Sabato 15 Dicembre 2018 | 16:58

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Per la morte del rais, il Pentagono in allerta aspetta l'onda d'urto

Marine Usa in IraqWASHINGTON - Massima allerta nelle basi americane in Iraq e tutti pronti ad assorbire la possibile onda d'urto. L'esecuzione imminente di Saddam Hussein invia scariche di adrenalina al Pentagono e tiene con il fiato sospeso anche la Casa Bianca del West, il ranch texano di Crawford dove il presidente George W.Bush sta dando gli ultimi ritocchi alla sua nuova strategia per l'Iraq.
L'America è incerta sugli effetti che avrà la definitiva uscita di scena di un nemico combattuto dalle ultime tre amministrazioni, dai tempi di George Bush padre ad oggi. Bush ha evitato per giorni di commentare il via libera all'impiccagione di Saddam e i suoi portavoce si sono limitati ad esprimere la soddisfazione di Washington e il sostegno dell'amministrazione all'iter giudiziario deciso dagli iracheni. Il processo, nell' ottica del governo americano, è stato corretto e indipendente e gli Usa si sono limitati a offrire la consulenza giuridica, attraverso un team del Dipartimento di Stato che ha lavorato a Baghdad per questo momento fin dai giorni successivi alla cattura dell'ex rais.
Ma come l'intera avventura irachena, anche l'epilogo di Saddam provoca reazioni diverse in America. Il New York Times, in un editoriale, ha definito «un'altra occasione persa» il processo all'ex leader, perché non è stato portato avanti con le modalità che avrebbero potuto contribuire a creare una maggiore unità nazionale nel paese. Ma il Washington Post ha sottolineato che per quanto imperfetto, il processo ha avuto lo stesso risultato che avrebbe avuto in ogni caso perchè i fatti contestati a Saddam sono chiari. «C'è qualcosa di irrealistico - secondo un editoriale del quotidiano della capitale - nelle grida di sdegno dei gruppi per i diritti umani, che chiedono una giustizia proceduralmente perfetta da un paese che sta ancora facendo i conti con una guerra civile, attacchi quotidiani e squadre della morte».

A Washington come a Baghdad, l'intera giornata di venerdì è stata accompagnata da un'altalena di informazioni contraddittorie sul destino di Saddam. Per ore è rimasto incerto se l'ex dittatore fosse stato o meno già consegnato dagli americani alle autorità irachene, per eseguire la condanna. Quando nella capitale dell'Iraq era già sera, da Washington il Dipartimento di Stato ha fatto sapere, attraverso un portavoce, che il più importante prigioniero nelle mani degli Usa non era stato ancora trasferito.
La Casa Bianca ha cercato di mantenere il basso profilo. «E' una questione che riguarda gli iracheni, noi siamo solo osservatori», ha detto il portavoce di Bush, Scott Stanzel, ai giornalisti al seguito del presidente a Crawford. «Si tratta di un governo sovrano e prenderanno le loro decisioni su come far giustizia». Il Pentagono nel frattempo non ha nascosto che i 135.000 militari americani nel paese sono stati messi in stato di allerta, per reagire alle possibili violenze che possono accompagnare l'impiccagione.
Il presidente sta finendo di mettere a punto nel ranch la strategia che annuncerà nei primi giorni dell'anno. Le ultime indiscrezioni parlano della volontà di aumentare di 15-20.000 uomini la presenza militare degli Usa in Iraq, rinviando il rientro a casa di alcune unità dei Marines. Nello stesso tempo, Bush avrebbe messo a punto con il suo staff in questi giorni anche un vasto programma di interventi economici, per cercare di creare immediatamente posti di lavoro nelle aree che verranno ripulite dagli insorti.

Gli scettici avvertono però che piani analoghi si sono già dimostrati un fallimento in passato e dovranno fare i conti anche con alcuni eventi imminenti: la morte di Saddam, il passaggio la settimana prossima del Congresso nelle mani dei democratici e il macabro traguardo di 3.000 americani morti in Iraq, che contribuirà ad accrescere il malumore negli Stati Uniti per la guerra.
Marco Bardazzi

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