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Amato: «Campagna d'odio contro la Polizia»

ministro Interni, Giuliano AmatoGROSSETO - Non pronuncia mai quella parola, «terrorismo», Giuliano Amato, ma usa la metafora del «frutto di una pianta avvelenata» che si pensava «estirpat e che invece ancora c'è».
Non pronuncia mai quel termine, coniato nei lontani anni '70, termine che comunque pervade uno dei passaggi più intensi e più tesi del suo discorso inaugurale davanti alla grande nuova questura di Grosseto.
La prende alla larga, il titolare del Viminale, non senza una punta di amarezza, la voce che si fa più dura davanti ai reparti schierati sotto un sole feroce: «Non avrei mai pensato che nel 2007 avrei dovuto ricordare, addirittura da ministro degli Interni, come la polizia si senta al servizio dei cittadini: lavorano per gli altri, amici al punto di sacrificare la vita per chi, italiano e non italiano, si trovi in una situazione di difficoltà».
E doverlo ricordare, sottolinea Amato, «amareggia perchè si diffonde ancora oggi in più città italiane una campagna di ostilità nei confronti della polizia e dei suoi dirigenti all'insegna di un odio che era cresciuto in anni lontani, che sembrava frutto di una pianta avvelenata ormai estirpata e ci accorgiamo che la pianta ancora c'è».
Parole pesanti, e mai quel termine pronunciato: per rendere più chiaro se possibile il suo messaggio, Amato ricorda una delle vittime - simbolo della «campagna d'odio» degli anni '70.
E lo fa, anche in questo caso, partendo da quanto «è stato non solo bello e giusto, ma importante e in qualche modo tempestivo, che proprio in questa settimana abbiamo ricordato celebrandone la memoria, intitolandogli noi una strada e una stele a Milano il Capo dello Stato, Luigi Calabresi che di questa campagna di odio immotivato, di pregiudizio radicato al di là di qualunque fatto e di qualunque prova dei fatti è stato anche dopo la sua morte continuamente e reiteratamente vittima».
Ma non cede di un passo, Amato, e a chi gli chiede «ministro, ci risiamo» risponde «no». «Non autorizzo quel ci risiamo. Sarebbe un bellissimo titolo. Ma fa molta più paura di quanto sia il caso di averne».
Chiara Carenini

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