Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 13:46

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Il terrore dei passeggeri: sembrava una bomba

ROMA - «E' scoppiata una bomba, è un attentato, adesso moriamo tutti». Questo il pensiero che ha attraversato la menti dei passeggeri che stamani viaggiavano a bordo dei due convogli della metropolitana della linea A rimasti coinvolti nel tamponamento alla stazione Vittorio Emanuele. Pochi attimi di paura, poi piano piano la consapevolezza che non c'era stata nessuna esplosione, nessun atto criminale, ma un incidente, terribile, che ha causato la morte di una ragazza di 30 anni, originaria di Pontecorvo nel frusinate.
Paura, disperazione, richieste d'aiuto e soprattutto una sola preoccupazione per la folla di passeggeri, quella di allontanarsi il più presto possibile da lì e di uscire. Grida di terrore e tante lacrime hanno segnato i visi di chi usciva dalla stazione. Sebbene impauriti tentavano di dare indicazioni ai soccorritori: «c'è ancora tanta gente là sotto. Sono incastrati nelle lamiere», urlavano ai vigili del fuoco e agli operatori del 118. Poi venivano soccorsi, medicati sui marciapiedi, in strada.
Sotto era l'inferno: i due convogli incastrati e un centinaio di persone rimaste bloccate. Qualcuno era riuscito a mettersi in salvo da solo, facendosi spazio tra la gente, qualche altro ha cercato di dare una mano agli altri feriti. Sono racconti di terrore quelli dei passeggeri: «c'è stato un grandissimo botto e mi sono ritrovato all' improvviso per terra con tre-quattro persone sopra di me e che non ce la facevano nemmeno a rialzarsi - racconta Mihai, un operaio romeno di 28 anni - Sono riuscito a farmi largo tra la gente e ho preso in braccio una ragazza che non ce la faceva a camminare». «Dopo l'impatto, la parete della carrozza si è sfondata. Ora ho dolore alle gambe e ho battuto la testa. Ho visto i feriti a terra, perchè lo scontro è stato talmente forte che siamo caduti tutti uno sull'altro», spiega una signora in lacrime.
Storie che si intrecciano, racconti di paura in una mattinata che sembrava normale e che per tanti, in pochi istanti, si è trasformata in un incubo. «Ho visto in lontananza le luci della metropolitana, poi il buio - racconta Silvia mentre si tiene un fazzoletto premuto sulla fronte - e poi l'impatto forte, e più niente». Persone di ogni tipo ed età che si sono ritrovate tragicamente a vivere lo stessa tremenda fatalità: «Dentro al convoglio la gente non smetteva di urlare», ricorda Federico, uno studente universitario. «Non abbiamo sentito lo schianto ma solo un grande spostamento che ci ha gettato per terra - aggiunge una delle ferite - Mi trovavo nella carrozza più lontana dall'incidente, piena di gente. Inizialmente abbiamo pensato che l'autista avesse lasciato il freno, siamo usciti dal vagone e abbiamo capito. I convogli in fondo erano piegati, tanto fumo, gente che piangeva ed urlava, signore anziane che avevano il viso imbrattato di sangue». Tra i viaggiatori dei due treni della metropolitana c'era il giornalista Rai Carlo Verna che si trovava sul convoglio che ha tamponato l'altro treno: «Quando siamo scesi - ha detto - è stato il momento più brutto, perchè c'era panico. Ho visto una donna incinta che piangeva». C'erano i feriti, disperati, e c'erano i soccorritori, 118, protezione civile, forze dell'ordine, arrivati in poco tempo a piazza Vittorio. E in poco tempo è scattato il piano di sicurezza e difesa civile per lasciare libere le strade e consentire il passaggio delle ambulanze e, soprattutto, sulle banchina, lasciando varchi per i medici e i pompieri. Poi è scattata la solidarietà del quartiere. Tra i primi ad arrivare, i commercianti che hanno la loro attività sotto i portici della piazza umbertina. «Ci siamo accorti dell'incidente - ha raccontato la titolare di un negozio di calzature - dalle urla disperate che abbiamo sentito. Dall'uscita della metropolitana si è riversata una folla di persone disperata. Chi era ferito, chi semplicemente terrorizzato». Chi ha offerto dell'acqua, chi ha dato il proprio aiuto anche solo con una parola di conforto. Così Roma ha reagito ad uno dei suoi giorni più difficili.
Francesca Catà

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