Lunedì 17 Dicembre 2018 | 08:51

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Una ricerca da «svecchiare» e stabilizzare

Sempre più «vecchia e precaria»: è la ricerca in Italia vista attraverso i dati che provengono dalla forza lavoro coinvolta. Una realtà che si riverbera in maniera identica dal sistema nazionale al livello locale, Puglia inclusa.
I dati di riferimento sono stati raccolti ed analizzati dall'Irpps del Consiglio nazionale delle ricerche (www.irpps.cnr.it) e pubblicati nel volume «Portati dal vento. Il nuovo mercato del lavoro scientifico» di Maria Carolina Brandi, dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps-Cnr).
All'indagine hanno risposto, tramite questionario informatico, 798 ricercatori con contratto a termine di alcune Università e dei maggiori Enti pubblici di ricerca italiani.
Il mercato del lavoro nel settore scientifico è quindi sempre più all'insegna della precarietà: il 10,2% dei ricercatori ha avuto infatti un contratto a tempo determinato e il 9,7% un assegno di ricerca; i «Co.co.co.» e le altre forme di collaborazione sono il 35,8%, mentre i borsisti di vario genere sono 37,4%. Un'incertezza che provoca stress e tensioni anche nella vita privata.
Un altro dato che desta preoccupazione è poi l'elevata età media dei ricercatori, dovuta anche al blocco delle assunzioni a tempo indeterminato negli enti pubblici di ricerca, tant'è che non è possibile parlare di questi studiosi come di «giovani in formazione».

«Dall'esame dell'età si rileva innanzitutto che il 5,2% ha più di quarant'anni, il 20,6% è tra i 35 e i 39 anni, mentre il 43,4% è tra i 30 ed i 34 e solo il 30,7% ha 29 anni o meno» spiega Carolina Brandi. Un effetto questo, dei tempi di attesa: «Passano oltre 5 anni prima che un ricercatore possa vedere stabilizzata la propria collaborazione. Al momento dell'intervista il 60% dei casi aveva rapporti di lavoro in atto di durata intermedia (2-3 anni), ma il 32,3% usufruiva di contratti brevi (di un anno o meno), mentre pochissimi (7,7%) avevano contratti di durata superiore ai tre anni».
Ma come incide nella vita privata il perdurare di questa instabilità? «Per il 97,4% soprattutto all'approssimarsi della scadenza del contratto, è causa di stress emotivo che il 59,3% dichiara «forte». Più dei tre quarti del campione (78,2%) è in cerca di un altro lavoro e circa il 60% crede che questa situazione influisca negativamente sul proprio lavoro. Praticamente, tutti gli intervistati (96,6%) denunciano effetti negativi: il 71,6% sul rapporto di coppia, l'89,7% su quello di paternità o maternità, l'89,3% sulla scelta dell'abitazione, il 91,7% sul bilancio familiare, l'87,2% sulla capacità di affrontare gli imprevisti e quasi tutti (95,6%) anche su altri aspetti della vita privata».
La produttività scientifica, invece, sembra non risentire dell'incertezza. «L'output scientifico del campione è elevato e nella media - aggiunge l'autrice - a conferma del fatto che esso dipende dalle capacità e dalla validità del gruppo e non dalla stabilità del rapporto di lavoro». In totale gli intervistati hanno prodotto 272 monografie italiane, 70 monografie straniere, 389 saggi in italiano, 127 saggi in lingua straniera, 1.362 articoli pubblicati su rivista nazionale, 6.329 articoli su rivista internazionale.
Quali sono le tipologie contrattuali più frequenti? Il 10,2% ha avuto un contratto a tempo determinato e il 9,7% un assegno di ricerca; i «Co.co.co.» e le altre forme di collaborazione sono il 35,8%, mentre i borsisti (inclusi i dottorandi) ammontano al 37,4%. Tra i fattori che incidono più di tutti sul rinnovo del contratto, per il 78,3% è determinante l'appoggio del coordinatore del gruppo, mentre molto meno contano i titoli scientifici (15,8%).
Ma nonostante le numerose difficoltà, emerge che la ricerca è una vera e propria scelta di vita per gli intervistati, una vocazione che di fatto scoraggia il passaggio ad altre professioni nelle quali, pure, l'85,9% ritiene di avere possibilità di inserimento e il 68,5% anche con un salario più alto.
«L'indagine - conclude l'autrice - mostra che il rapporto di lavoro a termine non è una libera scelta, ma viene subito come una necessità. Solo una percentuale minima (4,5%) ritiene debba essere la nuova forma contrattuale da utilizzare in ambiente accademico, anche se la larga maggioranza (68,8%) pensa che il contratto a tempo determinato sia accettabile nel mondo scientifico solo come periodo di formazione e selezione, limitato nel tempo».

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