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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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di NICHI VENDOLA*

L’asprezza della crisi che avvolge le nostre comunità chiede alla classe dirigente del Sud una più forte e condivisa assunzione di responsabilità: siamo interpellati, e duramente, dalla povertà che travolge le certezze del ceto medio e che toglie il fiato al futuro delle giovani generazioni. Ma siamo anche testimoni, spesso impotenti, della fragilità fisica del nostro territorio che non regge alla prova degli eventi metereologici estremi anche perché si è spinta oltre ogni limite di decenza l’aggressione cementificatrice e il consumo di suolo. Edificare sul fiume, sulla falda, sulla gravina, sulla duna, rompere il muso alla geografia e alla storia, spiantare alberi e usare mare e cielo e terra come discariche a disposizione: tutto questo non è gratis, ha un prezzo salato e abbiamo cominciato a pagarlo. Non è gratis neppure il rinvio dei conti con il nostro incredibile deficit di modernità: basti pensare alla infinita odissea burocratico-affaristico-mafiosa della Salerno-Reggio Calabria – una autostrada lastricata di oro e di sangue – per avere puntuale cognizione del danno, civile ed economico, che il nostro Mezzogiorno subisce a causa dell’insipienza di un comando politico troppo spesso asservito a interessi opachi o palesemente illegali. La produzione iconografica e letteraria sul Sud degli sprechi di denaro pubblico, della allegra dissipazione di genio e intelligenza, delle cosche che etero-dirigono appalti e consenso elettorale, ha accompagnato con successo un silenzio colpevole e colpevolizzato, una vera sindrome di afasia, del nostro territorio, del nostro punto cardinale, di gran parte dei nostri intellettuali, della politica a tutte le latitudini.

Il Sud è scomparso come “questione” dell’unità nazionale e come risorsa della sfida europeista, i meridionalisti sono spariti, il meridionalismo è stato seppellito insieme alla famosa Cassa per il Mezzogiorno in una frettolosa cerimonia funebre, e le ceneri del nostro Sud sono state sparse sulle sponde del fiume che battezza la Padania. A poco a poco ci siamo convinti di poter essere non più la fotocopia sbiadita dello sviluppo del Nord (fare, con grande ritardo, le stesse cose già fatte lassù) ma una specie di immenso “club med” per i nordisti. Insomma: o pattumiera industriale o rifugio per il relax, mai una piattaforma moderna per un modello di sviluppo che partisse da noi, dalle nostre peculiarità e dai nostri talenti. Così siamo stati zitti. O forse zittiti. Per rompere il silenzio non serve il folclore o la nostalgia, il rimpianto dei borboni o il rancore anti-risorgimentale.

Serve un’idea coraggiosa di queste nostre regioni abitate da venti milioni di italiani, gente che vive senza nevrosi la propria identità e che vuole pensarsi come inserita in un contesto più grande e più impegnativo: l’Euro-mediterraneo. Non possiamo usare la crisi come alibi per le nostre pigrizie o indolenze o conservatorismi. Dobbiamo restituire parola al Sud, ricostruire una visione di ciò che siamo e di ciò che potremmo essere. E allora occorre fare sistema, costruire reti di solidarietà tra territori meridionali, mettere in sinergia pubbliche amministrazioni e comunità locali: pensare in grande e operare insieme. Insieme. Portando avanti un programma di modernizzazione serio e ponderato. Penso alle grandi infrastrutture, come quel treno veloce da Bari a Napoli che romperà la barriera tra regione adriatica e regione tirrenica, schiudendo inedite prospettive trasportistiche ed economiche. Penso all’alta capacità ferroviaria lungo la dorsale che da Bari risale la costa adriatica su fino a Trieste.

Ma allora occorre più coesione e più lungimiranza da parte di tutti. Lo dico a una regione che mi è particolarmente cara come quel Molise di cui conosco l’orgoglio e le pene, un frammento prezioso della nostra storia meridionale. Il localismo è un nemico del Sud: questo è il messaggio che voglio inviare non polemicamente ai miei amici molisani. Non ignoro la fondatezza delle ragioni di chi chiede ulteriori compensazioni in quel fazzoletto di terra in cui dovrebbe compiersi u n’opera che tutti consideriamo strategica: il raddoppio della ferrovia da Termoli a Lesina, cioè la rimozione di un intoppo arcaico che impedisce alla dorsale adriatica di essere una efficace arteria di comunicazione e di trasporto. Una nazione esiste se c’è la ferrovia, se si accorciano le distanze tra chi sta sotto e chi sopra, tra chi sta a est e chi sta a ovest. La rotaia è la più “ambientalista” delle infrastrutture, perché è un deterrente alla mobilità su gomma, perché incarna un’idea complessiva di “sostenibilità”.

Ora forse bisognerà approfondire le questioni poste dagli amministratori molisani: ma è obbligatorio trovare con rapidità una soluzione, anche perché la novità positiva di questa vicenda è rappresentata dalle regioni del Nord che condividono questo progetto, ne capiscono la portata, sono solidali con noi. Caro Molise, cari meridionali: noi non possiamo più replicare i vecchi copioni, avvitarci nelle consuete contraddizioni, presentarci come quella periferia del mondo in cui i progetti non diventano mai cantieri e i cantieri non diventano mai opere realizzate. Facciamo un patto: diamoci forza gli uni con gli altri, anche per non essere soli ciascuno dinanzi agli effetti della crisi. Ma nel patto diciamo con chiarezza ciò che è indispensabile e urgente fare. A cominciare dal raddoppio del binario di quei trenta km che tagliano in due l’Italia e soffocano noi, quelli di sotto. Dobbiamo cucire quella ferita. Non possiamo più perdere quel benedetto treno…

* Presidente Regione Puglia

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