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Omicidio Calipari - Da Italia e Usa due rapporti in contrasto

Stati Uniti Washington - Il Pentagono ROMA - Italia e Stati Uniti, dopo diversi mesi di indagine, non sono riuscite a raggiungere «conclusioni condivise» su cosa avvenne la sera del 4 marzo del 2005 a Baghdad. Così furono stilati due rapporti, uno americano e uno firmato dai due rappresentanti italiani nella Commissione d'inchiesta, il diplomatico Cesare Ragaglini e il generale Pierluigi Campregher. Ecco i principali punti sui quali i due rapporti si sono soffermati e che segnano valutazioni discordi.

NON PRESERVATO IL SITO DELLA SPARATORIA - Secondo gli italiani «il luogo dell'evento non è stato preservato dopo che la macchina si era fermata». Questa circostanza «non ha consentito» a chi ha fatto le prime indagini «di potere acquisire misurazioni precise delle distanze e delle posizioni sul terreno degli oggetti coinvolti nell'evento». Inoltre c'è stata la rimozione e l'eliminazione dei bossoli «effettuata, asseritamente, al fine di consentire libertà di movimento della torretta del veicolo col quale è stata trasportata la signora Sgrena all'ospedale e per evitare il rischio che forassero i pneumatici delle autovetture».

COORDINAMENTO - Per gli americani «nessuno dei soldati» al posto di blocco e nessuna autorità americana sapeva dell'arrivo degli italiani, anche se un capitano ne era al corrente in quanto informato «poco prima della sparatoria». Calipari avrebbe parlato degli spostamenti solo con il funzionario di collegamento che li attendeva all'aeroporto. Con un «maggior coordinamento», scrivono gli americani, si sarebbe potuta evitare la morte di Calipari. Gli italiani dissentono con gli americani su una questione nodale: non è rilevante «chiedersi cosa sarebbe successo se la catena di comando avesse saputo del contenuto dell'operazione, né quale avrebbe potuto essere il comportamento dei militari nel caso avessero saputo che un'auto alleata si stava avvicinando».

AVVERTIMENTO - Secondo le regole d'ingaggio adottate dagli americani - e citate nel rapporto del Pentagono - i soldati al posto di blocco hanno nell'ordine: puntato un potente faro sull' auto in avvicinamento prima che questa arrivasse alla "linea di allerta"; diretto il puntatore al laser contro il parabrezza della Toyota, una volta che l'auto aveva raggiunto la "linea di allerta"; gridato e sparato due-tre raffiche sull'erba alla destra dell'auto che si stava avvicinando alla "linea di avvertimento"; infine sparato un'altra raffica verso il motore, «sventagliandola dal terreno sul lato del passeggero verso il motore» nel tentativo di fermarlo.

IL CHECK POINT 541 - Gli americani hanno detto che gli uomini in turno al check point erano dieci e che il posto di blocco era stato allestito per proteggere il passaggio dell'allora ambasciatore Usa in Iraq, John Negroponte. Secondo il rapporto italiano è stato un «errore avere lasciato la gestione del Centro operativo tattico ai militari del battaglione di artiglieria laddove non erano ancora capaci di gestirlo correttamente e non erano in grado di coordinarsi con le altre unità». In particolare le critiche sono indirizzate tra l'altro verso «la collocazione di segnali chiaramente visibili sia di giorno sia di notte, adottando standard comunemente accettati in ambito internazionale e riconoscibili sia da soldati che da civili».

ADDESTRAMENTO DEI SOLDATI USA - Il rapporto italiano sottolinea che l'addestramento dei soldati al BP 541 era stato fatto «per imitazione», «di per sé non ottimale per la formazione dei militari di professione, ancor meno efficace se applicato a personale della riserva».

LA VELOCITÀ DELLA TOYOTA - È uno dei punti più controversi tra Italia e Usa. Nel rapporto del Pentagono i militari hanno parlato di una velocità della Toyota di circa 50 miglia orarie (circa 80 km/h) e che non diminuì l'andatura nemmeno dopo il primo avvertimento. Secondo L'Italia «il conducente della Toyota procedeva a velocità costante pari a circa 70 kmh prima di entrare in un'enorme pozza d'acqua, in un sottopasso, a circa uno/due chilometri dalla rampa. Una testimonianza confermata dalla Sgrena e dal funzionario italiano del Sismi che li attendeva all'aeroporto.

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