Martedì 18 Dicembre 2018 | 20:33

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Bush apre un terzo fronte di guerra contro Al Qaida

WASHINGTON - La Cia e l'Fbi davano loro la caccia da anni e quando dalla Somalia è arrivata la soffiata giusta, probabilmente dall'interno di clan che fino a oggi hanno dato loro ospitalità, il Pentagono ha lanciato un attacco mirato a tre terroristi di Al Qaida. Con un raid che sembra aver provocato decine di vittime, l'amministrazione Bush ha inflitto forse un duro colpo ai seguaci di Osama bin Laden nell'Africa orientale, attirandosi però critiche internazionali per la decisione di aprire un terzo fronte nella guerra al terrorismo.
Alla vigilia dell'annuncio della nuova strategia per cercare di salvare l'avventura in Iraq e con migliaia di militari impegnati ancora a dare la caccia ad Al Qaida in Afghanistan, la Casa Bianca si è lanciata su un terzo scenario, stavolta in un paese in cui le truppe americane non agivano dal 1994. Oltre un decennio dopo il massacro di 18 Ranger a Mogadiscio nella battaglia raccontata nel film 'Black Hawk Dawn', gli Usa hanno approfittato della svolta politico-militare nella capitale somala per lanciarsi in un'operazione antiterrorismo che potrebbe avere ulteriori sviluppi nei prossimi giorni.
Con un attacco coordinato dal Comando centrale (Centcom) di Tampa e dalla base americana di Gibuti - dove si trovano unità militari e uomini della Cia che controllano il Corno d'Africa -, il Pentagono ha lanciato un'offensiva contro gli integralisti islamici dal bilancio ancora incerto. All'operazione potrebbero aver partecipato anche velivoli provenienti dalla portaerei 'Eisenhower', spostata in questi giorni con l'intero proprio gruppo navale dal Golfo al largo della Somalia. I quattro squadroni di caccia F/A-18 della 'Eisenhower', fino a ora impegnati in operazioni contro i taleban in Afghanistan, sono adesso in servizio attivo di pattugliamento sui cieli somali.
Nel mirino erano tre esponenti di Al Qaida che figurano da tempo nella lista dei 'most wanted'dell'Fbi, per il loro presunto coinvolgimento nelle stragi contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania che nel 1998 provocarono 224 morti. Si tratta di Fazul Abdullah Mohammed, originario delle isole Comore, sulla cui testa pende una taglia da 5 milioni di dollari, del sudanese Abu Taha al Sudani e del keniano Saleh Ali Saleh Nabhan.

«Non credo li abbiamo colpiti tutti e tre, ma uno di loro è stato ucciso, non sappiamo ancora quale», ha detto una fonte d'intelligence a Washington. Da Mogadiscio, esponenti del governo di transizione somalo del presidente Abdullah Yusuf hanno detto di aver appreso dagli americani che Mohammed sarebbe morto. Se confermato, sarebbe un duro colpo per l'organizzazione terrorista. Secondo rapporti d'intelligence diffusi negli Usa, Mohammed sarebbe stato assai attivo nel Corno d'Africa grazie alla protezione ricevuta da clan somalo Ayr, che ha avuto un ruolo importante durante il dominio delle Corti Islamiche nel paese.
Esponenti del governo americano, secondo il Los Angeles Times, avrebbero negoziato segretamente negli ultimi giorni con il clan per ottenere informazioni sui latitanti di Al Qaida. Al Pentagono, il portavoce Bryan Withman ha sottolineato che l'attacco è partito «quando abbiamo ricevuto informazioni d'intelligence che ci hanno spinto a ritenere che potevamo colpire esponenti di Al Qaida». Il ministero della Difesa americano ha confermato un solo attacco, che sarebbe stato affidato nella notte tra domenica e lunedì a un aereo AC-130, una 'cannoniera volante' con una devastante potenza di fuoco. Altre fonti indicano però che nuove offensive sono avvenute nella giornata di martedì, stavolta affidate ad elicotteri d'attacco.
E i prossimi giorni potrebbero riservare nuove operazioni: «Non vogliamo che alcun terrorista di Al Qaida scappi dalla Somalia per installarsi in un paese confinante», ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack.
Marco Bardazzi

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