Domenica 16 Dicembre 2018 | 06:28

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Le Marche bidone della spazzatura del Nord

PESARO - Le Marche regione 'pattumierà dei rifiuti tossici industriali del Nord, provenienti soprattutto da Veneto e Lombardia e smaltiti illegalmente in impianti non attrezzatti o addirittura nelle cave, al ritmo di sei-sette camion al giorno. È lo scenario inquietante portato alla luce dall'operazione 'Arcobalenò, condotta dai carabinieri del Noe di Ancona e coordinata dal sostituto procuratore di Pesaro Massimo Di Patria.
Fra il 2003 e il 2005 (ma anche per parte del 2006), montagne di scarti di lavorazioni industriali, classificati come rifiuti speciali - fanghi industriali, bitume, amianto, vernici e altri materiali pericolosi per la salute - venivano avviati in discariche o impianti non autorizzati dopo un semplice 'lavaggiò con acqua. Con bolle di accompagnamento falsificate, relative a materiali di recupero industriale già trattati. Gran parte dei rifiuti venivano smaltiti nella discarica di Barchi (Pesaro Urbino), di proprietà della locale Comunità montana ma gestita da privati, o nella cava 'Solazzì di Carrara di Fano.
Entrambi gli impianti figurano nell'elenco delle 56 strutture (imprese estrattive, o specializzate nel recupero e trasporto di rifiuti), poste sotto sequestro in queste ore. Fra le più note la Ferri Oliva srl di Orciano di Pesaro, la Luvicart di Lucrezia di Fano, la Piemonte recuperi, la Matteazzi srl di Noale (Venezia), la Free-Rec di Bondeno (Ferrara), la Italmacero di Modena, la Brambilla Servizi Ambientali spa di Lecco, la Sev srl di Verona.
Almeno in un caso, le sostanze tossiche sarebbero state smaltite all'interno di una cava a diretto contatto con il terreno (a Carrara di Fano), e il timore è che abbiano contaminato le falde acquifere.
Le 11 ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e al traffico illecito di rifiuti, firmate dal gip Daniele Paci, sono a carico di cinque intermediari del settore rifiuti, un gestore di discarica, cinque titolari di impianti di recupero.

In una conferenza stampa, il pm Di Patria, il col.Antonio Menga e il maresciallo Giuseppe di Venere del Noe hanno riferito che alcuni operai della discarica di Fano hanno accusato malori e bruciori alle mucose trattando quelli che credevano essere normali rifiuti urbani: in realtà scarti contaminati da cromo, rame, piombo, zinco e idrocarburi. L'Agenzia regionale per l'ambiente ha accertato che rifiuti di categoria diversa venivano miscelati (nonostante la legge lo vieti) per occultarne il tasso di nocività.
L'organizzazione sgominata dai carabinieri avrebbe agito condizionando anche alcuni amministratori degli enti gestori della società municipalizzate e delle dicariche, per poter smaltire i rifiuti tossico-nocivi nelle discariche pubbliche pesaresi di Tavullia e Barchi. Indagini sono in corso per il presunto omesso controllo da parte dei direttori delle municipalizzate Aset, Aspes e della Comunità montana del Metauro, nonchè dei direttori tecnici delle discariche. Sono stati scoperti anche sporadici smaltimenti illeciti da impianti della Campania. In totale, nel periodo sotto inchiesta 40 mila tonnellate di scarti illegali sono state 'inghiottitè dalla sola provincia di Pesaro Urbino (perfino interrate in un laghetto naturale di cava); 100 mila tonnellate in tutte le Marche, con la conseguente riduzione degli spazi a disposizione dei Comuni nelle discariche pubbliche e notevoli costi di bonifica.
In considerazione della legge sull'indulto, per gli indagati per reati punibili con pene non superiori a tre anni il gip non ha disposto l'arresto.
I primi passi dell'inchiesta avevano consentito di smantellare nel 2005 un'organizzazione parallela attiva in provincia di Ancona; due all'epoca gli arresti e 30 le denunce.

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