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Senato - L'Unione vince e Prodi esulta: «l'opposizione è spaccata»

ROMA - Passa il decreto sull'Afghanistan, vince la maggioranza con l'apporto determinante dei senatori a vita, si frantuma il centrodestra e l'operazione astensione si rivela fallimentare, l'Udc nega l'inizio di una nuova stagione politica e smentisce di aver salvato Romano Prodi. È il bilancio della giornata in cui, con 180 sì, 132 astensioni e 2 voti contrari, il Senato rifinanzia le missioni militari italiane all'estero, prima tra tutte quella in Afghanistan.
«Questo voto è una svolta politica. La maggioranza è compatta, l'opposizione è spaccata», si entusiasma Romano Prodi da Brasilia. «Ora Berlusconi dovrà spiegare agli alleati», aggiunge, alludendo a Bush e Blair e non certo a Fini e Bossi.
«I militari hanno la certezza del voto del Parlamento», mette in cassaforte Massimo D'Alema, che impietoso parla di «esito nefasto per Berlusconi» e di «meschine macchinazioni e doppia sconfitta, politica e davanti all'opinione pubblica, del centrodestra». Prodi e D'Alema non fanno certo un favore all'Udc quando ne elogiano la retta condotta parlamentare e la coerenza rispetto al voto di 15 giorni fa.
Pier Ferdinando Casini si affanna infatti a negare di aver salvato il governo e rivendica la sua coerenza. «I miei detrattori saranno delusi - afferma - Non ho salvato Prodi. Prodi si salvava lo stesso. Se anche avessimo votato no, i sì sarebbero stati 160 ed i no 154». Ma, nell'evidente sgretolarsi dell'opposizione, gli alleati si ribellano contro l'Udc e continuano a sostenere che non esiste la maggioranza richiesta da Napolitano. Berlusconi ripete come un mantra che «il governo non è legittimo, non ha una vera maggioranza e non è autosufficiente». «Tranne l'Udc - rivendica - la Cdl è compatta».
Anche Gianfranco Fini denuncia: «Il voto di oggi ha confermato che il governo non ha nella politica estera una maggioranza autonoma e autosufficiente di 158 senatori, sopravvive soltanto grazie ai senatori a vita, ma per il soccorso dell'Udc questa sera canta vittoria e si sente politicamente più forte. Ci auguriamo che l'onorevole Casini, della cui onestà intellettuale non dubitiamo, rifletta sul perchè oggi la sinistra lo ha tanto elogiato. Forse perchè la teoria delle due opposizioni aiuta solo Prodi». E Roberto Calderoli, sprezzante: «Salutiamo l'ingresso dell'Udc in maggioranza».
L'analisi del voto conferma in effetti che l'Unione si è fermata a 155 voti. La maggioranza richiesta era di 158 voti. Dei 180 sì 20 sono stati quelli dell'Udc, ma tra i restanti 160 4 erano i voti dei senatori a vita (Colombo, Ciampi, Rita Levi Montalcino e Scalfaro) e uno del senatore di Forza Italia Lino Iannuzzi. Anche volendo sommare il voto non espresso dal presidente del Senato Marini, il conto si ferma a 155 senatori dell'Unione. Da registrare i 2 no di Turigliatto e Rotondi, i 132 astenuti (70 di Fi, 41 di An, 13 della Lega e 8 tra Dc, Mpa e Pri). Il senatore a vita Giulio Andreotti ha lasciato l'aula, come anche De Gregorio e Pistorio. Cossiga e Pininfarina erano assenti, così come Rossi e Bulgarelli.
Pallottoliere alla mano, mentre Piero Fassino e Francesco Rutelli rivendicano l'autosufficienza della maggioranza e accusano l'opposizione di aver fatto una «figuraccia», il portavoce di Silvio Berlusconi Paolo Bonaiuti annuncia che domani si valuterà se salire al Quirinale - come ampiamente anticipato - per chiedere a Napolitano le dimissioni di Prodi. Lo stesso farà forse Pier Ferdinando Casini, ma in solitudine e separato dagli alleati. «Se vi cullate ancora nella sindrome dell'autosufficienza non andrete lontano», dice il leader dell'Udc all'indirizzo della maggioranza.

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