Martedì 02 Giugno 2020 | 13:39

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Un’eroina chiamata «Anna portabandiera»

scorcio di Bari vecchia

Periodo di grandi travagli sociali quello degli ultimi anni dell’800. Moti popolari si succedevano in tutto il regno impoverito da anni di guerre e, per ultime, dalla battaglia doganale con la Francia e dalla guerra coloniale in Africa.

Anche a Bari, pur vivace per commerci ed industriosità, la classe popolare risentiva di povertà diffusa e privazioni. In compenso l’aprile era mite, la Pasqua era passata festosa, ed intorno alla cancellata della Cattedrale sciamavano gruppi di bambini vocianti. Il fornaio della zona, Noffrine Fanelli, detto vagghije vagghije, dopo aver infornato centinaia di scarcelle e taralli, aveva, da pochi giorni, festeggiato con grande sfarzo le nozze di suo figlio.

Era un lunedì quel 25 aprile 1898, e Anna Quintavalle , sposata Lopriesto, dai più conosciuta come Janne la mosce, nomignolo che ricordava i segni del vaiolo sul viso, una popolana animosa e poco più che ventenne, ogni tanto si affacciava sull’uscio della sua modesta abitazione per controllare cosa facessero i suoi due figli maggiori, di 3 e 4 anni, ed anche per verificare che finalmente si stagliasse nel vicolo la sagoma di Franghine, il marito ferroviere di cui aspettava il ritorno.

In breve dovette accorgersi che anche a Bari stava per scoppiare un moto popolare. Infatti, improvviso, si levò un vociare più intenso, inconsueto, quasi un clamore. Istintivamente richiamò i bambini e rientrò in casa. Fuori le voci si trasmutavano in grida e la folla iniziava ad accalcarsi. Il pensiero corse a suo marito, a quel modesto matrimonio festeggiato meno di sei anni fa, al loro amore. Temeva per lui, ma ben presto le nubi della preoccupazione si diradarono, lasciando il passo alla serenità che proveniva dalla vista dell’amato.

«Bonasere Franghine, cci jà s’ccisse?», chiese Anna dando piccoli colpi ai vestiti dell’uomo per far disperdere la polvere di carbone depositatasi. «Non u sacce, pure menze o corse, nnanze all’acque du Serine, stonne a fa la jose, discene ca non pot’ne mangià, ma nu mo’ mangiame cudde e muerse ca t’nime, và».

E così fu. Chiusi nel loro basso, incuranti di quel che accadeva, di una rivolta sedata prima di sera mettendo la città in stato d’assedio, ed ignari della torpediniera Etruria, ancorata fuori del porto, pronta a bombardare sia la città vecchia che quella nuova, benedissero il frugale pranzo, recitarono la consueta preghiera di ringraziamento e sedettero tutti a tavola.

I clamori diminuivano per lasciare il passo ad un silenzio inconsueto, militari passavano di ronda per strade e vicoli, non si udivano nemmeno le usuali comari ciarliere e la cantina di «u muerve» era più silenziosa del solito.

Nell’unica stanza ormai in penombra, dopo avere spento il lume ad olio, addormentatisi i bimbi, anche i due si assopirono sopraffatti dalla stanchezza.

L’indomani passò sereno, anche se Bari appariva militarizzata. I minacciosi cannoni dell’Etruria erano sempre puntati verso l’abitato, ma sembrava che le solite attività avessero ripreso il loro normale corso e che lo spiegamento di forze avesse dato i suoi frutti. I bimbi nuovamente sciamavano lungo la strada del Carmine, e Anna decise di recarsi al mercato di fronte al castello, nella piazzetta di fronte all’arco alto. Acquistò delle fave per il pranzo, da consumare prima che Franghine prendesse servizio per il turno che sarebbe durato fino al pomeriggio del giorno seguente. Di ritorno decise di rimandare l’acquisto della farina da vagghije vagghije e passò dall’acquaiolo. Rientrata a casa, non tralasciando di sorvegliare i bimbi che erano fuori dall’uscio, preparò la minestra, rassettò casa, allattò l’ultimo nato e mise in tavola il parco desinare.

«Statte bune Franghine», «me raccomanne Janne, acchiamende le pecceninne». E il capofamiglia si allontanò incamminandosi verso la stazione. Passo dopo passo rifletteva su quanto essa sembrasse lontana solo fino a pochi anni prima. In città, all’epoca della sua costruzione, trenta anni prima, ci si lamentava sostenendo che ci volesse più tempo ad arrivare alla stazione che per tutto il successivo viaggio in treno; oggi, pensò, le ultime case quasi la lambiscono. Entrò in stazione, si diresse verso il deposito che stava vicino al fabbricato del dazio. Voci di là provenienti attrassero la sua attenzione e pensò che in fondo quei facinorosi del giorno prima avevano ragione. I dazi immiserivano ancor più la povera gente. Non in pochi casi riducevano alla fame. Con questi pensieri prese i suoi attrezzi e si diresse verso la sua locomotiva.

Il sole tramontava verso San Francesco, l’aria cominciava a farsi frizzante, ed egli non poteva sapere che, proprio in quel mentre, il Consiglio Comunale, orientato dal sindaco Re David, aveva bocciato la proposta di eliminare il dazio comunale sul grano, ma, soprattutto che la notte incombente preparava un giorno che, impensabilmente, avrebbe fatto rimanere sua moglie nella storia di Bari.
Intanto, in città, l’atmosfera sembrava calma, mentre a casa Anna era alle prese con i bambini. Il grande non voleva dormire e lei doveva allattare il più piccolo. Poi si sentirono i passi del lampionaio, pochi imperterriti frequentatori delle cantine camminavano lesti avvolgendosi nei tabarri, i bimbi silenziosi si erano acquietati nel sonno e Anna, con dolce istinto materno poté stendersi abbracciandoli.

Le prime luci dell’alba la colsero ancora addormentata, e la destarono le campane che battevano le sei, mentre, dietro la Basilica, il sole stava sorgendo sul mare. Nella povera e dignitosa abitazione Anna si leva e, dopo qualche abluzione, inizia le faccende di casa, ignara di quel che a breve accadrà. Arriva commara Finella, la vicina dai capelli eternamente raccolti in uno chignon, che terrà i bimbi mentre Janne la mosce si recherà da vagghije vagghije. «Meh, mo’ venghe, c’mmare, graziassà».
Pochi passi dividono la bottega del fornaio dal basso. Anna li copre a passo lesto con gli occhi rivolti verso terra. Solo una voce le fa sollevare il capo. «La mosce, addò sta a scì». La voce è familiare ed amica. «Bollonie, a pigghijà la farine». «Mo’ venghe pure jì». Arrivano alla bottega e trovano dietro il bancone solo la moglie di vagghije vagghije.

«Cce sciate acchijanne» fu la rude domanda della bottegaia, «nu chile de farine» rispose, a tono, Anna. «Menza lire» chiosò la moglie di vagghije vagghije. Anna ebbe un moto di stizza e sostenne che fino al giorno prima la farina costasse 9 soldi. Subito ebbe manforte dalla sua amica Apollonia, anche lei indispettita ed irritata per l’aumento.

La scorbutica commerciante rintuzzò con offese ed in breve le voci alterate delle donne richiamarono altre vicine e, sul fronte opposto, anche Noffrine. Questo ultimo apostrofò pesantemente Anna che per tutta risposta, ricordando il lussuoso e chiacchierato matrimonio di pochi giorni prima, accusò vagghije vagghije di avere speso per esso soldi rubati ad onesti, ma sventurati bisognosi.

Le grida richiamarono altra gente dal vicinato e le fila andavano velocemente ingrossandosi pericolosamente. In un climax di tensione ormai palpabile, più conveniva gente in piazza Cattedrale, più saliva il clamore e più gli animi, solo apparentemente sedati due giorni prima, si scaldavano. Dopo che la furia popolare aveva distrutto la bottega di vagghije vagghije, Anna gridò «ama scì o comune». E la folla inferocita, e per parte anche affamata, imboccò strada Dottula e si diresse verso il Corso. Sulla strada, proprio di fronte al fabbricato dell’Arcidiocesi, c’era una bottega che esponeva una bandiera italiana. Erano tempi di guerre frequenti e della unità d’Italia da poco ritrovata. Il tricolore con al centro lo stemma sabaudo era oggetto di cui esser fieri. Anna lo vide, si trovava nelle prime posizioni del corteo, lo prese ed iniziò a sventolarlo.

La moltitudine di popolani, ormai inferocita ed inarrestabile distrusse gli uffici del dazio e poi, sempre con alla testa Anna che sventolava la bandiera, invase e mise a ferro e fuoco il Municipio. Per finire, i ribelli, memori del voto sul dazio sul grano del giorno prima, decisero di dirigersi alla vicina casa del sindaco Giuseppe Re David, il quale scampò fortunosamente all’assalto ed al linciaggio.
Anna quel giorno fu vista sempre con il drappo tricolore che agitò fiera ed orgogliosa anche in faccia alle dodici compagnie di fanteria ed allo squadrone di cavalleria accorsi per sedare il moto popolare.
A sera tutto tornò alla calma, ed Anna alla famiglia ed alla casa. Dopo qualche giorno il nuovo prefetto Pelloux dimissionò l’amministrazione comunale e la nuova, insediandosi, abolì l’iniquo ed inviso dazio sul grano ed approvò il ribasso del prezzo del pane di ben due soldi. Non furono, però, questi gli unici cambiamenti. Qualcosa d’altro era cambiato nella vita di Janne la mosce.
Compiaciuta e soddisfatta per una sua figlia, per una donna, che si era fatta valere la città la chiamò da allora «Janne portapannere», «Anna portabandiera».

Vessillifera di una società più equa e di un inedito ruolo sociale delle donne baresi.

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