Giovedì 13 Agosto 2020 | 02:00

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Usciamo dal Provveditorato che è mezzogiorno inoltrato, allentando i nodi delle cravatte e compressi negli abiti delle occasioni importanti che, per una volta, hanno sostituito i pesanti giubbotti in goretex giallo fosforescente che indossiamo sui cantieri. Abbiamo appena concluso un’audizione presso la sede regionale del Ministero delle opere pubbliche, l’ennesima seduta di una conferenza dei servizi per la realizzazione di una nuova strada che, al solito, si è conclusa con parere positivo ed una pletora di prescrizioni che, perentorie ed ambigue al tempo stesso, mirano alla salvaguardia della riproduzione del falco grillaio piuttosto che alla costruzione di sottopassi faunistici, a reimpiantare tutte le specie arboree rimosse ed a progettare un intervento di anastilosi per destrutturare e ricostruire un non meglio identificato ipogeo di datazione incerta che noi avevamo già battezzato, forse sbagliando, come un rudere da rimuovere.

L’invidiabile posizione degli uffici ministeriali ci catapulta sul lungomare. Il contatto con l’arietta frizzante di novembre è addolcito da un sorprendente sole caldo e dall’estesa visione del mare, che si spalanca appena scesa la scala esterna del Provveditorato, riconciliandoci con la natura ed i suoi odori e colori reali e non riprodotti artificialmente su carta da sofisticati plotter.
Sappiamo tutti e quattro ciò di cui abbiamo bisogno e Lino, il nostro collega anziano, che sa quando mettere da parte materiali rocciosi, grotte calcaree e procedure di cui è maestro per guidarci in altre scoperte gustative non meno soddisfacenti, non tarda a lanciare la proposta che è sicuro raggiungerà, questa sì, l’unanimità senza prescrizioni.

Ogni tanto ci regaliamo infatti un pranzo al «Barion», storico circolo che si erge di fronte al Teatro Margherita, laddove il lungomare che si snoda diritto costeggiando il quartiere Umbertino si adatta tortuoso ai contorni della città vecchia. Il nostro anfitrione è socio affezionato da sempre e quando capisce che abbiamo bisogno di un’oretta di pausa, ci ospita lì, nel silenzio del circolo, seduti ad un tavolo da cui sfamare la vista ancor prima che lo stomaco, con la semplice ma unica panoramica del nostro mare. Il resto lo fanno i cibi rigorosamente di pesce che ci servono. Fritture di paranza e moscardini, cozze crude ed a zuppa, carpacci di pesce spada e branzino ed un delicato spaghetto con la cicala greca, accompagnati da vino bianco freddo, ci fanno rapidamente dimenticare il falco grillaio e i suoi accoppiamenti.

Dopo il pranzo che scorre assolutamente tranquillo, segue la piacevole routine di quelle nostre sporadiche ma fondamentali fughe. Una passeggiata sul pontile a guardare le barche altrui, un caffè sorbito in piedi al bar ed un giro nei corridoi vuoti e gradevolmente quieti del circolo.
Per me è sempre un momento particolare, pranzare al Barion, passeggiare in quei locali e fermarmi a guardare i quadri appesi alle pareti, specie quelli che rievocano la storia del circolo, con stampe e documentazioni d’epoca. Ne amo due in particolare e li osservo con attenzione ogni volta. Il primo è una stampa pubblicitaria dell’epoca, saranno stati gli anni 20: una foto ritrae il lungomare di Bari proprio nella zona di ’nderra la lanza, ovvero quello che era il mercato del pesce, con un barcone in primo piano con cinque uomini che fissano l’obiettivo e sullo sfondo quello che era il Barion, all’epoca: un ristorante con la stessa forma dell’attuale ma interamente in legno, collegato alla terraferma da un pontile brulicante di gente e pescatori. Il ristorante si chiamava «Posillipo», come recita la scritta sopra, in caratteri semplici «Dove si mangia bene a Bari? Al Ristorante Posillipo». L’altra stampa raffigura il progetto per il nuovo ristorante da realizzarsi in pietra e mattoni che risale al 1930 ed è firmato dal celebre Dioguardi, progetto futurista di un grande architetto che in realtà vedrà la luce solo molti anni dopo nel dopoguerra, quando effettivamente divenne la sede dell’attuale Circolo.
Fino ad allora era il Posillipo che, con la sua ardita struttura in legno occupava proprio la fine del terrapieno realizzato sotto il giardino del Teatro Margherita e che con il pontile finale ospitava anche il celebre stabilimento balneare «Filoscene». Dal terrapieno, passando per l’ampio giardino Margherita, si accedeva alla città vecchia ed alla polverosa stradina che saliva su per la muraglia che d’estate diventava meta delle passeggiate dei baresi che convergevano poi sul «Kursaal Posillipo»: il punto di riferimento della gastronomia barese oltre che del cabaret e del teatro. Ecco, guardare quelle stampe ed affacciarsi poi sul lungomare attuale e provare a ricostruire quelle scene, immaginare la vita all’interno del ristorante mi da un senso particolare di serenità e di calore, pur in una sottile nostalgia.
Già, perché il «Posillipo», quel ristorantino in legno sul mare, era il regno di zio Peppino, lo zio di mia nonna, e io sono cresciuto non solo con i racconti e le leggende ambientate in quel posto, ma anche maneggiando stoviglie ornate con l’inequivocabile scritta «Ristorante Posillipo» impressa nell’argento delle posate e dipinta sui raffinati piatti di porcellana bianca, a sormontare un disegno stilizzato del lungomare.

La nostra famiglia è sempre stata legata a filo doppio al cibo ed alla ristorazione e noi tutti, da subito, ci siamo abituati ad una serie di riti ed abitudini. Da piccoli, arrivando a casa dei miei nonni, ancor prima di toglierci il cappotto correvamo a prendere delle fette di pane che, spennellate di olio dalla nonna, ponevamo sulla piastra di ghisa della stufa a cherosene, potendoci gustare poco dopo delle buonissime bruschette. I pranzi di Natale e Capodanno, poi, erano un vero e proprio culto: in più di venti persone attorno alla tavola che, seppure in una stanza angusta, veniva apparecchiata di tutto punto, con tovaglie e vasellame, bicchieri e posate d’argento tutte rigorosamente marchiate, pronta ad ospitare i piatti della tradizione e non. In genere alla Vigilia di Natale il menu era quasi obbligato: sperlunghe di frutti di mare crudi, inclusi i misteriosi taratuff ed i vietati datteri, insalata di mare cotta, spaghetti col sugo delle anguille, capitone in varie forme e baccalà fritto, tutto o quasi cucinato da nonna. Il giorno di Natale, invece, toccava a nonno deliziarci cucinando piatti prelibati ed originali, che ancor oggi stento a dimenticare, quali delle storiche tagliatelle regina, dei ravioli multicolori ed un tacchino ripieno di castagne. Nonno e nonna, del resto, si erano incontrati e conosciuti proprio nel ristorante «Posillipo» quando, ancora minorenni, lui imparava il mestiere facendo l’aiuto cameriere e lei dava una mano alla famiglia rammendando tovaglie o facendo pulizie in cucina.
Esco dal Barion immerso in questa nuvola di ricordi, e pensando a nonna, scomparsa proprio due mesi fa, decido di non tornare in ufficio e andare invece a salutare nonno. A novantun anni compiuti sta ancora bene, lucido, sempre pronto a raccontare e parlare anche se la mancanza della nonna, compagna di vita per più di settant’anni, gli ha irrimediabilmente coperto gli occhi con una patina di malinconia. Mi accoglie con sorpresa, inevitabilmente contento di vedermi, specie adesso che passa le sue giornate ricordando in silenzio e guardando la televisione ad un volume stranamente basso visto che, per i suoi problemi di udito, ha da sempre costretto tutto il palazzo dove vive ad ascoltare il telegiornale alle otto della sera. Spegne la sigaretta nel portacenere, la sua immancabile MS che ha ripreso a fumare da due mesi, e mi offre un bicchiere di vino rosso e qualche pezzetto di formaggio e salame, immancabile aperitivo, anche alle tre del pomeriggio. Vederlo mi fa un certo effetto, così indifeso e stanco, lui che è stato uno chef ed un maitre di sala, che ha lavorato in ristoranti di mezza Europa e che con orgoglio ci raccontava di aver servito spesso il whisky a Gary Cooper o le ostriche a Ira Furstenberg: lui che è stato anche un nonno austero, quelle rare volte che con i nostri genitori andavamo a pranzare nei ristoranti ove lavorava e non potevamo assolutamente dare il minimo cenno di insofferenza alla tavola. Dopo una mezzoretta mi alzo per salutarlo e lui, inaspettatamente mi chiede un favore: andare in campagna nella loro casetta oramai in disuso che sta per essere venduta a togliere un po’ di cianfrusaglie che sono ancora lì e che nessuno ha recuperato dopo la morte della nonna. Non mi esalta l’idea ma non posso dirgli di no: il posto dista appena una mezzoretta.
Ci vado subito.

Mi metto in macchina col pensiero inevitabile ancora ai nonni, a quella che deve essere stata la loro vita, a quanto di quella vita purtroppo non ci rimarrà come memoria palpabile ma solo come racconto da tramandare. Lui dopo aver lavorato nel Posillipo partì per la campagna di Russia, inviato al fronte come tanti altri ragazzi: poi quando tornò la sposò e mise a frutto l’esperienza per diventare lo chef che noi abbiamo conosciuto. Penso a quel che poteva essere e non è stato, quel bellissimo ristorante, il Posillipo, bene di famiglia che non poté essere curato ed accresciuto come meritava. Zio Peppino morì senza figli e nessuno ebbe il coraggio o la possibilità di continuare. Così il Posillipo rimase ristorante di famiglia solo nelle posate, nelle tovaglie e nei piatti che quasi tutti i nipoti riuscirono a portarsi via come eredità o anche solo come souvenir. E di storie, il Posillipo, ne ha viste davvero tante specie da quando, di fronte, aprì al pubblico il 5 settembre del 1910 il Varietà Margherita, che ebbe notevole successo con la sua formula all’avanguardia, ballerine, comici e cantanti che riempivano ogni sera il Teatro. La sera del 20 luglio 1911 dopo un grande spettacolo con nomi di grido come la «gran stella italiana» Bianca Aurora, la cantante napoletana Fulvia Musette, la canzonettista Gemma Iuvas e la divetta Pervink Dinorah, mentre gli artisti si trattenevano al Posillipo, verso le tre dello stesso mattino, fu proprio un giovanissimo Zio Peppino che per primo si accorse di un bagliore all’esterno. Erano delle spaventose lingue di fuoco che stavano divorando il Margherita, distruggendolo del tutto e con esso, anche tutti i costumi di scena e gli strumenti.

Il Teatro fu ricostruito, zio Peppino prese presto in gestione il ristorante che divenne in breve luogo preferito dagli artisti e dagli spettatori per intrattenersi dopo i magnifici spettacoli.
Guido serenamente, attento alla strada, ripensando a questi racconti e al mio preferito, quello che avvicinava così tanto il Posillipo e la mia famiglia alla storia, quella con la S maiuscola.
È il «Venerdì 6 settembre del 1934 nel porto di Bari, alle 8 precise, S.E. il Capo del Governo, salutato da 20 colpi di cannone, sbarca dalla nave Aurora e con fare agile e svelto prende posto su un veloce motoscafo che lo conduce alla banchina di fronte alla Capitaneria di Porto. Benito Mussolini è qui! Il Duce, il Capo Supremo, il Condottiero, è a Bari. L’alba attesa non è ancora spuntata al di là del mare appena mosso e già nella città, che non ha dormito e che ha vissuto l’ansia sollecitata dai grandi eventi umani, vibrano i segni augusti della giornata memoranda che verrà». Questo è il breve ma roboante inciso agli articoli che la Gazzetta all’epoca dedicò all’avvenimento.

Quel giorno Mussolini rende visita alla città di Bari per l’inaugurazione della V Fiera del Levante: l’intera Puglia, che fin dall’anno prima sa della visita del Duce, ha preparato l’evento nei minimi particolari. Il Duce, raccontano le cronache, alla testa di un corteo di macchine attraversa tutto il lungomare sino alla Fiera passando tra due ali di folla festante e commossa che agita le braccia ed i fazzoletti. Una lunga e minuziosa visita alla Fiera e poi una capatina al palazzo del Governo. Di tanto in tanto la straboccante folla richiama il Duce che si affaccia al balcone e la saluta.
1) Continua

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