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Pugni chiusi che stringono, quasi a volerle allargare, le sbarre della gabbia del Tribunale di Brindisi dove è rinchiuso assieme ad altri ventotto compagni. Michele è lì con gli occhi cupi, fissi nel vuoto e il volto segnato non certo dall’età. Avrebbe voluto studiare, avrebbe voluto essere lui stesso un tutore dell’ordine. Ma invece, eccolo qua, appena maggiorenne, considerato un esponente in ascesa della Sacra Corona Unita, la potente organizzazione mafiosa fondata da un contadino di Mesagne, Giuseppe Rogoli, negli anni ‘80.
«Non doveva andare così», pensava. La sua mente era un fiume in piena, perché, nel contempo, in un marasma di contraddizioni, era pure fermamente convinto che quelli come lui, cresciuti in ambienti criminali, non avrebbero avuto altro destino se non quello che gli era toccato. Ora basta però, dal turbinio di violenza e dalle spirali di morti lui voleva uscirne. Avrebbe pagato il suo debito con la giustizia. Ma basta, per carità!
Osservava i volti dei suoi compagni. Alcuni dall’espressione imperscrutabile, altri quasi rassegnati, altri ancora rabbiosi. La sua testa era ovattata, le voci degli inquirenti e della gente in Tribunale sembravano giungergli alle orecchie da molto lontano. Si sentiva in una sorta di limbo. Non provava emozioni, ma come in un film proiettato al contrario, rivedeva la sua infanzia.
Non era certamente «guardie e ladri» il gioco preferito da Michele e nemmeno combattere con gli indiani. Non giocava con i compagni di scuola e forse non aveva nemmeno le paure dell’infanzia.

Era un duro lui. Nel suo Fort Apaches, la casa dei genitori – ora due pentiti di SCU - le armi che maneggiava non erano giocattoli. Gli indiani erano morti ammazzati e i suoi migliori amici, assassini di mestiere.
Quanto alla paura, quella sì, gliela si leggeva negli occhi al processo contro la Sacra Corona Unita, anche perché aveva deciso di parlare, di dire la verità, di testimoniare contro gli affiliati. D’altronde anche suo padre voleva così.
In realtà non era stata una decisione che aveva preso in prima persona. Voleva uscire dal giro, questo si, ma non tradire i compagni. La figura del pentito, nel senso, di infame, non gli piaceva affatto.
Il viso era quello di un ragazzo che dimostrava meno della sua età, ma i suoi occhi sin da piccolo avevano visto tanto, troppo: nella residenza estiva dei genitori, a Casalabate, a quattro passi da Lecce, o nascosto dietro un muretto. La vita i suoi gliela avevano raccontata a modo loro.
Aveva una carriera davanti, come criminale, s’intende. Ma poi i suoi gli dicono: «devi collaborare con la giustizia».
Lui non comprende. «Perché? Nel gioco delle parti non sono forse i giudici e gli sbirri i nostri nemici?»
Ma acconsente, bisogna portare rispetto ai genitori: «va bene, papà, se vuoi così».
Già prima del processo aveva raccontato al giudice le favole dell’infanzia, quelle non scritte, non lette dalla mamma. No, non è un cartone animato di guerre stellari quello che ha visto da spettatore. È molto di più: la rappresentazione scenica, per Michele, è vita vissuta.

Da che ha memoria ricorda di avere sempre giocato con gli amici del padre; loro gli affidavano le armi, di solito mitra e fucili. Le pistole no. Quelle preferivano tenersele addosso.
Da adolescente assiste per la prima volta ad un omicidio.
«Stavo vedendo la televisione a Casalabate - aveva raccontato agli inquirenti - c’era un gruppo di amici di mio padre, casa nostra era sempre un porto di mare. Mamma e papà erano fuori e mia sorella era da alcuni vicini a fare il caffè».
Michele riferì di avere sentito provenire dal giardino di casa il rumore di tre colpi di arma da fuoco e di avere spiato.
«Gli amici di mio padre trasportavano su una carriola un uomo. Morto ammazzato. Era venuto a casa nostra subito dopo pranzo ed aveva chiesto a mia madre qualcosa da mangiare. Fu accontentato ed i miei, subito dopo, uscirono».
Di questo delitto erano stati imputati il capo della SCU leccese e un suo compare. Esecutori materiali: «gli amici di papà».
Quell’uomo, trasportato nella carriola era stato punito perché ritenuto responsabile di una soffiata che portò la polizia a catturare il capo della SCU leccese e sei gregari nascosti a Gallipoli. Michele uscì di casa e si nascose dietro un muretto. Aveva visto il cadavere di quell’uomo che, sfigurato in volto, fu rinchiuso nel portabagagli di un’auto. Per terra erano rimasti sangue e brandelli di carne. Il cuore gli batteva a mille: il ragazzo raccontò tutto ai suoi, ma loro non fecero commenti. A soli undici anni, Michele aveva assistito per la prima volta ad un omicidio di lupara bianca.
Un brusio concitato l’aveva d’improvviso riportato alla realtà, a quelle sbarre tra le quali era rinchiuso senza sapere ancora se e quando ne sarebbe uscito. In una gabbia attigua era stato condotto, «il Grande Vecchio», incarnazione della Sacra Corona Unita.

La Sacra Corona era l'appellativo con il quale ci si rivolgeva nel Meridione ai sovrani borbonici. Il «Grande Vecchio» l’aveva fatto suo: si era incoronato principe, in una monarchia assoluta, dove il sovrano recita la parte del «buon padre di famiglia», ma ha anche potere di vita e di morte sui sudditi.
Un regno militarmente organizzato; niente lasciato al caso e quando l'organizzazione ha bisogno di essere «sgrossata», rinnovata , «rifondata», lui lo fa.
Nel dicembre ‘85, nella casa circondariale di Brindisi ed esattamente nella cella n.1 dove era rinchiuso decise la «rifondazione della SCU». Non cambia le regole, non intacca il senso di «sacralità» dell'organizzazione, anzi, ove possibile, rinsalda i legami, la conferma e la rafforza.
Un brivido percorre la schiena di Michele, perché quell’uomo continuava a fargli paura, forse più della galera. Gli aveva giurato omertà: «nel 1860, nella guerra di Calabria e Sicilia e di tutto lo Stato Napoletano - aveva pronunciato il giuramento - i nostri buoni compagni sparsero il loro sangue che fu preso e accolto in una bacinella d'oro fino, dove diventò duro come il ferro, freddo come il ghiaccio, umile come la seta: viva l'omertà».
Quel giuramento c’era stato. Tuttavia ora Michele era lì dietro le sbarre pronto a dire agli inquirenti la verità, nient’altro che la verità. L’aveva promesso ai suoi genitori. Questo voleva fare, era la decisione più giusta. Ma c’era pure una parte di lui, terrorizzata dalla SCU; temeva che gliel’avrebbe fatta pagare. Anche se il «Grande Vecchio» era lì, in una gabbia. Solo. Eppure…
Ancora una volta Michele ripercorre a ritroso brandelli di vita, pensando a cosa avrebbe potuto succedergli per il suo tradimento. La SCU non perdona: prima il processo e poi la morte. Immagina se stesso inginocchiato, le mani dietro la schiena, con le spalle ad un tomba scavata intorno alla quale siedono i «giudici». Come a teatro, il sipario si alza. A prendere la parola, dopo la comunicazione del capo di imputazione è l'avvocato difensore - in gergo , «madre addolorata» - che fa la sua «arringa»: «stamattina dalle quattro cantori una voce mi chiama, il mio cuore palpita, non so che dire vedendo questo compagno nell'errore. Vi prego a voi giudice supremo, maschio preservato, giudici componenti di questo tribunale d'omertà, che questo compagno mi dovete liberare, in quanto tutti possiamo cascare nell'errore».

Ma «il pubblico ministero» e i «giudici a latere» impersonati da alti gradi della SCU non avrebbero perdonato.
«Vi imploro a voi manico corto che avete il cuore tanto prodigo, se dovrò scendere là sotto, scenderò col mio onore addosso che mi debbono praticare tre buchi di sangue criminale». «Sono già morto», si disse Michele. Il gruppo di fuoco, composto da tre sicari – il suo padrino e due affiliati - era già pronto per lui. Il tre è il simbolo dell’essere supremo e l’appellativo del «Grande Vecchio» era anche Dio. Ma tre, dice una massima indiana, «è presente dovunque nell’Universo e la Monade è il suo principio».
Nella mente di Michele, la rappresentazione scenica prendeva sempre più corpo, quando, ancora una volta, un vociare concitato lo distolse dal suo sogno ad occhi aperti. «In piedi, entra la Corte»!
Michele era tornato nel mondo reale. Le sue dichiarazioni l’avrebbero condotto sulla strada della legalità, a lui sino a quel momento sconosciuta.
Ora a testa alta, dietro le sbarre, si sentiva finalmente libero. Aveva deciso. Era diventato un uomo.

CAPITOLO II
Il grande «vecchio» è immobile. La bocca serrata coperta quasi interamente dai folti baffi neri. Guarda la corte. Non un gesto, nessun tremito. Gli altri sbraitano, urlano, inveiscono, ma lui, il «nonno», - in realtà Rogoli ha solo cinquant’anni - Dio, come anche lo chiamano, conserva la dignità del leader, di un capo indiscusso ed acclamato.
Se gli altri imputati sembrano dei ragionieri del crimine , attratti più dai facili guadagni illeciti, come spaccio di droga, estorsioni, contrabbando di sigarette che da un credo, lui, Rogoli è, o quanto meno appare, lucidamente criminale, unto dal Signore. Insomma, «colui che è chiamato» a compiere una missione.
E che la sua sia una organizzazione criminale non lo ammetterà mai. Lo aveva negato già più di dieci anni prima quando interrogato a Bari dal giudice Alberto Maritati nel corso di un altro processo istruito contro l’organizzazione, aveva dichiarato: «la Sacra Corona Unita non è stata fondata per commettere reati, ma solo per regolare e decidere le varie questioni insorte tra detenuti. Fino a questo momento ho sempre cercato di fare da paciere».

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