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Testimonianza diretta: nel 1995, subito dopo lo stop deciso per la morte del tifoso del Genoa Vincenzo Spagnolo, una carica delle forze dell'ordine sparigliò un gruppo di tifosi del Nardò al termine di una gara del campionato di serie D. Sulla strada che collega lo stadio con il centro della cittadina, una decina di poliziotti raggiunse un ragazzo che cercava di fuggire. Manganello pronto, un agente di polizia era in procinto di colpire. Si fermò alla vista della macchina della più importante emittente televisiva della Puglia. "Cosa fa?", gli chiedemmo. "E' soltanto un ragazzino" dicemmo, provando a dissuaderlo. Approfittando della pausa, il tifoso scappò. Tolto il caschetto, il poliziotto rispose: "Voi non avete idea di quel che sono capaci di fare. Ci insultano, ci attaccano, aspettano soltanto di poterci ferire. Questi vanno sugli spalti, ma non per vedere la partita. Sono qui per delinquere".
Che la gara di calcio sia stato un pretesto, la cornice per organizzare la guerriglia scatenatasi prima, durante e dopo Catania-Palermo, è un fatto incontestabile. La teppaglia sceglie la sede di un incontro come luogo di azione, facile punto di approdo per un assalto, spesso premeditato perché di solito segue un episodio del passato. Lo "sbirro" è preso di mira per vendetta, per risposta a fatti precedenti. Ma è soltanto uno dei nemici degli ultrà, l'ostacolo che si frappone tra loro e i supporters della squadra avversaria. Tranne eccezioni (leggi gemellaggi), le rivalità sono numerose e risapute. I derby e le stracittadine, poi, sono ancor più a rischio. La superiorità di campanile sarebbe il sale di una competizione (da giocarsi magari anche in altri campi) se non fosse perseguita con spranghe e coltelli. Sotto cova altro, divergenze politiche comprese. Ma gli attriti nascono anche per la supremazia nell'ambito della stessa curva. Di recente è capitato alla Juventus. In palio c'è il controllo degli affari (dal più legale merchandising allo spaccio di stupefacenti).
La questione sociale si staglia in tutta evidenza. Per superare la crisi è indispensabile l'apporto generale. La famiglia, la scuola, la chiesa sono educatori fondamentali (e sappiamo quanto questi modelli siano purtroppo messi in discussione). Ma per frenare la devianza di minori già adulti e di chi li accoglie nei clan, è necessario cancellare il lassismo (se non la complicità) altrui. Nell'ambito sportivo, gli accordi sotto banco tra club e tifoseria organizzata sono un fatto risaputo (tanto che contestazioni veementi nascono laddove le società cercano di isolare i violenti). Così come troppo deboli (lo scandalo di Calciopoli è emblematico) si sono dimostrate le istituzioni, incapaci finora di usare durezza perché condizionate da interessi enormi (fermare i campionati è un danno economico).
La decisione del commissario straordinario della Federcalcio ha avuto il plauso unanime. Ma fermare i tornei "fino a quando non troveremo misure serie e drastiche che impediscano il ripetersi di episodi come quello di Catania" (sono parole di Pancalli) non soltanto è un'ammissione di responsabilità (si sostiene implicitamente di non essere riusciti nella prevenzione), ma è anche una dichiarazione di intenti che può essere rispettata con misure serie, interne ed esterne al mondo del calcio. L'uso della scure da parte della giustizia sportiva, ad esempio, è un atto dovuto, ma non ha il pregio di essere risolutivo. Anzi, finisce per punire ulteriormente gli spettatori pacifici e appassionati, sempre più disgustati e lontani. L'intervento imprescindibile è quello dello Stato, di chi governa, di chi deve far rispettare le leggi, prima ancora di pensare a farne di speciali. Le norme contro la violenza negli stadi sono continuamente violate. Le deroghe non si contano, a pochi giorni dalla decisione di assegnare all'Italia gli Europei del 2012.
Il modello inglese è il più citato e gettonato, ma presuppone il rispetto della legge, la certezza della pena (e velocità nelle procedure), gli stadi di proprietà dei club (con quel che ne consegue per la cura del patrimonio) e una profonda opera di sensibilizzazione. Si discute di come ripartire i proventi dei diritti televisivi (fatta la legge delega, si aspettano i decreti legislativi). Si è pensato giustamente, oltre alla mutualità, di destinare una percentuale della vendita collettiva all'attività di base. Sarebbe il caso di trovare le risorse per un piano complessivo che contempli anche uno degli aspetti qualificanti del Taylor Report inglese: reinventare la comunità all'interno degli stadi, pensati nell'ottica della polifunzionalità (il processo va a rilento, nelle grandi città si aspetta l'intervento dello Stato in vista proprio degli Europei del 2012; a quanto pare, ci sarà solo un contributo per i mutui contratti). Incidere nel tessuto, può contribuire (a cascata) a normalizzare anche la situazione nelle categorie inferiori.
Siccome una nota stonata può pregiudicare la riuscita di un'opera, sarebbe il caso infine che a darsi una regolata siano anche i calciatori durante le partite (basta gomitate, simulazioni, proteste, istigazioni: altrimenti che si intervenga per inasprire le pene, anche pecuniarie), i dirigenti nelle esternazioni del dopopartita e, perché no?, i giornalisti nell'esercizio della professione (opponendosi, per esempio, all'innalzamento dei decibel in televisione per qualche punto percentuale in più di ascolto; di altri Biscardi non sentiamo proprio la necessità). La proposta è quella di provare a riavvicinare tifoserie apparentemente divise. In Puglia la distanza tra Bari e Lecce sembra incolmabile. Ma, da contatti informali, buona parte dei rappresentanti dei direttivi ultrà, sarebbero disposti a dimenticare il passato e avvicinare due città che si apprezzano molto più di quel che possa sembrare. Sarebbe un segnale incoraggiante dopo quel che è accaduto. A quanto pare, ci sarebbe soltanto una questione di orgoglio da superare (chi fa il primo passo?). Ci pensino le società di calcio di concerto con le istituzioni. Non c'è un minuto da perdere.
G. Flavio Campanella

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