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La strage di Dujail all'origine delle condanne

BEIRUT - La strage nel villaggio di Dujail, località a una quarantina di chilometri a nord di Baghdad, che è costata la condanna a morte ad al Tikriti e al Bandar, è stata per oltre due decenni il simbolo della repressione spietata del regime di Saddam Hussein contro chiunque osasse, o anche solo pensasse di attentare alla vita del capo dello Stato.
L'8 luglio 1982 Saddam fu accolto nella cittadina dal sindaco di allora, Abdullah Ruwaid e dai dirigenti locali del Baath. Al termine di una cerimonia ufficiale, il presidente e la sua delegazione salirono in auto per lasciare il villaggio e, poco dopo, diverse raffiche di mitra furono sparate contro le auto del convoglio presidenziale.
Saddam Hussein rimase illeso, ma alcune delle sue guardie del corpo vennero ferite, mentre gli attentatori, cinque in tutto, furono individuati e uccisi immediatamente dagli agenti dei servizio di sicurezza.
Il giorno successivo, la Guardia Repubblicana arrivò in forze al villaggio e arrestò 450 persone, tra cui numerosi anziani e donne, e anche dei ragazzi che erano poco più che bambini. Per loro, venne successivamente allestito anche un centro di detenzione speciale nella regione meridionale di Samawah, in mezzo al deserto.
Per 148 persone il tribunale rivoluzionario pronunciò la condanna a morte, puntualmente sottoscritta da Saddam Hussein e quindi eseguita. Le fattorie da dove erano partite le raffiche di mitra vennero ben presto rase al suolo con i bulldozer e poi confiscate, mentre il sindaco Ruwaid e suo figlio Mizher divennero i responsabili della locale sezione del partito Baath.

Il processo di primo grado, cominciato il 19 ottobre 2005 scorso anno e conclusosi il 5 novembre, riconobbe l'ex presidente colpevole di crimini contro l'umanità e lo condannò alla pena capitale insieme al fratellastro Barzan al Tikriti e all'ex capo del tribunale che pronunciò la condanna a morte per i 148 abitanti di Dujail, Awad al Bandar.

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