Lunedì 01 Giugno 2020 | 08:46

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Piero Fabris

Sono passate tante lune da quando mi chiedesti di scrivere qualcosa su questo tempo di reclusione. Chiusi in fretta la comunicazione con te quasi infastidito e corsi a rifugiarmi tra le quattro mura tentando di dimenticare il mondo esterno. La separazione e la distanza dagli altri mi faceva sentire al sicuro.

Barricarsi è una reazione immediata, quasi istintuale con la quale ci difendiamo da ciò che è esterno. Mi raggomitolai tra i sapori della cucina e i cuscini della comodità dimentico di tutto e tutti, tanto dopo un paio di settimane la metropoli sarebbe tornata alla normalità. Non ci volle molto tempo, perché mi sentissi in apnea, mi bastò fare una sosta tra il soggiorno e lo studiolo, per essere travolto dal silenzio. Una anomalia insopportabile! Chi vive nel frastuono non immagina cosa voglia dire quell’atmosfera, percepisce solo l’assenza di qualcosa e sente di essere in alto mare. Mi accorsi allora che le strade erano mute. La città sembrava imbavagliata, attonita, travolta improvvisamente da una tempesta di sabbia, vittima di predoni invisibili, la vedevo affiorare come uno scheletro. Il silenzio imperante fa paura, mi sentivo nella stiva disabitata! Tentai di riempirla accendendo radio, televisore a tutto volume per distrarmi con la confusione, ma dal Silenzio non riuscivo a distrarmi. Non vi è via di fuga, ero in trappola tra le saracinesche abbassate come palpebre chiuse tra pareti pallide.

Una cosa è parlar di Silenzio, un’altra è esserci dentro. E’ una dimensione alla quale non ero allenato. Avevo bisogno dell’alito della gente come della brezza di primavera. Tutto può diventare buio e incerto in un attimo ed è allora che l’immobilità di una casa comoda diviene tormento. Cercavo balconi come canali d’ossigeno per un contatto che vada oltre la finestra e finivo col desiderare persino la pioggia, capace di trasformare le strade in navigli. E intanto tutto scorreva senza cambiare la staticità viziata delle cose e le stanze sembravano restringersi, mentre mi allargavo ingurgitando di tutto nel tentativo di riempire la burrasca delle paure. Non si può fuggire dal mare di vuoto! Le pareti scure dell’incertezza divenivano specchi, miniere ed esofago per entrare nell’orrore di se stessi. Ero solo e sospettoso di ogni ombra e dei vicini di casa: gli altri come potenziali untori! Quante volte, guardando il mio viso senza trucchi al mattino rimuovevo le ciocche grigie che ondeggiavano tra le rughe del tempo. Mi facevo ribrezzo e correvo a tuffarmi nel divano sperando di scavalcare la noia con un tuffo nelle finestre virtuali o televisori, assetato del calore umano, ma l’eco e stramazzante di certi programmi di intrattenimento mi nauseava e così spegnere certi schermi invadenti diveniva una necessità. Mi facevano compagnia le video chiamate o i social sui quali mi ripiegavo ripetendomi continuamente: Distanti ma vicini! …per non infettarci, ma certe frequenze divengono tristi piazze virtuali e virali, cosicché spegnere tutto era un bisogno fisiologico. Il dialogo è incontro di sguardi e tepore non solo trasmissione di concetti e a una radio non dici: «Taci! Piove nel pineto». Un elettrodomestico puoi solo spegnerlo o staccarlo dalla corrente elettrica per impedirne il flusso di elettroni. Tu mi chiedevi di scrivere su questo tempo di reclusione forzata, ebbene mi ha costretto a ritrovarmi da solo con me stesso, davanti al pronao dell’interiorità. Ho preso dei libri, ho cercato dei giornali, delle riviste e mi sono curvato sulle pagine ingiallite e quelle bianche. Le lettere scure erano solchi profondi di un percorso meraviglioso nei quali mi perdevo, anzi sono precipitato.

Erano zattere di sopravvivenza nelle quali ho trovato rivoli sotterranei di saggezza. Riaccendere un dialogo con se stessi è un’arte nella quale ho potuto ritrovare i bandoli di una matassa e ne ho un ricamo di bellezza. Certe notti fanno paura e si dimentica di sollevare gli occhi verso le costellazioni. Sono tele di sipari abbassati. Avevo maledetto questo tempo che mi aveva barricato tra fasce rosse ad alto rischio. Un giorno mi sono affacciato al balcone di casa alla ricerca di un contatto autentico con la gente e tra le bandiere appese alle ringhiere ho visto un bimbo che giocava con delle bottigliette messe in fila, aggiungeva acqua, la toglieva e con una bacchetta le faceva tintinnare. Nel silenzio ho udito quelle note e ho ascoltato il futuro. Ho fatto silenzio per comprendere quei suoni che tentava di accordare. Ho chiuso gli occhi per concentrarmi e ho lasciato che suoni e brezza mi avvolgessero. I profumi dei fiori del mio balcone giungevano delicati e ho riflettuto sul valore della diversità grazie a un esercizio giocoso. Noi adulti viviamo del disincanto e volgiamo lo sguardo altrove, perché siamo pragmatici, ma dall’altra parte su un vetro delle manine appiccicavano un arcobaleno pasticciato con scritto: Insieme. La spontaneità dei bimbi è disarmante. Mi sento povero perché non lavoro, ma in un attimo mi sono sentito una goccia che sente la forza della coesione, per un attimo in armonia col pianeta che gira su se stesso e intorno al sole. Ho benedetto questo tempo che mi ha obbligato a fermarmi nel deserto di tanta presunzione e aiutato a ridare valore a ogni singolarità. In un attimo di stanchezza, una tregua per riossigenarmi, mi ha dato la forza di tirare su l’àncora della Speranza e di guardare oltre la tempesta alla ricerca di umanità tra lupi di mare.

Leggendo ero finito in un pozzo profondo e buio, ma dal basso ho alzato lo sguardo e il tuo invito a scrivere aveva un senso, la tua pagina bianca di giornale può essere una stella nelle tenebre, può essere una vela per chi non perde la bussola della buona volontà cerca il porto del bene comune che è ricevere abbracciodi serenità. Non so se sono un uomo nuovo, ma in questa guerra che ci chiude in un bozzolo di risentimenti vorrei trovarmi in un prato di ali variopinte. Questa è una colonna di inchiostro. Tu sai che una colonna è sostegno per guardare lontano oltre le tenebre che vogliono separarci in una tempesta di linguaggi.

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