Giovedì 13 Dicembre 2018 | 10:28

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L'analisi: le elezioni in Serbia e l'"Effetto farfalla"

BARI - Se non ci fosse di mezzo l'«Effetto Farfalla», le elezioni politiche che si svolgono oggi in Serbia sarebbero soltanto un tranquillo esercizio di democrazia, a prevalente valenza interna. Invece, dai prossimi equilibri parlamentari potrebbe dipendere una serie concatenata di eventi dalla portata imprevedibile. E' il noto assioma della «Teoria del caos» secondo cui «una farfalla che batte le ali nella foresta Amazzonica può causare un uragano a Hong-Kong». Il «battito d'ali» sarebbe un Parlamento serbo estremista e ultra-nazionalista che s'opporrebbe in modo duro all'indipendenza della provincia serba del Kosovo. Questo - secondo il più fosco scenario degli analisti - causerebbe la reazione dei kosovari (a schiacciante maggioranza albanese), salterebbe la pax-balcanica, si scatenerebbe il Caucaso. La questione non coinvolgerebbe "soltanto" l'Unione Europa, l'Onu e la Nato (già impegnati in Kosovo), ma inciderebbe sulle relazioni Usa-Russia e Cremlino-Romania (che ormai è membro Ue). Potrebbero anche infiammarsi antiche questioni territoriali: in Transistria, Abkhazia, Ossezia, Georgia, nella regione greca della Ciamuria e nei Paesi Baschi (in Spagna). Sarebbe una brutta gatta da pelare anche per l'Italia e, sì, la Puglia sarebbe direttamente interessata.
Non si tratta di catastrofismo, bensì di scenari ipotetici ma concreti. Così come è concreta l'ipotesi che il maggior Paese ex-jugoslavo possa finire in mano ai radicali. Stando ad un sondaggio pubblicato giovedì scorso dal "Press" di Belgrado, sulle 20 liste presentate, soltanto quattro avrebbero i numeri per superare lo sbarramento del 5% previsto dalla nuova Costituzione. Se - in contrasto con quanto è accaduto al di qua dell'Adriatico - i sondaggisti non verranno sbugiardati, il partito ultra-nazionalista ed anti-occidentale "Srs" sarà il più suffragato col 29% delle preferenze. Soltanto se riuscissero ad unire le forze, "Ds" (col 26% dei voti) e "Dss" (18%) potrebbero contrastarlo. Il primo, è il partito liberal-riformista del presidente Boris Tadic. La sigla "Dss", invece, indica la coalizione nazional-centrista del primo ministro uscente, Vojislav-Kostunica.
Secondo "Press", forerebbe la cortina del 5% anche il "G17 Plus", formazione de finita "tecnocratico-liberista", messa su a tempo di record dall'ex ministro delle finanze Mladjan Dinkic. Mentre sarà fuori, seppur di poco, il filo-occidentale "Ldp" fondato dal giovane Cedomir Jovanovic (un ex-Ds).
Per inquadrare il problema, è forse sufficiente dire che - a dimostrazione che vi sono margini di miglioramento anche nel sistema della Giustizia internazionale - Vojislav Seselj, vero capolista del Partito radicale serbo (Srs), è accusato dal Tribunale dell'Aja d'aver preso parte ai crimini di guerra degli anni '90. Il dato rende l'idea di quanto sia "spinto" il nazionalismo di questa forza politica. Se si affermasse con ampi margini o se le altre liste non riuscissero a coalizzarsi, mandandolo all'opposizione, il "battito d'ali" potrebbe provocare una slavina di rogne. Per gli ultra-nazionalisti, infatti, la granitica unità dei confini serbi è data per assodata, è programmatica. Sarebbe fuori discussione, quindi, - ed è questo il nocciolo della questione - che il Kosovo possa ottenere una qualche indipendenza. E, del resto, anche le altre forze politiche (con l'esclusione di Ldp) avrebbero grossi problemi con il proprio elettorato. Il Kosovo, infatti, è un pezzo d'identità serba. Come dimostra il perdurare delle enclave, anche in condizioni di vita estreme, quasi da comunità semi-recluse, le minoranze serbe non mollano quel fazzoletto di terra trapunto di chiese e di simboli che sentono appartenere alla propria Storia.
Si dà il caso, però, che la provincia (secessionista e a maggioranza albanese) nutra fortissime aspettative in questo senso. Anzi, parecchio più che delle mere "aspettative". Malgrado sia lontano il raggiungimento degli standard politici, economici e sociali che erano stati posti come pre-condizione, la proposta per la definizione dello status del Paese, nonché per la sua indipendenza condizionata dalla Serbia, avrebbe dovuta essere già pronta. L'ex-segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, l'attendeva per il 2006 dal suo inviato speciale, l'ambasciatore norvegese Marti Ahtisaari. Lo scorso novembre, però, l'Ufficio dell'inviato speciale per la definizione dello status (Unosek), spiegava che - dopo una con sultazione col Gruppo di Contatto (Usa, Francia, Gran Bre tagna, Germania, Russia e Italia) - s'era deciso di presentare la proposta "subito dopo le elezioni in Serbia".
Perché sia chiara la portata dell'«Effetto Farfalla», bisogna ricordare che quest'estate la Russia ha messo in guardia l'Occidente: una scelta unilaterale, nel senso dell'indipendenza del Kosovo dalla Serbia, potrebbe portare il caos nei rapporti internazionali e rimetterebbe in gioco i casi di altri territori (primo fra tutti, la secessione dell'Ossezia del Sud dalla Georgia filo-americana, poi l'Abkhazia e, con somma preoccupazione della Romania, la Transnistria, in Moldova).
Inoltre, forse perché il piccolo Stato balcanico potrebbe essere considerato un pericoloso "precedente", la Romania, la Spagna (probabilmente per la "spina" nel fianco dei Paesi Baschi) e la Grecia (che in Ciamuria ha una comunità albanese), hanno fatto dichiarazioni avverse al riconoscimento dell'indipendenza.
Il nostro Paese si gioca moltissimo. L'Italia è in Kosovo fin dall'inizio del conflitto e ha sempre avuto un ruolo di primissimo piano in seno al la Forza di interposizione, prima, e di stabilizzazione, poi. Nel corso di questi sette anni, è stata investita una cifra gigantesca per supportare l'iniziativa multinazionale Nato "Kosovo Force" (Kfor) e la missione Onu per l'amministrazione civile ad interim (Unmik). E - col previsto smantellamento di Unmik e il subentro dell'Unione Europea - l'Italia partecipa al team che sta preparando il passaggio di responsabilità a Bruxelles (European Union Planning Team - Eupt).
Per far fronte alle esigenze di Kfor, Unmik e Eupt, in Kosovo sono impegnati 2.308 italiani, per lo più militari e, per lo più pugliesi (dallo scorso ottobre, a capo della Multinational Task Force West, una delle cinque aree in cui è suddivisa la Kfor, c'è il comandante della Brigata Pinerolo di Bari, generale Attilio Borreca).
Per domani è stato fissato il Consiglio affari generali e relazioni esterne dell'Ue. Il vice premier e ministro degli Esteri Massimo D'Alema - attraverso il portavoce della Farnesina, Pasquale Ferrara - ha annunciato che, a Bruxelles, in contrerà anche il segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, e che, tanto nella riunione dei 27 ministri degli Esteri, quanto nel colloquio a due, verrà affrontato "il tema dello status del Kosovo".
Marisa Ingrosso

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