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Ma se muore il nostro ulivo muore il Mediterraneo

di Raffaele Nigro
Ma se muore il nostro ulivo muore il Mediterraneo
di Raffaele Nigro

La vicenda drammatica della «morte» degli oliveti nel Salento mi induce spesso a riflettere sul senso che questa pianta ha avuto e ha per gran parte del mondo mediterraneo e per noi pugliesi. Non si tratta infatti solo di una pianta bensì di un simbolo antico e profondo. Maometto scrive nella sura XXIV del Corano che «Dio è la luce simile a quella di una lampada collocata in una nicchia, in un vaso di cristallo e accesa grazie a un albero benedetto, un olivo che non sta a oriente né a occidente». Non ci sono organizzazioni al mondo innamorate dell’ulivo, nate per difenderlo, per chiederne un riconoscimento Unesco, pronte a magnificarlo in poesia, in fotografia e in pittura come ne vedo da sempre in Puglia.

La stessa Toscana dove si produce una eccellente qualità di olio magnifica il frutto e il prodotto ma poco la pianta. Da noi l’ulivo ha qualcosa di sacro, la pianta e la conformazione del suo tronco e della sua chioma hanno qualcosa di antropomorfo. L’ulivo è un progenitore, padre e fratello dell’uomo, probabilmente perché ha rappresentato per secoli l’unica forma di sostentamento, l’unico compagno di viaggio nell’arsura dell’estate, ha dato forma e colore a un ambiente brullo e siccitoso,ha custodito silenzio, monumentalità e frescura ma soprattutto la sua chioma si è sempre mareggiata di luce e di argento al punto da essere aureolata da una ininterrotta sacralità.

I piccoli alberi frondosi di Olimpia e della sponda greca riportano la mente all’oleastro, la pianta selvatica che Ercole avrebbe trasportato da Creta e con cui avrebbe popolato le montagnole della Grecia. Vincenzo Consolo ha stigmatizzato la diversità tra l’olivo, la pianta addomesticata dall’uomo e l’oleastro, il virgulto e il cespuglio selvatico. La società primitiva è come l’oleastro, naturale ma incapace di costruire un consorzio civile.

L’ulivo è invece la pianta potata e ammessa a offrire sostegno all’uomo. Il suo frutto è infatti ricco di glucidi, protidi e minerali e facilita la diminuzione del colesterolo nel sangue. Secondo un altro mito sarebbe stata Atena a far conoscere l’oleastro in Grecia e a diffondere la sacralità della pianta. L’olio veniva perciò usato per tenere in vita la lampada del tempio, donato in piccole quantità agli atleti che si erano distinti nelle gare olimpiche e usato per far brillare la loro pelle prima di scendere in gara. «Laudato sia l’ulivo nel mattino! - scrive D’Annunzio ripetendo i versi di San Francesco - Una ghirlanda semplice, una bianca/tunica, una preghiera armoniosa».

Secondo una documentazione meno fabulosa furono i Fenici a diffondere la pianta in tutto il Mediterraneo, tant’è che il Breviario di Predrag Matvejevic si apre sancendo una ipotesi o una verità: definiamo Mediterraneo quel luogo dove è diffusa la coltura dell’olivo.

Dopo i Greci furono i Romani ad acquisire la coltura della pianta, sposarono la sacralità dell’olivo e ne fecero un simbolo di prosperità e di pace. Una simbologia che era già viva presso gli Ebrei, i quali la rappresentarono nel racconto di Noè. Il patriarca invia una colomba a scrutare se le terre siano affiorate e l’uccello ritorna con un ramo d’olivo nel becco. La sacralità dell’olivo è descritta dal Vangelo apocrifo di Nicodemo, risalente al IV o V secolo. Si narra dei Giusti che prigionieri dell’inferno videro una luce abbagliante che annunciava la discesa all’inferno di Cristo. Il profeta scendeva a resuscitare Abramo e i patriarchi e coloro che avevano meritato la gloria divina e portava con sé l’olio santo con cui avrebbe unto e guarito coloro che si erano ammalati. Nel cristianesimo, l’olivo diventa simbolo di luce divina, di pace e prosperità ed è dal Monte degli Ulivi che ha inizio la passione di Cristo, simbolo della misericordia di Dio verso i suoi figli.

L’olivo è l’albero della vita, in quanto lega l’aldiqua e l’aldilà è l’unione della carne con lo spirito e dunque col Cristo. Viene perciò benedetto e scambiato tra i cristiani nella domenica delle palme, allorché Cristo entra in Gerusalemme per portare a compimento la sua missione. E da un olivo la tradizione sostiene che saranno ricavati i bracci della croce sulla quale il Messia verrà inchiodato. L’immagine del ramo entrerà più tardi nella pittura rinascimentale italiana, addirittura i pittori senesi raffigurarono Gabriele che non consegna un giglio a Maria, bensì un ramo d’olivo, per sostituire questa pianta all’odiato giglio fiorentino.

Ricordo che a Pasqua mi mandavano in chiesa a prendere l’acqua benedetta con un bicchiere. Prima che iniziasse il pranzo, mio nonno intingeva un ramoscello di olivo nel bicchiere e benediva tutta la famiglia. Mentre il mercoledì delle Ceneri si usava bruciare dei rami di olivo. Il sacerdote bagnava il pollice nella poltiglia di acqua benedetta e cenere di olivo e tracciava un segno di croce sulla fronte dei fedeli, pronunciando una formula bella e tragica che induceva a riflettere: Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris. Ricordati che polvere eri e polvere ritornerai.

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