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L'Unione europea: «scioccata» per la condanna delle infermiere bulgare ed il medico palestinese

BRUXELLES - L'Unione europea è ripetutamente intervenuta sul caso delle infermiere bulgare e del medico palestinese arrestati e finiti sotto processo in Libia con l'accusa di aver inoculato volontariamente il virus dell'Aids a centinaia di bambini.
Insieme ai diversi appelli rivolti alle autorità di Tripoli a garantire un processo equo, l'Unione europea ha offerto un importante contributo finanziario. Nel marzo scorso l'Ue ha annunciato un nuovo sostegno a favore delle autorità libiche per la lotta contro l'Aids, in seguito all'epidemia scoppiata nel 1999 nell'ospedale di Bengasi, mettendo a disposizione un milione di euro, dopo un primo stanziamento della stessa entità fatto nove mesi prima.
Il pacchetto di aiuti era destinato a migliorare le condizioni dell'ospedale e ad aiutare le famiglie dei bambini che sono rimasti vittime dell'epidemia, di cui sono considerate colpevoli le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese.

Nel 1999, 426 bambini nell'ospedale di Bengasi sono stati contagiati con il virus dell'Aids. Di essi oltre cinquanta sono morti. L'Unione europea e gli stati membri si sono impegnati ad aiutare le famiglie delle vittime. Questo sostegno punta anche a delineare in Libia un piano nazionale anti-Aids per prevenire il ripetersi di tali tragici eventi.
Il sostegno economico garantito da Bruxelles per far fronte alle conseguenze dell'epidemia del 1999 e per dare alla Libia un piano anti-Aids, mira anche a indurre le autorità libiche a garantire un trattamento equo alle infermiere ed al medico accusati del contagio dei bambini.
Dopo lo sblocco del primo pacchetto di aiuti, le autorità libiche avevano deciso di indire un nuovo processo nei confronti degli imputati, annullando la condanna a morte precedentemente pronunciata nei loro confronti, ma che ora viene riproposta.

FRATTINI,SPERO IN RIPENSAMENTO
«Sono molto deluso e scioccato da questa decisione. Mi rendo conto che la sentenza è stata emessa, ma le autorità libiche dovrebbero ripensarci al più presto». È stata questa la reazione del vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini, responsabile per la giustizia, libertà e sicurezza, appena appresa la notizia della sentenza emessa oggi da un tribunale della Libia nei confronti delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese condannati a morte con l'accusa di aver inoculato volontariamente il virus dell'Aids a centinaia di bambini libici.
«Ricordo che la Bulgaria dal primo gennaio è membro dell'Unione europea e questa sentenza sarebbe un ostacolo alla nostra cooperazione», ha aggiunto Frattini il quale, dopo aver ripetuto di essere «fortemente deluso», ha aggiunto di sperare che «ci sia una via d'uscita» perchè «con una condanna a morte non c'è mai possibilità di praticare il dialogo».
Il vicepresidente della Commissione si è detto, infine, convinto «che le possibilità di annullare la sentenza esistono, anche se rispetto l'autorità del tribunale libico».

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