Martedì 02 Giugno 2020 | 14:23

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novelle contro la paura

Quell’ultima festa

E poi dopo il matrimonio una infinita «quarantena»

un bel banchetto

Lunedì 21 aprile 1977. L’ultima uscita prima della segregazione volontaria, l’avevano fatta in occasione del pranzo di nozze di un collega.

L’allegra brigata si era mossa anzitempo, lasciando appunti e note di agenzia sparsi alla rinfusa sui tavoli.

Eleganti e ben vestiti come capita di rado a chi fa un lavoro che è una specie di corsa contro il tempo, si erano agghindati forse solo per mantenere alto il nome della categoria - che molti considerano eccelsa - ed erano partiti.

A un matrimonio c’è sempre tanta gente. Gente che non ti conosce, ma che si è fatta comunque un’idea di come sei fatto. Se sei alto o basso, magro oppure grasso. Se sei simpatico e hai un viso bello e regolare come lo hanno visto qualche volta sul piccolo schermo in occasione di una conferenza stampa oppure brutto e antipatico, come avevano sentito dire - anche solo sottovoce - da qualche parte. E ancora, se sei uno che se ne sta sulle sue, uno che non si preoccupa neppure di chiedere del papà e della mamma dello sposo o invece una persona alla mano, che si intrattiene cordialmente con chiunque.

Quel viaggio era comunque uno dei pochi che si potevano permettere durante il lavoro. Quando erano in ferie era tutta un’altra cosa. C’era chi se ne andava ai tropici e chi in montagna. I più sfortunati andavano solo in visita ai parenti fuori città. Ma anche in questo caso, era sempre meglio di niente.
Il pranzo di nozze, in un ristorante sul mare, era stato sbrigativo, come sbrigative erano tutte le loro cose. Avevano fatto in tempo a mangiare anche l’ultimo dei tre secondi: gamberoni alla griglia. Una delizia. Salvo che per la salsina: aveva fatto male, il giorno dopo, a uno o due di loro. Arrivare anche a quel piatto era stato un fatto eccezionale. Una circostanza che si era potuta verificare perché la comitiva, a bordo di tre auto, era partita qualche minuto prima delle tredici. Un anno prima, al matrimonio di una collega, uno degli ultimi arrivi in redazione, al secondo non ci erano arrivati nemmeno.

Tutta la brigata era risultata simpatica ai commensali, con i quali c’era stato di che parlare. Del più e del meno solamente, giacché il tempo avaro e qualche bicchiere di rosso in più, non avrebbero potuto riservare una qualche conversazione interessante. Gli scambi di battute, per questo, avevano riguardato soprattutto il lavoro - e poteva essere altrimenti? - e, naturalmente, le qualità dello sposo. Un bravo ragazzo - non c’è che dire -. Un vero lavoratore. Forse un po’ troppo teso, durante le ore davanti al computer o al telefono per la ricerca delle notizie. Ma per il resto...
Il ritorno dietro le scrivanie si era verificato prima del calar del sole. A quel tempo la primavera, sebbene inoltrata sul calendario, era ancora lontana a venire, e le prime ombre della sera si affacciavano già alle cinque del pomeriggio.

Avessero saputo che quella doveva essere la loro ultima uscita, di sicuro sarebbero fuggiti, magari direttamente via mare, su uno di quei vecchi pescherecci visti in spiaggia, proprio davanti al ristorante. Navigando navigando, avrebbero potuto raggiungere persino l’Africa, e fermarsi su una spiaggia bianca e assolata dove vivere - novelli Crusoe - di frutta, pesca e vita all’aria aperta.
Ma in quel frangente, l’unico pensiero era di fare presto per rimettersi al lavoro, con la pur sopita speranza di chiedere le pagine in orario da cristiani per rientrare di corsa a casa.

Il matrimonio del collega, il terz’ultimo che ancora non era convolato a giuste nozze, si era svolto di sabato. E il sabato era la giornata ideale per fare presto e lasciare la redazione. Più che altro si trattava di un’aspettativa che quasi mai si realizzava, ma - si sa - la speranza è sempre l’ultima a morire. E dunque anche quel sabato rientrava nella norma.

L’agguato era però dietro l’angolo. Da quel giorno non sarebbero più usciti dalle quattro mura fra le quali lavoravano quasi tutti da almeno cinque anni.

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