Giovedì 13 Agosto 2020 | 02:03

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«Sono stato eletto alla presidenza della “Federazione degli stati centroafricani” perché ho promesso di arginare questa immigrazione incontrollata: almeno per altri cinque anni, fino al 2065, finché io sarò in carica, le porte dei nostri Paesi resteranno sbarrate per tutti gli europei. Abbiamo già fatto tanto per loro, ora basta».

Uhuru Moi, reduce dall’estenuante campagna elettorale, si concede finalmente una giornata di riposo nella sua bella casa di Nairobi, ma non può sfuggire alle domande del minore dei suoi tre figli, Yomo, diciassette anni, particolarmente sensibile a certi argomenti. Il ragazzo ne sente parlare così spesso dai suoi compagni di classe di origine italiana, svedese, tedesca, inglese, figli o nipoti di europei immigrati in Kenya, Congo, Nigeria, Burkina Faso a partire dalla fine degli Anni Venti. Giovani che l’Europa l’hanno visitata soltanto negli ologrammi riproducibili con qualsiasi smart ring, l‘anello che tutti portano al dito, che ormai parlano soltanto inglese e swhaili, o un’altra delle lingue ufficiali della Federazione, ma che stentano ancora a integrarsi davvero.

«Papà, io non faccio discorsi politici, economici, sociali. Dico soltanto, semplicemente, che ci sono milioni di persone che soffrono, che fuggono via da condizioni di vita sempre più difficili e che noi abbiamo il dovere di aiutarli».

«Sì Yomo, tutti noi sentiamo questo obbligo morale, e infatti uno dei primi provvedimenti che prenderemo quanto prima ha già un nome preciso: “Aiutiamoli a casa loro”. Ognuno dei ventisette Paesi della Federazione metterà a disposizione un certo numero di medici, infermieri, personale vario che, in quanto immune, si muoverà con competenza e disinvoltura e potrà concretamente dare una mano a quella povera gente».

«Ma ci sono troppe cose che io non riesco a capire. Perché sono così cagionevoli, non ci sono medicinali, vaccini? Siamo nel 2060 e non siamo capaci di sconfiggere un banale virus? Perché qui, in Africa centrale, non abbiamo problemi di questo tipo? Non credo che i dottori europei, i grandi ospedali di Parigi, Milano, Amsterdam, Stoccolma, insomma il meglio della medicina della vecchia Europa non riesca a gestire queste epidemie sempre più frequenti. So che un tempo, chi poteva permetterselo andava a studiare lì o negli Stati Uniti, nelle migliori facoltà di medicina del mondo. E poi cosa è accaduto?»

«Hai ragione Yomo, in pochi decenni le cose sono molto cambiate. Da un lato la ricerca ha consentito di risolvere molti problemi e ha spiegato tante cose, dall’altro i nostri Paesi hanno avuto uno sviluppo economico – e dunque sociale – che in termini di crescita del PIL è stato addirittura superiore a quello della Cina all’inizio del secolo. Ma aspetta, desidero che tu comprenda bene. Ora chiamo il nostro massimo esperto, il dottor Sylvester Mukwege, virologo di fama internazionale».

Gli ultimi modelli di smart ring hanno una qualità di produzione degli ologrammi in tre dimensioni davvero stupefacente. Il dottor Mukwege aspettava una convocazione del Presidente e, pur essendo a centinaia di chilometri di distanza, ora siede impeccabile, in giacca e cravatta, nel bel mezzo del salotto di casa Moi.

«Buongiorno Sylvester – lo saluta il presidente – prima di iniziare la nostra riunione, ti sarei grato se volessi spiegare a mio figlio Yomo, nel modo più semplice possibile, quando e come è cambiato il panorama mondiale da un punto di vista sanitario, tanto da stravolgere completamente sia la nostra vita che quella degli europei».

Mukwege è un uomo alto, robusto, sulla settantina. I suoi capelli bianchi, seppur radi, risaltano sulla carnagione particolarmente scura, così come il largo sorriso illumina d’improvviso tutto il volto.

«Io studiavo medicina in Italia, a Bari, quando scoppiò la pandemia di Covid-19 che fece centinaia di migliaia di morti soprattutto in Cina, Europa e Stati Uniti, bloccando per mesi in casa la metà della popolazione mondiale. Non c’erano antivirali di sicuro effetto, il primo vaccino fu disponibile dopo più di un anno, e soprattutto si rivelò poco efficace perché il virus iniziò un percorso di mutazione costante».

«Il mio professore di microbiologia fu tra i primi a constatare che le popolazioni delle zone malariche, o ex malariche, erano molto meno colpite: in Italia le province di Ferrara, Rovigo, il basso Lazio, la parte meridionale della Sardegna. Qui da noi tutta la fascia sub sahariana, e poi vaste zone dell’India, del sud est asiatico, dell’America Latina. Fu l’intuizione che spianò la strada all’uso degli antivirali a base di clorochina che aiutarono un po’ ma non furono risolutivi».

«Da quell’intuizione – prosegue Mukwege – io ed altri giovani laureandi e specializzandi traemmo spunto per avviare una ricerca finalizzata ad individuare le ragioni per le quali alcuni individui resistevano meglio di altri al virus. La risposta, difficile da argomentare nei dettagli, almeno all’epoca, era concettualmente semplice: l’uomo si difende attraverso mutazioni genetiche, per esempio nei soggetti esposti alla malaria, i globuli rossi erano diventati gradualmente più piccoli, più resistenti alla penetrazione del plasmodio. Più in generale, acquisimmo la certezza che nelle popolazioni più volte colpite da agenti patogeni sempre più aggressivi, le cellule dei singoli individui si erano rafforzate, al punto da contrastare anche nuovi virus».

«La prima conferma – ricorda – l’avemmo proprio con il Covid-19. Nei nostri Paesi, qui in Africa centrale, le vittime furono poche centinaia, per lo più anziani già affetti da gravi malattie, su una popolazione di oltre trecento milioni. La memoria genetica delle nostre genti, forgiata da anni di battaglie contro Malaria, Ebola, Sars, Aids, Mers e altro ancora, era un efficace scudo protettivo che poi nei decenni successivi si è andato ulteriormente rafforzando: il Covid-25 e, ancor più la pandemia del 2029, sono stati disastrosi per tanti ma non per noi. E abbiamo avuto tante riprove che nelle condizioni climatiche del continente, soprattutto a cavallo dell’equatore, tutti questi virus hanno difficoltà a replicarsi».

«Fu così che tra la fine degli Anni 20 e l’inizio degli Anni 30 – spiega Moi al figlio – iniziò la migrazione dall’Europa alla ricerca di luoghi più sicuri, dove non rischiare la vita ed essere costretti a interminabili quarantene. All’inizio furono i francesi, inglesi, belgi, poi fu la volta di tedeschi, italiani, portoghesi e via via fino agli scandinavi. Affiorò la memoria di nefaste storie coloniali e la volontà di non ripetere tragiche esperienze fu un formidabile collante per la nascita della “Federazione degli stati centroafricani”. Decidemmo dapprima di contingentare gli arrivi, poi di vendere permessi di soggiorno di varia durata, e poi ancora di mettere all’asta un numero limitato di cittadinanze incassando somme sempre più alte. Su questa ricchezza crescente abbiamo costruito il nostro sviluppo: casa, sanità, istruzione, trasporti, tutte le infrastrutture sono fra le migliori al mondo, siamo nazioni giovani, prospere, autosufficienti e ora non possiamo mettere a repentaglio tutto. Paghiamo miliardi di euro a Libia, Marocco, Egitto e Tunisia perché blocchino le barche dei disperati europei. Abbiamo decine di ONG che collaborano con loro, accorriamo con medici, infermieri e attrezzature ad ogni epidemia, ma non possiamo mettere a repentaglio il nostro equilibrio sociale. Mi dispiace, figlio mio, ma il nostro imperativo è: Prima i centroafricani».

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