L'analisi di Mario Ricco, inventore del common rail

di MICHELE MAROLLA 
BARI - Mario Ricco, 67 anni, l’inventore del common rail, il sistema di iniezione diretta per motori a gasolio che ha rivoluzionato il mondo dell’auto, dopo una vita nel Gruppo Fiat, spesa nel campo della ricerca, da sette anni ha scelto la libera professione del consulente. Adesso è anche vice presidente del Distretto della Meccatronica, confermando il suo grande amore per questa terra, per la quale continua a battersi, facendo trasparire una buona dose di perplessità nei confronti degli insediamenti delle grandi imprese. «I grossi gruppi industriali, in aggiunta al prodotto, vendono posti di lavoro, anzi li affittano, perché non sono per tutta la vita - afferma Ricco -. Loro, nella mia fantasia, sono uno stabilimento montato su un grande zatterone, che salpa all’inseguimento del sito momentaneamente più conveniente, grazie al danaro che viene loro donato. Risorse a fondo perduto, modifiche dei contratti collettivi di lavoro, e non si perde mai occasione per battere cassa. Nel momento in cui queste opportunità vengono meno, lo zatterone molla gli ormeggi e un rimorchiatore lo porta da un’altra parte». 

«Questi insediamenti sono stati realizzati con grossi incentivi finanziari, se si gira in questi stabilimenti, non si riesce a trovare una targhetta di un’azienda italiana nemmeno per sbaglio - spiega -. A queste condizioni non ci sono prospettive, invece bisogna fare in modo che rappresentino l’opportunità, per le ditte radicate qui, a crescere in qualche modo. E si deve partire dal sapere che esistono certi mercati e certe domande, in modo da poter orientare le produzioni e l’organizzazione aziendale nella giusta direzione». 

Qualcosa però è successo in questi anni, le imprese baresi rappresentano una realtà considerevole, soprattutto alcune. «Certo, ci sono esempi notevoli e l’elemento di novità è rappresentato dal Distretto della Meccatronica, nel quale sono insieme queste grandi realtà e quelle locali. Questo luogo di confronto è fondamentale per conoscere e per capire le esigenze degli altri. Insomma, è uno strumento che serve a tentare di far diventare sistema quegli episodi che sonomiracolosamente venuti fuori». Insomma, dal confronto nell’ambito del Distretto nascono anche possibili strategie di diversificazione produttiva e di presenza sui mercati. Qualche esempio viene da aziende che utilizzano la tecnologie dell’automazione, maturata al servizio del comparto automibilistico, per puntare sull’idraulica e sul biomedicale, oltre che su Cina e India. 

«È questa la strada che devono seguire gli imprenditori radicati sul territorio, perché chi viene da migliaia di chilometri di distanza, resta qui finché ne ha convenienza, poi salpa le ancore. L’opportunità di “usare” questi grandi gruppi va colta subito, finché ci sono». 

Questo processo culturale delle imprese locali, a che punto è? «Diciamoci la verità, oltre al processo culturale, servono i soldi. Guardiamo l’esempio del Distretto. Finché le risorse degli enti pubblici sono finalizzate a tenere ancorato lo zatterone e non a realizzare gli ormeggi in cemento armato, c’è poco da fare. Gli strumenti che vengono utilizzati devono anche funzionare con le necessarie ricadute per il territorio. C’è una soglia fisiologica di risorse umane e finanziarie, al di sotto della quale si spreca. Domani (oggi per chi legge, n.d.r.) sono a Roma per capire che fine ha fatto questo progetto, se sarà finanziato e in quale misura, per aver chiaro cosa dobbiamo fare, anche in termini di impegno finanziario». 

Si legge un’amarezza nemmeno tanto celata nelle sue parole. « L’amarezza nasce dal fatto che ci sono strumenti che sulla carta potrebbero dare una grossa mano di aiuto. Qui qualcuno si è mosso, è stata Arti a proporre il distretto della meccatronica, come altri distretti. Quello realizzato è un consorzio ben assortito che ha raggruppato Politecnico, Università, un grosso gruppo industriale e la piccola e media impresa. Se ci fosse il supporto finanziario, potremmo dimostrare che l’iniziativa può funzionare bene al servizio delle imprese e del territorio». 
Lei ha inventato il common rail, qual è la nuova invenzione che potrebbe cambiare il corso del settore auto? «Le invenzioni nel settore auto partono da molto lontano, non sono fatti estemporanei. Era possibile vent’anni fa, adesso è marginalmente frutto di intuizione, inventare è sempre meno probabile ».
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