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Afghanistan - Unione si divide sulla missione. Sinistra radicale è per il ritiro

ROMA - Per l'Unione, che ha deciso unita il ritiro dall'Iraq e la presenza in Libano, l'Afghanistan resta il tema su cui finisce per dividersi. Da una parte, l'attentato in cui sono stati feriti quattro italiani dà alla sinistra radicale l'argomento per sottolineare che, dopo cinque anni, l'aria in Afghanistan si fa più pesante invece di normalizzarsi, e si rischiano scenari iracheni; dall'altra, con toni e accentuazioni diverse, la componente riformista rivendica la presenza italiana come contributo ad una strategia di pace. Posizione che è largamente maggioritaria in Parlamento, perchè la Cdl è contraria al ritiro, ma che dà all'opposizione il destro per mettere ancora una volta sotto pressione la maggioranza sul terreno della politica estera.
Al di sopra delle parti, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sottolinea, accanto alla solidarietà e alla vicinanza ai soldati, il fatto che «il rischio è parte di queste missioni»; e che quindi, se si sceglie di partecipare, non si possono escludere situazioni di pericolo. Di «rischio» parla anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ma per sottolineare, dopo aver espresso solidarietà ai feriti, che le zone dell'Afghasnistan dove sono presenti le nostre truppe sono diventate un territorio pericoloso.
L'effetto politico dell'attentato è quello di radicalizzare le posizioni di chi era già contrario, ma anche di far diminuire le possibilità di un ulteriore impegno italiano. Se il ministro della Difesa Arturo Parisi osserva in via generale che «l'Italia sta già dando tanto», quasi a sottolineare che non è il caso di chiedere di più, da sinistra si parla ormai di 'exit strategy'. Così il segretario del Prc, Franco Giordano, sostiene che non solo non si possono mandare altri soldati, ma che è il caso di richiamare quelli che sono andati. Il fatto, per Pino Sgobio, del Pdci, è che la missione appare un «fallimento», e che la prospettiva è quella di trovarsi in mezzo ad una guerra. E il governo, aggiunge Iacopo Venier, sempre del Pdci, dovrebbe presentare un decreto legge per il ritiro. Mentre, per i Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio rilancia la tesi per cui sarebbe meglio spostare le truppe in Libano.
Questa tesi aveva fatto nei giorni scorsi una qualche breccia anche in settori moderati della coalizione, in particolare nei Popolari-Udeur, di Clemente Mastella, che avevano auspicato una riconsiderazione della presenza in Afghanistan alla luce della necessità di ridurre le spese. Oggi però l'Udeur è più prudente: il capogruppo alla Camera, Mauro Fabris, si dice contrario a scelte prese sull'onda dell' «emotività», e sostiene che qualsiasi decisione andrà presa di concerto con gli alleati dell'Italia e con l'Onu.
Ma il più netto 'nò al ritiro è di Francesco Rutelli: per il presidente della Margherita, il ritiro è una «scorciatoia impensabile», che aprirebbe la strada al «ritorno dei talebani». Mentre il governo deve confermare la missione, in un quadro di multilateralismo e di impegno della comunità internazionale nato come risposta all'attacco dell'11 settembre.
Anche i Ds scelgono la linea del «rispetto degli impegni». Lo dice il responsabile esteri del Botteghino Luciano Vecchi, e lo sottolinea anche la capogruppo dell'Ulivo al Senato Anna Finocchiaro, pur sottolineando che «la preoccupazione cresce» e che l'Italia «sosterrà ulteriori iniziative diplomatiche e politiche».
Questo spettro di posizioni preoccupa la Cdl; la tesi sostenuta, fra gli altri, da Fabrizio Cicchitto, per Forza Italia, e da Maurizio Gasparri, di An, è che chi chiede il ritiro a causa degli attacchi alle nostre truppe finisce per incentivare i terroristi a colpire di nuovo. Mentre proprio gli ultimi attentati sono una ragione in più per non lasciare il paese. E anzi, secondo Cicchitto, per rispondere sì alla richiesta di aumentare la presenza militare.

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