Sabato 15 Dicembre 2018 | 14:14

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La sorella del caporal maggiore: «riportateli a casa»

DIANO MARINA (IMPERIA) - «Mandate a casa i ragazzi, mandateli a casa perchè non è giusto che altre famiglie, mogli, madri, sorelle e padri soffrano in questo modo». E' l'urlo di dolore lanciato da Barbara Langella, sorella del caporalmaggiore dell'Esercito Giorgio, ucciso stamani da una bomba in Afghanistan. Un appello disperato, rivolto al presidente del consiglio Prodi, al quale Barbara ricorda che «non si può lasciare morire i nostri ragazzi come carne da macello».
Giorgio Langella aveva 31 anni e da quattordici prestava servizio nell' Esercito. Il 28 luglio scorso era partito per Kabul, in Afghanistan. «Questa sarà la mia ultima missione», aveva confidato alla moglie. Ma alle 8 è stato ucciso in un attentato. Una bomba ha distrutto il blindato su cui viaggiava in compagnia di altri militari italiani rimasti feriti.
Assieme al blindato, quella bomba ha distrutto anche due famiglie: una a Boves, in provincia di Cuneo, dove a piangerlo ci sono la moglie Francesca, con la quale si era unito in matrimonio l'11 settembre 2005, e Luigi, il figlio di prime nozze di lei; l'altra a Diano Marina, nell'imperiese, dove vivono la mamma Giuliana, il papà Carmine (Lino), operatore ecologico in congedo, e la sorella Barbara, in attesa di occupazione.
Ieri sera, Giorgio aveva fatto in tempo a salutare per l'ultima volta la moglie e ad augurarle la buonanotte. La giovane coppia viveva a Boves, poco lontano dalla caserma Vian del 2/o Reggimento Alpini dove il militare prestava servizio col grado di caporalmaggiore capo. Sognava di comprare casa, mettere su famiglia e avere dei figli.
«Ci eravamo sentiti ieri sera, come sempre - spiega Francesca Fabbiano, 30 anni, dipendente di una ditta del cuneese che esegue servizi all'interno dello stabilimento Michelin - parlandoci e vedendoci con le web cam, su internet. Quando ho chiuso la telefonata mi è venuta una crisi di pianto. Come se avessi avuto un presentimento. Ci spedivamo molti sms, l'ultimo alle 18.30 di ieri, quando mi ha scritto 'Notte, amore, riposo un po' perchè alle 3 devo uscire con la blindo. Ti amo. Un bacio a te e a Luigi. Sei la mia principessa'».
Ora a Francesca rimane la speranza di poter esaudire l'ultimo desiderio di Giorgio, quello di dare a Luigi il cognome Langella. E per questo lancia un appello al presidente della Repubblica Napolitano, affinchè siano superate le eventuali difficoltà burocratiche che si potrebbero frapporre.
Ad avvisarla della morte del marito, alle 6, poco dopo l'inizio del suo turno di lavoro, è stato il capitano degli Alpini Andrea Gerondino. Francesca è svenuta.
Quasi contemporaneamente il generale di brigata degli alpini, Pier Riccardo Meano, di Genova, avvertiva i genitori e la sorella, a Diano Marina. «Qualche ora dopo - racconta Barbara - ho acceso la televisione e c'era un giornalista che ha detto che Prodi ha mandato le condoglianze. Io ringrazio Prodi come uomo, ma al politico dico: 'mandate a casa i ragazzi, mandateli a casa perchè non è giusto che altre famiglie, mogli, madri, sorelle e padri, soffrano in questo modo. Basta. Ne abbiamo già avuto un esempio a Nassiriya, ne abbiamo un esempio a Kabul, non si può lasciare morire i nostri ragazzi come carne da macello».
Giorgio, però, non era uno sprovveduto. Aveva già alle spalle due missioni in Kosovo e altrettante in Afghanistan. Aveva partecipato ai Vespri Siciliani e aveva portato il suo aiuto durante l'alluvione ad Alessandria. Questa di Kabul, rivela la moglie, doveva essere la sua ultima missione all'estero.
In questi casi, però, l'esperienza non conta. «Sapeva molto bene i rischi a cui andava incontro - aggiunge la sorella - ma secondo la sua filosofia era facile morire anche uscendo di casa, colpiti da una tegola alla testa. Forse ero io quella che più meditava su questi potenziali pericoli. Mio fratello possono benissimo chiamarlo eroe, anche se penso che non solo i militari, ma pure i civili o i religiosi, impegnati nelle missioni di pace all'estero, in vita o alla memoria, debbano godere di questo appellativo. Sono tutti eroi».

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