Giovedì 13 Agosto 2020 | 02:36

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Nicola Miglietta, racconto a Bari vecchia

Uno scorcio di Bari vecchia, teatro del racconto

Sono rientrato nella mia città di origine lo scorso fine febbraio. Ho preferito viaggiare in auto per portarmi via le ultime cose rimaste nella mia casa natia ubicata nella Città Vecchia di Bari. Sto seguendo gli ultimi preliminari di vendita di essa dopo la scomparsa dei miei genitori. Il mio lavoro e la mia famiglia sono a Nord. Non ci tornavo dalla scorsa estate.

Prima che questa maledetta pandemia sconvolgesse il mondo e mi rintanasse in casa, avevo fatto in tempo a fare la lunga e immancabile passeggiata nel mio quartiere. Ogni volta è sempre una bella emozione camminare tra le strade e le viuzze che compongono il fitto labirinto di questa casba. Faccio finta di essere un turista curioso ed incerto ma, in realtà, so già dove andare, quale strada imboccare e rimango sempre affascinato dalle innumerevoli «corti» ed «edicole sacre» che, come pietre preziose, adornano ed abbelliscono questo bel gioiello della nostra Città.

Certo, negli anni settanta e ottanta l’atmosfera era diversa, era una zona off-limits, c’era violenza e i baresi, avevano paura e non si permettevano di oltrepassare certi confini.

Per fortuna le cose cambiano, ora è diverso, la Città vecchia è piena di turisti, molti baresi l’hanno scoperta e, da alcuni anni, è centro della movida cittadina ed accoglie tutti seguendo la sua vocazione che nell’antichità l’ha sempre contraddistinta. Rimane ancora una zona, quella di S. Pietro per chi la conosce, che è rimasta tale e quale come una volta.

Ci sono degli scorci bellissimi e non puoi sfuggire al profumo del ragù che si irradia delle viuzze e ti avvolgono procurandoti languorini inaspettati. Quanto è bella questa città nella mia città!

Mentre scendevo Via Venezia ed imboccavo Piazza del Ferrarese ho intravisto una coppia con un bambino. Erano Gianni e Cinzia, i miei amici di vecchia data. Con loro son cresciuto, ho frequentato le superiori e l’università, eravamo inseparabili, frequentavamo la stessa comitiva di amici, condividevamo i sogni, le emozioni e le ambizioni. Col tempo però, sia io che Gianni, iniziammo a provare un nuovo sentimento nei confronti di Cinzia ben diverso di una vera amicizia. Nacque tra noi una competizione accanita fatta di colpi a sorpresa e sotterfugi velenosi. Ebbe la meglio Gianni su di me, Cinzia diventò la sua ragazza e, successivamente, sua moglie.

Non ho mai accettato questa sconfitta ma, col tempo, mi son fatto una ragione e, durante questi anni, ho sempre cercato di mantenere una falsa amicizia fatta di messaggi o chiamate di auguri per le feste comandate. Il momento più brutto ed antipatico per me è stato il giorno del loro matrimonio durante il quale ho indossato la maschera dell’attore recitando la parte del buon amico nella veste di testimone di nozze. Loro mi hanno visto, non potevo voltarmi e scappare alla chetichella, gli sono andato incontro e ci siamo salutati. Gianni ha voluto a tutti i costi offrirmi un aperitivo e, per non essere freddo e distante ho accettato e ci accomodammo in un bar vicino.

Abbiamo affrontato vari argomenti soprattutto del nostro lavoro e delle nostre famiglie. Mentre chiacchieravamo, non son riuscito a distogliere il mio sguardo dagli occhi di Cinzia, gli stessi occhi che mi avevano rapito e fatto innamorare di lei. Lei ha partecipato alla conservazione sorridendo e commentando scherzosamente episodi del nostro passato. Il tempo non l’ha cambiata, la sua voce e il suo gesticolare sono rimasti gli stessi di un tempo, man mano che trascorreva il tempo, è cresciuto in me uno stato di imbarazzo e di malessere che ho fatto fatica a controllare. Cinzia ha evitato di farmi domande sul perché non avessi mai risposto ai suoi messaggi e alle sue chiamate. Lei ha mostrato interesse alla mia vita privata di marito e padre in una città lontana e con una mentalità diversa dalla nostra.

Finalmente il mio strazio stava volgendo al termine, entrambi hanno avuto fretta di lasciarmi e ci siamo salutati con la promessa di mantenere ancora vivo il nostro rapporto di amicizia.

Mi son allontanato da loro senza voltarmi, questo incontro mi ha sconvolto e mi ha turbato profondamente. Ho cercato subito rifugio nella mia casa vuota e silenziosa e, nel frattempo, la pandemia galoppava e l’incubo della quarantena si avvicinava.
Il giorno dopo ho ricevuto un messaggio da Cinzia, ha dato enfasi al nostro incontro e ha sottolineato l’importanza del ruolo che ha avuto il destino facendoci incontrare di nuovo dopo molti anni. Dopo queste parole, ho avuto coraggio e le ho risposto così: «Ancora oggi, dopo molto tempo, ho difficoltà ad affrontarti e guardarti negli occhi e dirti le parole che ho custodito gelosamente nel mio cuore e ad esternarti quello che provo realmente nei tuoi confronti. Forse è meglio che io le scriva adesso e chissà, quando le leggerai, rimarrai sorpresa o, semplicemente, avrai delle conferme di quello che hai sempre pensato di me e sorriderai. In passato è stata la volontà della mia razionalità che ha avuto la meglio su quella del cuore, ho avuto paura di sbagliare, di rovinare tutto con un gesto ingenuo. Dopo tutti questi anni sei riapparsa daccapo e, il mio fuoco interiore, che credevo si fosse assopito, si è riacceso improvvisamente iniziando a divorare la mia esistenza. Il destino è beffardo! Ero convinto che questo mio sentimento di amore e questa mia attrazione nei tuoi confronti si fossero dileguati nel tempo o che fossero il frutto di una semplice infatuazione passeggera; invece no, sono un povero illuso e rimango solo a parlare con me stesso in questa tiepida sera di primavera, in una casa vuota e in una città impaurita, accompagnato dal ticchettio della mia tastiera e dai frenetici pensieri che crogiolano nella mia testa.

«Ho imparato che i sentimenti non esternati, quando sono forti e veri, non riesci mai a sopprimerli, rimangono dentro di te e non vedono l’ora di uscire. Sono stato sempre innamorato di te! Sono convinto che i miei sentimenti che provo per te e le mie parole non cambierebbero nulla, non servirebbero a lenire le ferite del mio cuore, perché sarebbe una cosa impossibile; perché è più sopportabile il peso di un rammarico per non «averci provato con te» che andare incontro ad un’inevitabile delusione. Preferirò soffrire in silenzio e continuare a stare male ogni volta che t’incontrerò perché so, che dopo poco, te ne andrai via di nuovo.

«Sarò impotente quando non potrò aiutarti; non ti darò una carezza quando soffrirai. Non immagini quante volte ho provato a cancellarti prima di andare dormire...».

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