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Lorenzo a 5 anni morto con ferro nel cervello

Lorenzo

di FRANCESCO CASULA

TARANTO - C’erano tracce di ferro, acciaio, zinco, silicio e persino alluminio nel cervello di Lorenzo Zaratta, il piccolo di cinque anni morto per tumore al cervello il 30 luglio 2014. È quanto è emerso dalle analisi commissionate dalla famiglia dopo la morte del bambino diventato su malgrado simbolo del degrado ambientale e sanitario di Taranto. Cinque anni trascorsi tra dolorose cure di chemioterapia, 25 operazioni e il trasferimento a Firenze. Il 17 agosto 2012 suo padre Mauro salì sul palco durante una delle manifestazioni che seguirono il sequestro dei sei reparti dell’area a caldo dell’Ilva per raccontare la storia del suo piccolo Lorenzo: «Nessuno è in grado di dimostrare il nesso di causalità tra il tumore di Lorenzo e i fumi dell’Ilva, ma la mia famiglia lavorava lì e i miei nonni, mia mamma sono morti di tumore. Mio suocero anche era all’Ilva e mia moglie, durante la gravidanza, lavorava nel quartiere Tamburi. Da quei camini - disse Mauro mostrando la foto del suo piccolo Lollo intubato in un letto di ospedale - non esce acqua di colonia, ma gas in grado di modificare il dna e provocare errori genetici come quello di mio figlio».

I periti del gip lo avevano scritto poco prima: «le emissioni nocive dell’Ilva generano eventi malattia e morte». E Lollo non sfuggì a quell’anatema. Dopo la morte la famiglia, assistita dall’avvocato Leonardo La Porta, ha commissionato l’analisi di alcuni campioni organici è il risultato è stato sconvolgente: nel cervello di Lorenzo c’erano «numerosi corpi estranei» di natura metallica e ceramica. Nel suo corpo c’erano acciaio e altre sostanze che non dovevano esserci e lo hanno portato alla morte dopo cinque anni di sofferenze. Dalla relazione di Antonietta Gatti, fisico e bioingegnere, emerge che il caso di Lorenzo è «emblematico»: è un bambino «ai suoi primi mesi vita», quindi «l’esposizione a inquinamento ambientale è quasi pari a zero».

Come è possibile allora che quelle sostanze siano entrate nel suo organismo raggiungendo il cervello? «La causa - scrive la consulente - è da ricercare nell’esposizione della madre durante la gravidanza». Mamma Roberta, infatti, durante la sua gravidanza, lavorava nel quartiere Tamburi, a pochi metri dalle ciminiere e dai parchi minerali. «La possibile spiegazione - si legge in una relazione - della presenza di polveri d’acciaio nel corpo di Lorenzo è legata al fatto che, all’epoca della gravidanza, la madre viveva a Taranto e lavorava in una zona notoriamente soggetta a inquinamento di polveri da acciaieria» e di «numerose altre polveri come quelle di magnesio e di zinco» che risultano «compatibili con la stessa provenienza».

Ma l’esposizione della mamma alle emissioni è stato, però, il colpo di grazia. Alla base ci sarebbe infatti anche una predisposizione genetica a trasferire i tumori che ormai nella popolazione tarantina sta diventando sempre più frequente. Per Maria Grazia Andreassi dell’Unità di epidemiologia molecolare e genetica dell’istituto di Fisiologia clinica del Cnr di Pisa e per Emilio Luca Antonio Gianicolo dell’Unità epidemiologia e statistica dell’istituto di Fisiologia clinica del Cnr di Lecce «solo vivere e lavorare nel quartiere Tamburi di Taranto ha conferito, alla nascita, un rischio aumentato di sviluppare cancro, e in particolare cancro al cervello» che si è materializzato nella «abnorme presenza di particelle potenzialmente tossiche nei tessuti».

Ma questa questa «documentata predisposizione genetica a sviluppare e/o trasmettere un danno oncologico» da sola non avrebbe potuto uccidere il piccolo Lorenzo. Gli esperti hanno stabilito che il «dito sul grilletto» è stato «premuto dai tossici ambientali»: le sostanze nocive nell’aria, quindi, sono state letali. Se non ci fosse stato l’inquinamento la «predisposizione genetica sarebbe rimasta caricata a salve per tutta la vita». Ora tocca alla Magistratura stabilire di chi sono le responsabilità. Ancora una volta.

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