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Azouz: «nessun perdono,devono pagare tutto»

strage di ErbaERBA (COMO) - La sua è solo una promessa, si dilata tra rabbia e dolore, ma suona come una minaccia. «Adesso porterò via Raffaella e Youssef per il funerale al mio paese - dice - ma poi tornerò per il processo, farò di tutto perché quei due paghino il massimo, farò tutto il possibile».
Con la confessione dei suoi vicini di casa, che hanno ammesso di essere i responsabili della tremenda strage di Erba, per Azouz Marzouk, marito e padre di due delle quattro vittime, si è chiuso un lungo periodo di dubbi, tormenti e attese.
La prima reazione a caldo è stata violenta, avvolta nelle nebbie della vendetta: «Se sono stati loro li ucciderò con le mie mani!». Ma ad ore di distanza dalle prime dichiarazioni il tunisino 26enne riflette con più calma.
Incontra i giornalisti davanti all'abitazione dei suoi fratelli, pochi chilometri da Erba, a Merone, dove vive ormai da un mese. È appena tornato dal consolato tunisino a Milano. Accompagnato dal suo legale, Pietro Bassi, ha avviato le procedure per i funerali della moglie e del figlio che vuole tenere a Zaguan, 60 chilometri da Tunisi, nel suo Paese natale. Ci vorrà una decina di giorni. «Dirò loro addio con rito musulmano - afferma deciso -, qui in Italia non ci sarà nulla». Raffaella aveva infatti abbracciato la fede islamica.
Ma al dolore, per Azouz - immancabili occhiali scuri e una sigaretta dietro l'altra - si aggiunge la rabbia. Quei due esplode mi hanno tolto tutto ciò che avevo e che un uomo può desiderare, una casa una moglie un figlio». Forse due, si lascia andare, perché Raffaella gli aveva rivelato che credeva di essere incinta. «Aveva diversi giorni di ritardo - ha raccontato -, quando me l'ha detto ero in Tunisia e aspettava il mio ritorno per fare le analisi. Eravamo così felici di dare un fratellino o una sorellina a Youssef».
Un motivo in più per non voler sentir parlare di perdono, a differenza di quanto hanno dichiarato il padre e i fratelli. «Forse loro non hanno visto come hanno ridotto mia moglie e il bambino, io non perdono nessuno, voglio che paghino tutto, voglio che stiano in carcere, e io so che cosa è il carcere un posto dove non vogliono chi ha toccato donne e bambini».
Rabbia, dolore ma anche mortificazione per come lui è stato trattato subito dopo il massacro, primo sospettato della strage. «Io invece lo immaginavo che fossero stati loro, sono persone cattive - dice ancora -. Protestavano sempre e noi avevamo messo perfino il parquet per attutire il rumore».
Azouz per un momento vacilla, e si porta le mani agli occhi. «Raffaella si è bruciata tutta la guancia - ricorda - proprio perché aveva il viso appoggiato su quel pavimento di legno che è andato a fuoco». La sua Raffaella, che per lui aveva sfidato differenze culturali religiose ed è morta per rancori di cortile.
Marisa Alagia

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