Venerdì 05 Giugno 2020 | 09:17

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È ancora notte mentre vengo giù dalla scarpata. L’Arco di Chiantedda, sotto il quale ho sostato qualche minuto, è già scomparso alle mie spalle. Profumo di mirto, sassi che rotolano, arbusti e rovi. Illumino con la torcia quel poco che è rimasto del sentiero originario, avanzando tra i cespugli con un vecchio bastone regalatomi da Pietro, un amico contadino che di queste contrade mi ha raccontato storie e riti. A questa stessa ora dall’Arco di Chiantedda, un rudere in pietra che emerge dalla sterpaglia, partivano cinquant’anni fa decine di braccianti che dai paesi vicini si ritrovavano su questi colli per scendere verso la piana di ulivi secolari che si estende tra Fasano e Ostuni, dove li attendeva la giornata di lavoro, ‘a jurneta. Uomini che procedevano nel buio facendosi luce con lanterne e fiaccole, accompagnati dal canto delle donne. Il canto sommesso che si diffondeva nelle tenebre e le fioche luci che si muovevano nella macchia, sono immagini che evocano transumanze e riti contadini.

Oggi, calpestare queste pietre, è come risvegliare lo spirito di quei braccianti. Quando raggiungo il fondo del pendio, le prime luci dell’alba si sono già posate sulle masserie isolate, sui cespugli di lentisco e ginepro, e sull’intera pianura che si stende davanti a me in tutta la sua vastità, spengo la torcia. Era in questa terra rossa e dura che i contadini con il dorso piegato affondavano il vomere, schiene di uomini e buoi che tiravano e spingevano, mentre le donne con le mani nella polvere, raccoglievano le olive cadute per riempire i panieri. – I ‘uocchi a u panarieddu! – gridava il massaro mandato lì a sorvegliare. Sul terreno ormai pianeggiante, mi fermo a far colazione, un po’ di pane, dei pomodori, una cipolla: il pasto frugale che i braccianti consumavano a metà giornata accovacciati per terra.

Sono seduto per terra anch’io, circondato dal frinire delle cicale e da un’infinità di papaveri. Fiori dai petali delicati e impalpabili e nel contempo di un violento color scarlatto, i papaveri hanno l’umiltà dei fiori di campo, i fiori che nessuno raccoglie. Con il levarsi del sole, la scarpata rocciosa che poco fa ho attraversato nel buio, è diventata un’altura indistinta nella caligine; intorno solo ulivi monumentali e le antiche storie raccontatemi da Pietro che senza sosta continuano a riaffiorare.

Assieme a uomini e donne che scendevano nelle campagne per la giornata di lavoro, c’erano anche bambini. Ragazzetti di dieci anni che seguivano i genitori fin qui, per spietrare i terreni e caricarsi la cesta piena di sassi sulle spalle ancora minute, avanti e indietro per tutta la giornata. Tra un carico e l’altro i loro occhi vivaci si posavano sulle forme antropomorfe degli ulivi, sui tronchi contorti che sembravano fauci spalancate di giganteschi mostri e che facevano correre la fantasia ben più delle loro magre gambine.

Essere circondato da questi alberi monumentali censiti e numerati dal corpo forestale, mi porta a riflettere sulla scala temporale delle piante, così lontana da quella che quotidianamente viviamo. Penso al tempo impiegato dall’ulivo che ho di fronte, il numero 0998759, per assumere l’aspetto attuale, ritorto su se stesso e tutto allungato verso Sud. Il piegarsi del tronco al vento di tramontana, il lento biforcarsi di una radice o la nascita di un bubbone dovuta a una potatura, sono processi avvenuti in centinaia di anni, attraverso una misura del tempo vegetale che non siamo sempre in grado di percepire, ma che ci riporta inevitabilmente alla caducità della nostra esistenza. Il sentiero si è ormai perso, mangiato dall’erba e dai sassi.

La colonia di ulivi mi appare ora come un territorio inesplorato, affrancato dalla presenza dell’uomo, dove avanzo piano sentendomi quasi un intruso. Dai cespugli sbuca improvvisamente una volpe: lunga e magra, trotterella veloce intorno agli alberi, ritorna sui suoi passi, si blocca, annusa qualcosa, si guarda intorno, riparte. Ha fame. Poi si accorge di me e in un lampo si dilegua. Pur essendo un animale che da quando abito in Puglia mi capita di vedere con una certa frequenza, l’incontro con una volpe mi lascia ogni volta rapito. C’è qualcosa che va oltre alla sua fama di ladra, di animale opportunista, e incrociarla anche solo per qualche istante apre uno spiraglio su un mondo selvatico e fiabesco da tempo caduto nell’oblio. Proseguo il mio cammino sotto un cielo immenso e vuoto, tra alberi di ulivo a perdita d’occhio e il biancore di qualche masseria in lontananza. La maggior parte di queste costruzioni, risalenti al XVI secolo, come Spetterrata, Scategna, Purgatorio, Montenapoleone, hanno abbandonato la loro origine agricola per trasformarsi in B&B, hotel a cinque stelle, o agriturismi frequentati dalle comunità vegane. Una delle poche a non aver ancora subito questa radicale metamorfosi è Giannecchia, verso la quale mi sto dirigendo ora, muovendo in direzione nord-est per una decina di chilometri, lungo strade interne seminascoste e sterrate. A parte un trattore e un’autobotte, non ho ancora incrociato nessuno. Provenendo dalla contrada Pezze di Monsignore si è costretti ad attraversare la SP5, ed è un centinaio di metri dopo averla superata che inizia a delinearsi, a ridosso delle alture, Giannecchia, bianca e solitaria.

È l’imbrunire quando entro nel piazzale dove fino a qualche decennio fa – mi racconta il massaro – viveva insieme al porcaro, al pastore e allo stalliere, tutti accompagnati da moglie e figli, il cocchiere privato del proprietario, che dormiva nella stalla su un letto di biada insieme al cavallo. Oltre a questa folta e colorita compagine di esseri umani soggiornavano qui anche le braccianti arrivate da sopra i monti, da Caranna, Tumbino, Marinelli, le femmene da sera fuori, quelle che tornavano a casa solo a fine raccolto. Dalla distesa di ulivi davanti a noi che sta lentamente perdendo i suoi colori, giunge un lontano rintocco di campane. – Fra meno di un’ora sarà buio, meglio radunare gli animali – dice il massaro che a quest’ora tra capre, pecore e maiali, non ha un momento di requie.

Mi congedo da lui per incamminarmi lungo un tratturo che porta a una colonia di ulivi millenari. Avanzo tra gli alberi illuminati da una pallida luna. Mentre cerco un ulivo sotto il quale dormire, il canto dei grilli che giunge alle mie orecchie sembra un’invocazione ripetuta da secoli, un ancestrale richiamo. Tra le radici del numero 0403670, noto un ampio spazio concavo profondo abbastanza da potermi ospitare, una piccola grotta di legno, una mini-suite. Dopo aver sistemato la torcia in guisa di abat-jour e deposto i miei averi del momento, un libro di Patrick Leigh Fermor, una bottiglia d'acqua e una spirale antizanzare, mi stendo sul morbido strato di foglie secche che mi separa dal suolo di terra battuta, lo zaino fa da guanciale. Sdraiato all’interno dell’albero, immagino i contadini che hanno riposato ai suoi piedi o che come me hanno dormito nelle sue cavità. E ai ragazzini che nelle fredde giornate di gennaio lasciavano vicino alla pianta la caldera piena di acqua e pietre ardenti, perché le braccianti si potessero riscaldare le mani. Il senso di tranquillità che provo stando coricato in questo grembo vegetale, ho l’impressione sia dovuto a una sorta di protettivo flusso che giunge direttamente dal sistema nervoso dell’ulivo, come se l’albero fosse consapevole della mia presenza.

Prima di addormentarmi nelle sue legnose profondità, avverto provenire dal buio la remota musica di una festa, l’ultimo suono che sento.

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