Giovedì 13 Agosto 2020 | 02:27

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veduta di Roma

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Quella mattina di ottobre il treno partiva alle 7 e 17 in punto, dalla stazione di Bari. Il mio trolley blu pesava troppo per un solo weekend. «Mamma, ma ti sei svuotata l'armadio per due giorni soltanto??» in effetti, ogni volta mi trascinavo sempre un maglione o una sciarpa di riserva, pensando che la sera potesse calare il fresco. Eravamo sedute una di fronte all'altra e dal finestrino del treno scorrevano paesaggi ancora estivi, avevo bisogno di un caffè e mi avviai alla ricerca del vagone ristorante per berne un altro, il dondolio del treno mi faceva perdere l'equilibrio e mi afferravo ai manici delle poltrone per non cadere. Raggiunsi il vagone ristorante e chiesi un caffè ma prima di me c'era un giovane extracomunitario, allora aspettai il mio turno e sorseggiai il caffè. Tornata al mio posto, cominciai a sfogliare il giornale di bordo, c'era un articolo di Nadia Terranova,finalista del premio Strega, sulla bellezza del viaggio in treno. Faceva ancora caldo a Roma, il termometro della stazione segnava 29 gradi. Sempre piu' calda Roma rispetto a Bari.

Appena scese dal treno, mia figlia mi aiutò a trascinare anche il mio trolley. La stazione brulicava di gente, italiani e stranieri da tutte le parti del mondo. Ci infilammo in un taxi, dirette all'albergo in centro, niente male devo dire, a due passi da Piazza di Spagna, prenotato al volo dalla mia amica Marcella, dell'agenzia di viaggi. Tra bidoni e sacchi d'immmondizia, centinaia di turisti sfilavano silenziosi con telefonini e macchine fotografiche appese al collo, giapponesi, americani, francesi, rapiti dal fascino di Roma, immutabile nel tempo, ma per una città così bella ci voleva più cura, più decoro.
«Ma ti rendi conto in che stato è la città??» rivolgendomi a mia figlia. «E' invivibile ed insopportabile vedere la sua bellezza offuscata da tanta sporcizia!». La nostra camera d'albergo era piccola ma elegante, le tende bianche erano ricoperte da drappeggi di velluto blu e dalla finestra s'intravedevano i tetti rossi di Roma con gatti e gattoni tigrati che saltavano da un giardino pensile all'altro.

«Dai mamma, diamoci una mossa, cominciamo a girare per i negozi del centro, entro stasera troveremo il tuo vestito per il mio matrimonio,vedrai!», disse entusiasta. A questo punto la sua giovinezza prepotente contrastava con la mia età matura. Ma proprio per questo dovevo farcela. Era un sfida in ogni caso. In verità mi sentivo stanca per la levataccia mattutina e non avevo alcuna voglia di girare e tantomeno di provare vestiti. Ma era necessario anche questo e dopo circa una mezz’ora ci ritrovammo in Piazza di Spagna e di lì ci infilammo in tutte le boutiques eleganti delle strade del centro, che ci avevano consigliato alla reception.

Da via delle Carrozze a via Bocca di Leone, fino a via del Babbuino e poi ci fermammo per un rinfresco in uno di quei locali moderni pieni di verde, un’ alternativa valida alle antiche trattorie romane. Non trovai comunque quello che desideravo, il vestito era in fondo come un amore, ti doveva piacere al primo colpo, doveva essere un colpo di fulmine. Dopo circa un'ora ci ritrovammo davanti ad un negozio specializzato in abiti da sera, in via del Tritone e ne provai uno che piaceva a mia figlia. Era indubbiamente bello, di taftà azzurro, con una ricca scollatura sulla spalla e le maniche a tre quarti, stile anni ‘50. Forse per stanchezza o forse per accontentarla, lo acquistai. Il prezzo era interessante ma io non ne ero affatto convinta. Pensai tra me e me «Se ne trovo uno che mi convince di più, lo mollo, lo lascio andare, come si fa con i vestiti che vorresti scartare e che rimangono appesi nell'armadio per anni», ma non osavo contraddirla. «Mamma prendilo! Poi te lo fai modificare a Bari dalla tua sarta»... ed uscimmo con il pacco dal negozio.

Quella sera stessa, dal roof garden dell'albergo, sorseggiando un aperitivo, s'intravedeva la cupola illuminata di San Pietro e delle civette in marmo sul cornicione del terrazzo, completavano lo spettacolo straordinario di Roma di notte. Le luci soffuse e non, illuminavano i monumenti della città fino al Vaticano e le ombre del passato erano ancora vive.

Tornai indietro col tempo, quante volte ero stata a Roma, con Michele i primi anni di matrimonio, con mia madre, con le amiche. Adesso con mia figlia. Ogni volta era una sorpresa, un incanto, ma oggi la vedevo con occhi diversi, era lo stato d'animo che mutava i panorami, come una variabile impazzita. Roma rimaneva sempre una delle mie mete preferite, la sua grande bellezza mi avvolgeva e mi emozionava ogni volta. Ci sarei tornata all'infinito. Cenammo in un ristorantino a Trastevere che aveva prenotato un’amica di Paola, Maria Grazia, a Roma per lavoro e parlammo dei suoi progetti futuri professionali e sentimentali. Aveva urgente bisogno di parlare del suo futuro e voleva dei consigli sinceri. Per i giovani era davvero difficile mantenere un rapporto sentimentale oggigiorno, con il lavoro che li divideva, in questo caso una a Roma e l'altro a Pescara. Cercai di darle dei suggerimenti validi ma mi risultò difficile, perché la ragazza sembrava determinata più che mai a non rinunciare alla sua professione (era dottoressa presso il Bambin Gesù a Roma) per un amore. Lui,il fidanzato, era poco disposto a venirle incontro e allora la situazione si complicava e non poco.

Dopo una breve passeggiata tra i vicoli di Trastevere, con la promessa di risentirci l'indomani con la nostra intraprendente amica, riprendemmo il taxi per l'albergo.

Mia figlia si addormentò subito, appena toccato il letto, mentre io mi rigiravo inquieta e le ombre della notte filtravano dalle tapparelle della finestra, con la luce della luna che inondava la stanza. Solo dopo aver preso delle gocce di ansiolitico, riuscii a prendere sonno, e guardai mia figlia addormentata come quando da bambina, si stringeva forte a me e si addormentava beata tra le mie braccia.

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