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In Italia 7 mesi per correre ai ripari o ci troveremo a coltivare ulivi e viti sulle Alpi

ROMA - Allarme clima anche sull'Italia: il nostro Paese ha sette mesi per correre ai ripari. A settembre è prevista la conferenza nazionale sul clima voluta dal ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio. Le linee guida sul lavoro da affrontare ci sono già, per definire cosa rischia effettivamente l'Italia e poi stabilire un piano d'azione. «In questi giorni stiamo cercando di stabilire il programma - spiega Vincenzo Ferrara, a capo dell'organizzazione della conferenza italiana sul clima del 2007 - che si svolgerà sulla base di tre direttrici. Innanzitutto bisogna fare il punto sulle priorità di studio e di ricerca per capire le conseguenze dei mutamenti climatici per l'Italia; poi occorre cercare di comprendere cosa può fare l'Italia nel contesto internazionale, guardando al dopo 2012, cioè al cosiddetto post-Kyoto; in ultimo - aggiunge il climatologo - bisogna definire la strategia dell'adattamento. In questo senso bisogna capire la vulnerabilità del territorio e pensare alla prevenzione, importante per la difesa del suolo e la pianificazione del territorio».
Il Belpaese deve trovare insomma un suo quadro scientifico di riferimento. In questo senso esistono già diversi scenari. «La prima questione è quella della disponibilità d'acqua - spiega Ferrara - visto che ci sarà una generale diminuzione della risorsa, in particolare al Sud, dove c'è il problema della desertificazione». Un altro capitolo sarà quello del cambiamento degli ecosistemi, che tenderanno a spostarsi verso Nord di circa 150 km per ciascun aumento di un grado della temperatura: «Questo implicherà un cambiamento del paesaggio, che si deve adattare alla nuova situazione - sottolinea il climatologo - dove ad esempio si modificano le colture e viti e ulivi si troveranno meglio al Nord rispetto al Sud». Poi c'è l'innalzamento del livello del mare, che interessa soprattutto le zone costiere del Nord, in un terreno come quello dell'Italia, geologicamente instabile. «L'innalzamento del livello del Mediterraneo non è così catastrofico come quello previsto per le zone equatoriali - racconta Ferrara - Le aree più a rischio sono quelle fra Monfalcone e Rimini, inclusa Venezia quindi, ma anche zone del Tirreno. Mentre però al Nord il terreno tende ad abbassarsi, al Sud invece, come in Sicilia, il terreno si alza». L'Italia infatti si muove, trovandosi nella zona di confine tra la zolla africana e quella indoeuropea. Il quarto fronte sarà quello delle opportunità dal punto di vista socio-economico. «Con il caldo e la mancanza di acqua ci saranno effetti sul turismo e sull'agricoltura, specie al Sud - afferma Ferrara - mentre al Nord, con lo scioglimento dei ghiacci delle Alpi, non ci sarà più lo stesso supporto di acqua». Comunque, per l'Italia come per tutti gli altri Paesi del globo, si tratta di quantificare i danni in termini economici e soprattutto di sapere contrastare il fenomeno, adattando il territorio alle conseguenze. La conferenza nazionale di settembre in Italia vedrà una partecipazione internazionale, dall'economista Jeremy Rifkin e molti scienziati come Nicholas Stern, autore dell'omonimo rapporto, oltre a rappresentanti della Ue, enti locali e settori produttivi interessati.

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