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Non può esserci che ci sia un kamikaze in tuta blu

di FULVIO COLUCCI

Scherzare col fuoco. In una fabbrica come l’Ilva l’espressione aderisce senza smagliature. Il «mostro» siderurgico sprigiona temperature altissime nella lavorazione dell’acciaio, degne di un inferno dantesco nelle più suggestive incisioni di Gustav Doré. Per cui il fuoco è archetipo, elemento primario, insieme alla polvere e alle sostanze inquinanti (con le quali troppo a lungo si è scherzato sulla pelle dei tarantini, in primo luogo operai).
Dopo il caso di presunto sabotaggio all’acciaieria 1, scoperto ieri dai tecnici dello stabilimento siderurgico, all’Ilva non si potrà più «scherzare» nemmeno con l’acqua. L’azienda si è rivolta alla Procura della Repubblica temendo, appunto, che qualcuno abbia manomesso due delle quattro valvole che, in quel reparto, regolano il passaggio dell’acqua. Se quest’ultima fosse venuta in contatto con i convertitori ci sarebbe stato il «botto». I sindacati parlano di conseguenze gravissime per i lavoratori e un’esplosione avrebbe certamente provocato danni enormi. Morti? Feriti? E quanti? E cosa sarebbe successo? Una strage d’agosto come quelle che hanno insanguinato il Paese negli anni della Prima Repubblica? Vengono i brividi solo a pensarlo.

Persino film straordinariamente belli, visionari e pluripremiati come «Fireworks» di Giacomo Abbruzzese, affidano a un gruppo di ecologisti (quindi ad esterni) il compito di far saltare in aria la grande fabbrica la notte di San Silvestro. Si sa che è impossibile entrare nello stabilimento senza autorizzazione e avvicinarsi agli impianti senza essere accompagnati dal personale dell’Ilva . Ma è davvero possibile pensare, quindi, che qualcuno, tra tecnici e operai, abbia potuto concepire un simile «gesto»? A noi sembra difficile e per una semplice ragione: in Ilva, nei reparti dell’area «a caldo», lì dove si produce l’acciaio tra fuoco e polvere, appunto, si vive in trincea, per citare l’ungarettiano verso di Soldati: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie».

La solidarietà è naturale perché si sa che in ballo c’è la propria vita e quella degli altri. Assurdo, perciò, pensare a qualche kamikaze in tuta blu. Ci auguriamo, ardentemente, che ci sia stato qualche problema tecnico, in passato se ne sono registrati diversi e che quindi si sia trattato di un incidente. L’acqua è, lo dicevamo, un elemento fondamentale per il ciclo integrale di produzione dell’acciaio. Senza, l’attività sarebbe impossibile. Il raffreddamento degli impianti, per le temperature cui facevamo riferimento inizialmente, è prioritario. L’acqua ha però rappresentato - e rappresenta ancora - un altro dei tanti punti critici del rapporto tra fabbrica e città.

Lo ha spiegato bene, qualche giorno fa alla Gazzetta - il giornalista Giuseppe Mennella autore di numerose inchieste sull’Unità che, nei primi anni ‘70, rivelarono l’impatto drammatico dell’Italsider su uomini e cose: «Attraverso l’uso dell’acqua del mare, la fabbrica succhiava la vita a Taranto».

Ecco il punto. L’Ilva vive una fase delicatissima. Sono ripartiti impianti importanti come l’altoforno 1, ma il futuro resta incerto soprattutto sul fronte degli investimenti. Aggiungere benzina, questa volta, sul fuoco già ardente dei problemi che vive l’acciaieria è a dir poco sconsiderato (se venisse accertata l’ipotesi di un sabotaggio). Ci auguriamo l’incidente di percorso, il caso fortuito e non la «manina» o la «manona» azionata ad «arte». L’«arte» del «tanto peggio tanto meglio», semplicemente inaccettabile sulla pelle di chi - gli operai, la città - ha pagato un tributo sin troppo alto al dio dell’acciaio.

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