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Cile - Un rifugiato in Italia ricorda il regime del terrore di Pinochet

ROMA - Quando l'11 settembre del '73 il palazzo della Moneda cadde sotto i colpi dei carri armati di Pinochet, Juan Fernando Prieto Alaniz ancora non poteva immaginare l'incubo che l'attendeva. Lo scoprì presto: pochi giorni dopo il golpe fu rinchiuso nello stadio di Santiago insieme a migliaia di persone; accusato di essere un oppositore del regime, venne picchiato e torturato. Lì rimase una ventina di giorni. «Ci presero in cinquanta, quando siamo usciti eravamo non più di 15, gli altri non li ho mai più visti». Golpe Cile - Lo stadio lager di Santiago
Ma oggi che l'ex dittatore cileno è morto, non è per niente contento. «Doveva pagare da vivo per quello che ha fatto, purtroppo non c'è stato il tempo per condannarlo».
Alaniz vive in Italia, in provincia di Massa Carrara, da una trentina di anni. È sposato e ha tre figli ed è il cognato di Taquias Vergara Vicente, detto "Urbano", il primo rifugiato politico a denunciare Pinochet. La sua storia è quella di migliaia di esuli cileni costretti a scappare da una dittatura feroce.
«Ero un commerciante e ho collaborato con Allende - racconta -: un paio di giorni dopo il golpe mi presero e mi rinchiusero in quello stadio diventato tristemente famoso». Di quello che vide lì dentro parla ancora oggi malvolentieri.
«Ero rinchiuso in un camerino. Mi hanno picchiato e torturato ripetutamente. Erano militari, incappucciati. Per tre giorni sono rimasto incosciente, con la testa rotta in 12 punti e un braccio frantumato».
Ricordi ribaditi anche in una denuncia contro Pinochet che Alaniz presentò nel '98 alla procura di Massa. «Ho subito - scrisse nell'atto consegnato ai pm - torture indicibili quali finte fucilazioni, percosse e ustioni con cavi elettrici». Alaniz fu incarcerato insieme ad altre persone, una cinquantina in tutto tra amici e conoscenti. «Siamo usciti in 15 - ricorda ancora oggi - degli altri non ho mai saputo che fine hanno fatto. Ma non è difficile immaginarlo».
L'8 ottobre '73, all'improvviso, la scarcerazione. Durante gli interrogatori, racconta, «mi chiedevano sempre le stesse cose, volevano sapere chi avevo ospitato nella mia casa. È probabile che abbiano pensato che, rilasciandomi, li avrei condotti da chi volevano. Ma non gli è andata bene».
Fuori, però, la vita era tutt'altro che facile per uno che comunque non nascondeva le sue posizioni politiche. «Sono e sono sempre stato un oppositore del regime, ma di questo non voglio parlare», taglia corto. Ma ricorda che «i militari andarono più volte a casa dei miei genitori e dei miei fratelli e spaccavano ogni cosa che trovavano».
Per quasi quattro anni visse praticamente nascosto fino a quando, nel '77, riuscì a fuggire grazie all'impegno della moglie, che, tramite l'Onu e la Croce Rossa, lo portò fuori dal Paese.
In Cile Alaniz è tornato nel 2003 e, appena arrivato a Santiago, ha presentato un'altra denuncia. «È per questo che non volevo che morisse - dice con amarezza - volevo veder emergere la verità storica e soprattutto volevo vederlo pagare da vivo per tutto quello che ha fatto al Cile e ai cileni. Purtroppo non c'è stato tempo per condannarlo».
Matteo Guidelli

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