immagino bionda, questa nipote.

Vorrei che fosse femmina la prima, per capire che effetto fa, com’è avere una piccola in casa, come ci si rapporta con lei e con il suo mondo di bimba e - più in là negli anni - di ragazzina che germoglia, per rispecchiarmi in lei e rivivere la mia infanzia, tornare indietro nel tempo meraviglioso dell’inconsapevolezza e della libertà, ritrovare quelle sensazioni che, da qualche tempo, mi ritornano improvvise, dei lampi subitanei e imprevisti, che illuminano squarci di tempo che si credevano sepolti nelle pieghe della memoria. Dimenticati e lontanissimi, proprio come succede quando s’inizia ad avere «una certa età».
Mi domanderà di raccontarle una storia, dicevo, e io le narrerò di quei giorni persi sul calendario della vita, sospesi tra due stagioni dell’anno che sempre si avvicendano cariche di promesse meravigliose, di rinascita e di soavi risvegli e che, invece, quella volta, si osservavano scorrere dalle finestre socchiuse, con le strade deserte e la voce stridente degli altoparlanti come un malinconico sottofondo che nulla faceva presagire di buono.
È stata una strana primavera quella del 2020, le dirò, diversa da tutte le altre e proverò a farle un alfabeto di quei giorni stravaganti per raggiungere più intenti in un’unica narrazione: parlarle di me, rievocare una storia bizzarra e insegnarle a riconoscere le lettere.

A come ANSIA: ho sempre avuto una certa dimestichezza con questa sensazione, è stata una compagna scomoda, fastidiosa e alquanto faticosa della mia esistenza. La riconoscevo, dunque, quando, in quei giorni, era lì ad aspettarmi al mattino presto o nelle notti insonni. Nulla di sconvolgente, intendiamoci, ma presente, come un soldato all’erta, a ricordare, con quella sua perfida insistenza, che avrebbe potuto non esserci più tempo, a insinuare l’esile dubbio che quello già speso avrebbe potuto essere migliore o più carico di frutti buoni, a costringerti a fare i conti con quel che hai fatto e non hai fatto come un ragioniere antipatico e troppo puntiglioso.

B come BARCHE: li guardavo dalla finestra della mia camera da letto i barchini dei pescatori, i gozzi ancorati nel porticciolo davanti casa, quelli piccoli, i più poveri, i più colorati. Fermi, come il mondo intorno ad essi. Inutili, come legni secchi. Rivederli tornare al mattino con i loro padroni e il carico di pesce, è stato il segnale inequivocabile che tutto ricominciava a muoversi, che il loro fruttuoso tragitto giornaliero veniva ripercorso e, insieme ai pescatori sul molo, allo sciabordio dei remi e ai polipi sbattuti all’alba sul molo, ogni cosa tornava al suo posto.

C come CASA: «È proprio questa, bimba, è proprio la casa che ben conosci, quella dove si è vissuto il tempo di cui ti narro» le dirò. È la stessa che ha visto lo scorrere di due guerre, l’avvicendarsi delle generazioni, il tempo delle nascite e degli addii. L’è toccato vivere anche quello della pandemia. L’ho amata più di sempre in quei frangenti complicati e le ho dedicato il mio tempo come mai prima di allora. E lei mi ha ripagata a piene mani facendomi riconoscere in ogni suo dettaglio, lasciando che ne apprezzassi la luminosità legata alle diverse ore di quelle giornate che scorrevano lentamente, rendendomi consapevole di quanto riuscisse a conservare di ogni stagione delle nostre vite.

D come DIANA: «Sì, piccola, la Diana che conosci era parte della nostra famiglia già d’allora». Quanto mi è mancata la presenza di quest’ape operosa che sovrintende a tutti i ritmi di quella casa che governa da moltissimi lustri. Sa farlo sempre: quando sono affannosi e quando diventano più lenti. Ha sempre saputo magicamente adattarsi ad ogni circostanza; ma in quei giorni non c’era, non poteva più essere parte del nostro vivere, doveva preservare il suo e quello dei suoi cari e la sua assenza - anche e soprattutto umana - il suo piglio deciso e risolutivo, la sua cura delle cose e delle persone, sono mancate tantissimo.

E come ESTATE: quanto l’abbiamo attesa quell’anno l’estate. Mai così prima di allora. Si diceva che il caldo sarebbe stato un alleato e il sole forte della nostra terra, un’arma più potente di tante altre. Ma non era solo per questo. Era perché si sarebbe tornati a vivere all’aperto, a sentire l’aria del mare nei polmoni, a riempirsi gli occhi di spazi ampi e non di stanze chiuse. La nostra lunga estate rovente sembrava un miraggio lontano e, invece, è arrivata come sempre e, nei suoi giorni luminosi, abbiamo iniziato a leccarci le ferite ancora aperte e a realizzare quanto fossero profonde.

F come FAMIGLIA: la Famiglia ha avuto un ruolo tutto suo in quei lunghi giorni, un ruolo diverso dal solito, migliore e peggiore al tempo stesso. Intendo la Famiglia allargata, oltre il nucleo che un giorno hai deciso di creare. Quello era presente come non mai ed essere in quattro come diversi anni prima, è stato stupefacente: tutti ormai adulti, tutti con pregi e difetti noti, tutti abilissimi a vivere la propria esistenza negli angoli a ciascuno riservati e a ritrovarsi nei momenti che si voleva fossero comuni. Siamo stati decisamente bravi. L’altra, invece, era lontana, ma di quella lontananza che fa sentire più vicini, perché quando i problemi arrivano imprevisti, quando si vive il tempo delle difficoltà, ci si stringe più forti, ci si sente più spesso, si acuisce il senso dell’appartenenza e la famiglia si allarga come se, magicamente, tempi e spazi fossero annullati ma, allo stesso tempo, ci si preoccupa per tutti e per ognuno e l’estensione dell’affetto è pari a quella dell’apprensione.

G come GIOVINEZZA: Non ero già più giovane allora, avevo da tempo superato quel «mezzo del cammin di nostra vita» che ormai non si sa più molto bene dove collocare, ma c’è comunque, che lo si voglia o no. Tuo padre invece lo era, giovane, eccome se lo era, con i suoi progetti annullati, i programmi ritardati, l’incertezza a soffocare ogni pianificazione, il timore a rallentare ogni proponimento. È stata una gioventù diversa la loro, un po’ meno spensierata, un po’ più inquieta e preoccupata sui percorsi da seguire. E la pandemia non è stata affatto un bel regalo a quest’incertezza, anche se, a volte e per fortuna, la gioventù basta a sé stessa, si accontenta di essere tale, non chiede altro se non di essere vissuta. E fu così anche allora.

H come HO: ho avuto tempo, ho avuto figli in giro per la casa, ho avuto musica da ascoltare, ho avuto ricette da provare, ho avuto mobili da spostare, ho avuto amici da chiamare ed una lista di «ho avuto» che potrebbe essere infinita perché ho avuto la vita da vivere e, a volte o sempre, e in quei giorni ancor di più, potrebbe non essere così banale.

I come IRONIA: «Imparala bene questa parola, bimba. Scolpiscila nella mente. Diventa abile a riconoscerla e brava a praticarla. Ti aiuterà come ora ti è difficile immaginare». È stata una compagna importante, fondamentale direi, per trovare risposte introvabili, per risolvere dubbi irrisolvibili, per riequilibrare equilibri instabili, per avere un’ancora pronta all’emergenza e capace di far tornare ogni pezzo del puzzle nel posto che gli spetta e che aveva temporaneamente smarrito.

L come LAVORO: Il lavoro è il grande stabilizzatore. Tienilo stretto, onoralo, rispettalo, gioisci del dono di averlo, regalagli l’impegno che merita, qualunque esso sia. Ti scandisce i giorni, t’impone la disciplina di cui la vita ha bisogno, ti regala degli obiettivi. C’è stato e tanto, in quei giorni. Quello per la casa in cui il tempo doveva scorrere, per il cibo che doveva appagare e consolare, per le piante mai così rigogliose e, in testa a tutto, quello che ti permette di vivere come vivi, che ti manca nella sua essenza fatta anche dei luoghi che frequenti, delle persone che incontri, delle atmosfere che sei abituato a condividere. E, allora, ecco che lo apprezzi a prescindere, con i suoi problemi, con le rinunce che t’impone, con i compromessi a cui ti costringe; c’è e ogni giorno lo benedici.

M come MAMMA: La tua potente bisnonna ha reagito benissimo alla pandemia. Se potessi, ti regalerei anche solo un pizzico del suo vigore, della sua forza di volontà, della sua determinazione. Forse qualche difficoltà l’avresti a farti sopportare, ma fa parte del dono. Lei si è adattata subito, come ha sempre fatto durante tutta la sua lunga esistenza. Ha lavorato più di prima, si è applicata a leggere, a conoscere, ad aggiornare il suo sapere. Il telefono è stata la sua arma di connessione per continuare a non abdicare al suo ruolo di comandante in testa, di energica presenza, di genitrice mai in congedo.
(Segue)

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