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Dalle intercettazioni telefoniche: «Se un compagno mio si prende il colpo... io mi butto in mezzo, muoio, muoio con la testa alzata. Sopra di me non deve parlare nessuno, sopra di me»

BARI - Intercettazioni ambientali, prove dello 'stub' sostanzialmente positive, alibi crollati e una lettera scritta in carcere: in base anche a questi elementi investigativi sono stati arrestati i due presunti killer di Giovanni Montani, la giovane promessa del Bari-calcio uccisa la sera del 29 ottobre 2006 nel capoluogo pugliese nell'ambito di una vendetta di famiglia. A Montani - secondo l'accusa - la malavita non avrebbe perdonato il fatto di essere fuggito, durante il tentativo di estorsione ai danni di un commerciante, senza soccorrere il procugino Salvatore, ferito dai colpi di pistola sparati dall'esercente.
Tra le sei intercettazioni compiute, particolarmente significativa è quella attribuita dalla polizia a Gaetano Capodiferro, di 27 anni, uno dei due presunti killer. Qualche tempo dopo l'uccisione del calciatore diciottenne, Capodiferro - ha ricostruito la polizia - avvicinò alcuni dei tre ragazzi che parteciparono all'estorsione ai danni del commerciante barese Ignazio Gesuito, che uccise Salvatore Montani. Dice Capodiferro, nel tentativo di ammonire pesantemente i suoi interlocutori:
«Se un compagno mio si prende il colpo... io mi butto in mezzo, muoio, muoio con la testa alzata. Sopra di me non deve parlare nessuno, sopra di me». Il passaggio dell'intercettazione - secondo la polizia - rivela il vero movente del delitto: Giovanni Montani fu ucciso per essere fuggito senza soccorrere Salvatore.

Un'altra intercettazione venne fatta subito dopo l'uccisione di Giovanni Montani. A parlare questa volta sono i due presunti killer, Capodiferro e Giuseppe Amoruso, di 26 anni. Dice Amoruso, verosimilmente commentando le fasi del delitto: «Nino, i colpi tutti addosso». E l'altro risponde: «Mò, tipo processo», commentando - spiegano gli investigatori - che Amoruso, pur volendolo elogiare l'amico per l'ottima mira con la pistola, lo stava quasi processando.
A carico dei due presunti killer sono stati compiuti l'esame dello stub che ha rilevato sulle loro mani tracce di minerali contenuti nella polvere da sparo. Inoltre, nell'ordinanza di custodia cautelare si fa riferimento anche alla lettera che, dopo l'uccisione di Salvatore, Capodiferro, che all'epoca era in carcere, scrisse al papà del diciottenne, il boss Andrea Montani, anch'egli detenuto. Nella missiva, che fu sequestrata, Capodiferro affermava, in sostanza, che appena libero sarebbe tornato nel rione san Paolo e avrebbe preso il posto di Salvatore. Quindi, avrebbe aggiunto: «Sentirai buone cose».
L'ipotesi che il delitto sia maturato all'interno della famiglia Montani è inoltre avvalorata dal fatto che quando, subito dopo il delitto, i poliziotti perquisirono l'abitazione di Capodiferro trovarono in casa Amoruso. Questi custodiva sotto il cuscino del letto in cui dormiva la figurina mortuaria di Salvatore Montani.

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