Lunedì 01 Giugno 2020 | 08:38

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Ode al buio in un giorno di sole

Chiara Cannito racconta le ansie quotidiane e l’idea di mettere una corona in testa a chi è solo

Ode al buio in un giorno di sole

chiara cannito, scrittrice e anima della Coop. Ulixes

«Quel giorno, seduta di fronte alle carte più stropicciate che sudate, impugnata la penna che sapeva più di muffa che d’inchiostro, Sofia andava decidendo se scrivere al marito, al fratello, alla sorella, alla collega, all’amante o al Corona. Optò per una lettera cumulativa e cominciò. «A mio marito che da anni è in grado di regalarmi una vita serena, fatta di piccole ma deliziose comodità, auguro la dolcezza delle abitudini, perché è nella ripetitività delle sue cure la forma più alta e pura del nostro amore.Ritorno al carrello.Al mio fratellone che non la smette di correre e macinare strada sotto i piedi, auguro di affrontare la maratona e di vincerla, perché lui ha sempre pensato alla vita come a un ingranaggio perfetto, dove oltre ai quadricipiti era importante allenare i pensieri e tonificare i sentimenti. Ritorno al carrello. Alla mia sorellina che smanetta in cucina e impasta e mescola manicaretti di ogni genere, auguro di partecipare a tutti i cooking show e di vincerli perché solo lei sa cosa significa far lievitare i ricordi dell’infanzia. Ritorno al carrello. Alla mia collega, imperterrita ebanista della parola, capace di travolgermi con le sue tarsie linguistiche, auguro di vincere tutti i premi più prestigiosi, di stregarmi, di andare su tutte le bancarelle e di giungere, verbo dopo verbo, fino a Stoccolma. Ritorno al carrello. Al mio amante che mi fa cavalcare le onde del mare e sprofondare negli abissi del cielo, auguro di ubriacarsi di luce e di colori perché ogni arcobaleno è una fatalità benedetta da Dio. Ritorno al carrello. A Corona? Beh, la corona, quella bella, vorrei metterla in testa ad ognuno di loro perché di regni da augurare e di troni da custodire ne abbiamo indubbiamente tanti».

Ritorno al carrello. Silenzio. Si fermano le parole pronunciate sotto dettatura, si arresta il suono dei martelletti della macchina da scrivere sulla carta. Se ci penso è proprio quello che piace a Sofia: il suono della parola che prende vita, il tintinnio dell’inchiostro che riempie lo spazio bianco. Una danza in piena regola: al ritmo dei pensieri la melodia della composizione. «Ho finito. Allora Iolanda riponi pure nel cassetto». «Certo signora Sofia». Giro il rullo e tiro fuori il foglio dalla macchina. Poi aiuto Sofia a sistemarsi sul letto. Apro la finestra perché lei vuole sentire il calore del sole sul viso. Sistemo lo scritto nel primo cassetto a sinistra della scrivania, in pregiato noce massello, che fronteggia il letto. Trovo un secondo scritto, scritto il giorno prima, evidentemente con l’aiuto dell’altra assistente sanitaria, Greta. Lo prendo in mano e leggo. Lo faccio furtivamente perché per leggere un scritto di Sofia devi avere il suo permesso. Lei, Sofia, è già tornata al suo sonno, buio come del resto buie sono le sue giornate. «Quel giorno, seduta di fronte alle carte più stropicciate che sudate, impugnata la penna che sapeva più di muffa che d’inchiostro, Sofia andava decidendo a chi scrivere, forse, la sua ultima lettera. «A questo letto che mi coccola come un marito fedele da dieci anni chiedo di avere pietà della mia pelle flaccida, dei miei capelli bianchi, dei miei seni cadenti.

A mio fratello, femore rotto in un pomeriggio d’estate, rimasto così come il moncone della famosa tela di Picasso – perché “il calcio del suo corpo si è preso una bella vacanza” disse il medico – chiedo di avere pietà della mia corsa interrotta. A mia sorella insulina senza la quale non potrei più neanche principiare il respiro quotidiano, dico grazie dal più profondo del cuore: se ancora mi è concessa la gioia di un tozzo di pane fragrante, di un piatto di pasta al dente e di un dolce – “senzapannamiraccomando” come dice il medico – lo devo a lei. Alla mia fedele Remington, collega di battute e di cadute, trovata da quell’antiquario a Londra, a lei che mi accompagna da trent’anni, chiedo di avere pietà, per tutti i progetti mai portati a termine, per tutti i premi mai ricevuti, per tutti i libri mai stampati. A te, buio, amante discreto e segreto, che mi tieni avvinghiata da cinque anni avidamente a queste spire tenebrose, chiedo di aver pietà della mia paura, e della paura di avere nuove paure. Ho imparato ad amare te quando cieca è diventa la mia follia, cieca la mia rabbia, cieca la voglia di mettere fine a tutto e perdermi in quella cecità che mi veniva data – come premio o punizione ancora non so – per la vita a seguire. A te virus, che ti insinui tra i polmoni e togli il respiro e sei più invisibile dell’invisibilità a cui la vita mi ha condannata qui paralizzata in questo letto, io chiedo di avere pietà delle nostre solitudini e di aiutarci a fare la cosa più difficile. Ascoltarci e stare soli con noi stessi”».

Alzo gli occhi e rimango a fissarla, impotente e triste. (Dedicato alle persone malate per le quali questi giorni rappresentano l’infittirsi delle maglie di una gabbia invisibile).

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