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La Franzoni piange: non ho ucciso mio figlio

delitto di Cogne, Annamaria FranzoniTORINO - «Volevo solo dire che non ho ucciso mio figlio»: il grido di dolore si alza alle 11,35 del mattino nell'aula 5 del palagiustizia di Torino.
Il silenzio è gelido, gli sguardi di avvocati, giornalisti e curiosi sono attoniti. Il procuratore generale Vittorio Corsi ha appena pronunciato quella frase che frantuma il cuore di Anna Maria («Chiedo la conferma della sentenza di primo grado»), quando la mamma del piccolo Samuele, condannata a 30 anni di reclusione il 19 luglio del 2004 dal Gup di Aosta, si avvicina al suo avvocato, Paola Savio, e le sussurra nell'orecchio: «voglio parlare». Anna Maria, che fino a quel momento aveva mascherato il suo stato d'animo con piccoli sorrisi, scuotimenti di testa o incredulità, non regge più lo stress. Quelle lacrime così criticate ieri dal pg Corsi, considerate uno strumento per sedurre gli italiani, soprattutto quelli che hanno assistito alle innumerevoli trasmissioni televisive sulla sua vicenda, tornano prepotentemente alla ribalta. «Non ho ucciso mio figlio», continua a ripetere a se stessa coprendosi con entrambe le mani il volto bagnato.
Paola Savio cerca di consolarla, ma è difficile anche per lei. Le mani che proteggono Anna Maria sono quelle del marito Stefano Lorenzi e del suocero Mario. I giornalisti vorrebbero parlarle, ma lei non se la sente e si dilegua con i suoi familiari passando da un'uscita secondaria. Quei familiari ancora oggi criticati dal procuratore generale. «La figura di Annamaria Franzoni - ha detto il magistrato - è stata costruita dalla famiglia. Esaminando le intercettazioni ambientali, e leggendo il libro che ha pubblicato, si scopre che la famiglia ha voluto costruirvi un personaggio: quello della buona madre. Una madre colpevole non può non crollare. Io, ripete Annamaria, invece non crollo. Ricordo tutto, sono sana. E quindi non posso avere ucciso Sammy».
L'unica che parla con i giornalisti è l'avvocato Paola Savio. «Sulle richieste del pg non dico nulla - dice, celando a fatica la sua amarezza - era assolutamente normale che succedesse un po' di tutto questa mattina. Dalla richiesta di una riduzione della pena alla richiesta di conferma della condanna di primo grado. Ho depositato un elaborato del professore Carlo Torre che potrà essere utilizzato non solo da me per discutere, ma anche dalla corte d'Assise d'Appello per ragionare con un argomento in più su questo fatto. Non è un flop non poter ascoltare Torre e non ci mancherà qualcosa». Alla domanda infine su cosa ne pensasse dell'invito a confessare rivolto dal pg ad Anna Maria, Paola Savio ha commentato: «Era giusto farlo».
Claudio D'Amico

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