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Sono tornato nella Capitale. In preda a fervore sto concependo un piano meticoloso per visitarla forse l’ultima volta nel poco tempo che ho a disposizione: intendo poca vita ancora, purtroppo. Decido di cominciare dalla vetusta Appia.

Ecco, raggiungo porta San Sebastiano, un varco nelle mura aureliane e mi inoltro a piedi calpestando con forza le basole. Mi lascio alle spalle il sepolcro di Geta e di Priscilla, proseguo fino a raggiungere la tomba di Cecilia Metella. Vorrei camminare verso la villa dei Quintili, all’epoca una reggia da cui godere il monte Soratte cantato da Orazio, ma le forze non mi aiutano e sta per calare la sera.

Riparo in un piccolo albergo. Nel silenzio del mio ricovero mi industrio a progettare il nuovo itinerario, stavolta tutto concentrato nella parte centrale della città.

Di prima mattina raggiungo piazza Venezia, sede dell’imponente mausoleo. Vi salgo fino all’estrema altezza per godere il magnifico panorama. Poi entro per visitare la grande mostra di un maestro della pittura italiana inventore di mesti paesaggi urbani con le stimmate della modernità futurista, di affreschi corali, di murali e monumentali vetrate a contenuto sociale che inneggiano alla sacralità del lavoro.

Ho con me in questo minimo tour due paia di libri. Uscito all’aperto siedo sulla scalinata e sfoglio il libriccino di un premio Nobel dalla candida copertina. Mi attrae un acuto pensiero: «Così come scrivere, leggere è protestare contro le ingiustizie della vita. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e senza neppure saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto, fondamento della condizione umana, e che dovrebbe essere migliore».
Proprio vero: scrivere è quindi un bisogno di finzione, anche quando ci si ispira a contesti e fatti veri? Penso che la finzione sia congenita all’essere umano, che in questo modo esprime meglio la sua emotività, tanto che il primo comportamento dei bambini è basato sul fingere: storie, avventure fantastiche, burattinate.

Un’altra tappa è il piccolo museo ove ammiro la grande vetrata in termolux di Beppe, l’artista che ha lavorato magnificamente la lana di vetro: inaugurò la tecnica a Parigi nella mostra internazionale d’arte. Il mio amico Beppe, sanguigno siciliano, ma anche temperato toscano, è aduso ai grandi concepimenti, come l’enorme mosaico sull’autostrada del sole che culmina con la visione di una eclissi mentre un nugolo di piccioni ritorna alla colombaia.

Uno scorcio del mio vivere ha riguardato lo spettacolo, quintessenza del coinvolgimento almeno per me. Qui le simbologie non sono finzioni della realtà, come accade nel romanzo, ma parti viventi di essa, con cui per di più lo spettatore interagisce convinto.

Fiora, mia amica, poetessa di utopie per flauto solo, a quel tempo spesso mi fiancheggiava nelle scorribande per teatri fuori dell’ufficialità. Ricordo tutto ciò mentre esploro le sale del piccolo museo, dunque in simbiotica sintonia con Beppe e Fiora: cari amici di tempi scomparsi.

Uscito dal museo viene il turno di archivi e biblioteche. La prima cui penso è quella nascosta nel vicolo accanto a Campo de’ Fiori che ha al centro la statua del frate bruciato dagli intolleranti. Calpestando il malfermo ballatoio di consumato legno di rovere raggiungo il largo spazio da cui godere la vista delle migliaia di libri ordinati in belle file, chiusi in austeri abitacoli o nicchie che si inerpicano in altezza superba ed anche in lunghezza, un po’ a perdita d’occhio.
Apro emozionato un grande atlante con i disegni dei paesi da ricostruire dopo il terribile terremoto del 1783 in Calabria, antiche incisioni di formidabile bellezza nel loro freddo linguaggio geometrico. Alcune illustrano i progetti per la rinascita della città di Mileto, fiera al tempo di Ruggero il Normanno.

Mi ritengo pago delle bellezze finora centellinate e a sera ormai inoltrata decido di dormire in un alberghetto situato all’inizio di Castro Pretorio: dà il fianco ad un elegante villino che il proprietario ha voluto epigrafare con un inno alle arti liberali. Ma prima ceno in un eccentrico ristorantino ordinando un bagel di spalla di maiale speziato con salsa barbecue e scricchiolanti anelli di verza, contornato di frittelle di mais, bacon croccante, salsa di avocado e marmellata di pomodori su un letto di rucola.
Sorrido. Sto facendo il mio tour in perfetta solitudine. Ora, disteso nel lettuccio alla luce fioca di un lume sistemato sul comodino spartano apro un altro dei libri che ho con me. Ha una copertina nera e narra di fantasmi, ritornanti, spettri. Una raccolta di opere poco note di fine Settecento scritte da giureconsulti prussiani, massoni, geografi e divulgatori scientifici, scrittori satirici, giornalisti. Leggo una ventina di pagine.

Mi addormento.

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