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«Come ricercatore tengo duro, ma non so per quanto resterò in Puglia»

ricerca Liberato Manna«Sul curriculum ho all'attivo oltre 60 pubblicazioni, 6 brevetti, muovo con i miei progetti parecchi milioni di euro, ho vinto premi di livello nazionale, ma sono un precario della ricerca, con un contratto a tempo determinato che scadrà nel 2008. Sembra un paradosso ma è la mia vita». Liberato Manna è un giovane ricercatore di 35 anni dell'Istituto nazionale per la fisica della materia con sede a Lecce (Infm), è di Palo del colle, si è laureato in Chimica presso l'Università di Bari, si occupa di nanotecnologie e sta seriamente pensando di lasciarsi tutto alle spalle e volare all'estero.
«Per la precisione sto valutando delle opportunità - sottolinea - un curriculum come il mio in Italia può far impallidire un professore ordinario; mi confronto con ex-colleghi con cui ho lavorato in passato, sia all'Università californiana di Berkeley negli anni 1999-2003 che all'Università di Monaco in Germania, durante i miei anni di permanenza all'estero. Tutte questi scienziati, con cui ancora mantengo stretti rapporti di collaborazione scientifica, sono ormai professori o direttori in varie università europee e americane, mentre io in Italia sono rimasto al gradino professionale più basso della ricerca (il cosiddetto terzo livello, un po' come il manovale della ricerca), e per lo più con un contratto a termine».

Liberato Manna è uno specialista in nanocristalli, le sue ricerche puntano ad agire sulle proprietà fisiche e chimiche della materia ridotta a microdimensioni, con applicazioni che spaziano da sanità all'ottica. «Le nanoparticelle opportunamente trattate possono essere utilizzate in svariate applicazioni, ad esempio per la diagnostica medica, per attaccare in maniera specifica cellule tumorali, per veicolare farmaci, oppure ad esempio, nel campo delle energie alternative, per produrre celle fotovoltaiche a bassissimo costo».
Le nanotecnologie e la ricerca relativa sono di quei campi che spesso il largo pubblico ignora, o di cui non si capisce bene l'utilità, invece molti degli oggetti e pratiche comuni delle vita quotidiana sono tali grazie alle nanotecnologie. «In effetti noi ricercatori soffriamo spesso per una visione distorta della ricerca. Non siamo scienziati chiusi nei nostri laboratori, nessuno finanzierebbe più queste pratiche, oggi si deve parlare di ricerca applicata, altrimenti i progetti non partono».
A fare la differenza sono spesso i tempi: un progetto di ricerca può avere un percorso di anni per risultati che poi andranno ulteriormente parametrati per una applicazione industriale, ecco perché processi così lenti non possono essere sostenuti da piccole imprese, ma si possono ottenere solo con finanziamenti e un lavoro di gruppo.
«In Europa si devono presentare progetti che sappiano essere competitivi, servono partners di livello sia come ricercatori coinvolti, sia come gruppi industriali e si ha comunque basse percentuali di assegnazione dei fondi perchè la concorrenza è forte. Al momento io porto avanti vari progetti: sono coordinatore di un progetto europeo che coinvolge 8 Università, con un budget di oltre 2 milioni di euro. Il progetto punta allo sviluppo di nuove sorgenti di luce e nuovi dispositivi elettronici basati su materiali nanostrutturati. Sono inoltre responsabile scientifico di un grosso progetto bilaterale con gli Stati Uniti, che coinvolge anche il Politecnico di Milano e la Scuola Normale di Pisa, con un budget di quasi un milione e mezzo. Il progetto mira ad intensificare la cooperazione con l'Università di Berkeley e a promuove la mobilità transnazionale di giovani ricercatori nell'ambito delle nanotecnologie. Inoltre, faccio parte di un network, insieme con un centro di ricerca di Creta ed uno di Tolosa (Francia), per l'avvio di un laboratorio congiunto per la formazione di giovani scienziati e lo scambio di competenze tra ricercatori. Anche quest'ultimo progetto è finanziato dalla comunità europea. Diciamo che sono molto spesso in viaggio e questo mi porta al confronto con l'estero e a rendermi conto di cosa sono in Italia e di cosa potrei avere fuori. La domanda 'ma chi me lo fa fare?' mi torna spesso in mente».
Quello che lega ancora Liberato Manna alla Puglia è la riconoscenza per il professore che l'ha richiamato quando era a Berkeley, Roberto Cingolani, la responsabilità del gruppo che coordina all'Infm. «Al momento tengo duro, quasi come portassi avanti una sfida con l'età che avanza», ma solo questi presupposti non possono durare a lungo. (R. Sche.)

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