Lunedì 27 Settembre 2021 | 04:13

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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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NOVELLE CONTRO LA PAURA

Al suono di un carillon c’è la vita che riparte

Il ricordo delle vacanze in un paesino di montagna. Il caffè a casa. E il presente che fa i conti

Al suono di un carillon c’è la vita che riparte

l giorno era nato. I tiepidi raggi di sole ancora basso all’orizzonte, come braccia che si sgranchiscono dopo il lungo riposo notturno, si stendono tutt’intorno. I più temerari si insinuano nei piccoli vicoli della città, spingendosi tra i palazzi, cercando di farsi strada per portarvi la luce del nuovo giorno.
Vincendo l’esile resistenza di una tenda parasole, non completamente abbassata, alcuni di loro penetrano nella veranda dell’ultimo piano di un palazzo, un po’ datato ma dignitoso, posto quasi ai margini della città. La luce si posa su una donna, seduta al tavolo di legno di quella veranda, i pugni ben piantati sotto il mento e lo sguardo perso nel vuoto.

Sara, da poco sveglia, sorseggia il suo caffè tenendo appena sollevata la tendina di lino della cucina e guardando fuori.
Vorrei sapere a che pensa - dice volgendo il capo verso suo marito che, seduto comodo, si gode la sua colazione. Passa un tempo infinito a stare lì, senza fare nulla. Guarda. E che guarda poi? Il tono della sua voce è inequivocabile. La sua dirimpettaia non le piace. E già mentre lo sta dicendo si stacca dalla finestra, fa scorrere l’acqua nella tazzina e la poggia nel lavello. Senza attendere risposta a cui, probabilmente, non è interessata, è già pronta per altro; per lavarsi, vestirsi, mettersi in movimento. Anche ora che avrebbe tempo per stare. Anche ora, lei trova sempre qualcosa da fare.

Sara è così. Hanno ritmi diversi, loro due. Lui è quello pacato, quello che non ha mai fretta, né mai troppi impegni. A lui quella donna lì, quella signora solitaria che passa il suo tempo in contemplazione del «nulla», come dice Sara, piace molto. Appena finito di mangiare si alza e ripete il gesto della moglie. Solleva la tendina e guarda fuori. Lei è ancora là. Che sta. La osserva attentamente.

- Cavoli. È proprio bella. - La massa dei suoi capelli ramati, brilla, sulla nuvola nera che l’avvolge, ad occhio e croce uno scialle di mohair, mentre il resto del corpo rimane nascosto dietro il tavolo. Lo immagina, quel corpo. Sinuoso ed elegante. L’ha incontrata varie volte, in giro nel quartiere. Sempre pacata, silenziosa, lenta.

Apre la finestra e si porta fuori. Si poggia alla ringhiera e comincia a guardarsi intorno con aria vagamente distratta.
Il cielo è azzurro, una sensazione di fresco l’assale e nel silenzio assoluto del mattino domenicale si muove solo il vociare di animali in volo. Nitido e variopinto come non mai. Un frullare d’ali improvviso, si erge vigoroso nella mischia armonica del cinguettio dei passeri. Il fischio di un merlo –TCIUC TCIUC; TCIUC TCIUC - sembra richiamare tutti all’appello, in un’ ipotetica conta dei presenti; in volo si alza il garrito lontano delle rondini e il cicaleccio aspro delle gazze, messe in minoranza, sembra introdurre l’abbaiare lontano di un cane.

Tutti presenti. Sempre più numerosi. Si riappropriano dello spazio naturale, nuovamente ospitale. Quell’ultimo verso lo ha riportato a terra. Sposta lo sguardo in direzione della donna e la vede volgere la testa verso di lui. Solleva appena il braccio, per un timido saluto, quasi che tema di essere inopportuno, mentre sussurra il suo - Buongiorno- come se lei fosse lì accanto e potesse sentirlo.

Lei gli sorride, solleva il braccio e… risponde. Le vede muovere le labbra e distintamente legge - Buongiorno a lei.

Improvvisamente risuonano le campane.

Uno, due, tre… sette rintocchi. Sette delicati rintocchi.

Sono le sette.

Che razza di campana- pensa lui- sembra un carillon. E riporta lo sguardo verso di lei che è nuovamente distante.

Chissà a che pensa - pronuncia la sua voce, silenziosa.

Il pensiero della signora è altrove. Ora lei si ritrova nel piccolo borgo di montagna in cui trascorreva le vacanze estive, da bambina.

Casette che si arrampicano, strette una vicino all’altra, sulle falde di una montagna spaccata che fa da guardiano ad un lago dalla bizzarra forma di cuore.

La bambina sta aprendo gli occhi al giorno che nasce, accompagnata dal suono di un festoso scampanare. Energico. Tonante.

Le quattro campane della chiesa principale di quel paesino, quella che dava sulla piazza grande, hanno un nome e gli abitanti le riconoscono dal suono.

-Ne’ Cumba’ Da’ avessa esse Marìe’, che suna.

- No no, nun è ess; avessa esse Ciell….

Erano uno spettacolo, quelle enormi campane che si agitavano, scandendo solennemente lo scorrere del tempo fino ad esplodere nella gioia infinita del mezzogiorno domenicale, quando suonavano a festa.

Ci era tornata, in quel paesino, ormai adulta, per una breve incursione nel tempo passato. Era corsa alla finestra, mezza nuda, quando le aveva sentite. Il suo cuore che inseguiva i ricordi, viaggiava nel tempo al ritmo della loro danza maestosa, mentre le vedeva nascondersi e riapparire dalle finestre del campanile. Si era guardata intorno e quella piazza sulla quale si era affacciata era muta e solitaria.

Il palazzo di fronte, abbandonato, sembrava guardarla con ghigni beffardi. Coloro che lo avevano abitato non c’erano più; le sue finestre, senza più vetri, senza persiane, si aprivano come bocche sdentate rimaste senza parole. Le anziane donne, solitamente sedute agli scalini o sulle basse seggiole, a ricamare tombolo o a chiacchierare, erano andate e nessun’altra aveva preso il loro posto.

Il paese si racchiudeva su se stesso.

Il tempo era passato e aveva lasciato le sue impronte su ogni cosa.

Era passato e aveva trascinato con sé la Memoria di quel luogo.

Per la gente che sarebbe arrivata, nulla sarebbe più stato come prima.

Lasciatosi alle spalle il tempo dei ricordi ora lei è nuovamente qui, nel presente di questo tempo surreale. Un tempo che sta drammaticamente divorando la Memoria di famiglie, paesi interi.

Un tempo scandito, nei suoi pensieri, dai ripetuti intrecci di presente e passato. Seduta a quel tavolo, lo sguardo perso nel vuoto, fa i conti con la vita. Il presente recrimina, il passato si giustifica; si scontrano, si riappacificano.

Il presente avanza nuove pretese, impone regole; il passato concede.
Patteggiano.

E si può ripartire. Per costruire altro tempo.

Che buffe campane – dice ad un tratto la signora, ad alta voce, rivolgendosi direttamente a lui - sembra di sentire …
…un carillon - dicono insieme.

Si guardano, sorpresi da quella sincronicità di pensiero e parola; la magia dell’attimo prende il soppravvento e lei scoppia a ridere. Una risata che monta sempre più e ha il suono cristallino di vetri in frantumi, mentre la squassa tutta, in singhiozzi inarrestabili

E mentre ride, lì davanti ai suoi occhi e perde la sua compostezza, la sua sobrietà, la sua eleganza, diventa ancora più bella.

Radiosa.

Ah, se Sara avesse potuto vederla.

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