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Il calcio preme, poi si adegua

Calcio - palloneIl lupo perde il pelo, ma non il vizio. I fatti di Catania hanno determinato una risposta immediata e dura delle istituzioni, comprese quelle sportive, ma dal mondo del calcio continuano le pressioni (il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, se le aspettava...). Intendiamoci, i club hanno il diritto di difendere i propri interessi. Del resto, l'apertura agli abbonati, in caso di adeguamento parziale al decreto Pisanu (giustissimo pretendere prefiltraggi, tornelli, meccanismo automatico per i biglietti nominali e assicurazioni sui controlli agli ingressi), è una adeguata concessione nei confronti di chi chiede non venga penalizzata la parte migliore del tifo.
I presidenti, però, tendono a insistere. In alcuni casi, i motivi ci sono davvero, come per gli stadi rispetto ai quali soltanto gli enti proprietari possono intervenire per concludere i lavori (che allora predispongano procedure straordinarie). L'atteggiamento giusto, però, è sì quello di porre la questione, ma anche di prendere atto dell'eccezionalità delle misure prese e adeguarsi (come poi è stato fatto, dando un segnale di maturità e civiltà). Di sicuro, sarebbe inaccettabile se qualcuno si volesse nascondere dietro le esigenze degli abbonati («chiediamo più tutela per loro, mi sembra doveroso. È gente che ha pagato prima», ha giustamente affermato il presidente dell'Atalanta, Ivan Ruggeri) con altri reconditi scopi (innanzitutto salvaguardare i bilanci: le società rischiano la richiesta di risarcimento da parte dei tifosi, per non parlare delle televisioni, che potrebbero voler ridiscutere la parte economica dei contratti, vista soprattutto la decisione di non far disputare partite serali).
Mentre il ministro Giovanna Melandri chiede collaborazione, i presidenti, per cercare di avere più peso (e non prendersi da soli l'eventuale responsabilità di fermarsi), chiedono l'aiuto dei giocatori, i quali si dicono disponibili. Ma il ragionamento dell'Assocalciatori, così come posto da Cristiano Lucarelli del Livorno, potrebbe forse apparire arrogante. Si dovrebbe sostenere «siccome la decisione delle autorità comporta (come dato di fatto - ndr) che alcune gare si giochino a porte aperte e altre a porte chiuse, riteniamo sia giusto fermarci per non intaccare il regolare svolgimento dei campionati». Invece, il concetto sembrerebbe assumere i toni del ricatto quando si dice: «Rispettiamo le decisioni del Governo, ma noi calciatori chiediamo che non ci siano discriminazioni tra stadi aperti e chiusi: altrimenti, potremmo anche fermarci noi per riflettere ancora una domenica». Ipotesi che sembra scongiurata.
G. Flavio Campanella

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