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I riservisti israeliani chiedono di tornare a casa

GERUSALEMME - A nove giorni dall'entrata in vigore della tregua in Libano, il comando militare israeliano non ha ancora emesso l'ordine di smobilitazione generale che consentirebbe a migliaia di riservisti di tornare finalmente a casa.
«Se si combattesse lo capiremmo, ma restare qui senza far niente non ha senso», denunciano i giovani riservisti che nel nord di Israele trascorrono le loro giornate in una lunga, interminabile, attesa. «Non soltanto abbiamo lasciato le nostre famiglie - si lamentano - ma la gran parte di noi ha un lavoro al quale vuole ritornare al più presto».
I riservisti che al momento della chiamata lavoravano come dipendenti hanno continuato a percepire il loro stipendio, che verrà poi rimborsato ai datori di lavoro dallo Stato. Per i liberi professionisti è previsto invece un compenso calcolato sul reddito medio dichiarato negli anni precedenti, che naturalmente non tiene conto di eventuali nuove opportunità di guadagno perse a causa del ritorno in servizio.
«Il problema non è solo economico - si lamentano i riservisti - ma è piuttosto la sensazione di sentirsi completamente dimenticati dai nostri generali».
La questione è stata sottoposta anche al vice capo di stato maggiore, Moshe Kaplinsky, che nelle ultime settimane della guerra era subentrato nel comando delle operazioni militari. Nel riconoscere come «un errore» quello di aver mandato anche i riservisti sul campo di battaglia, Kaplinsky ha promesso che «l'esercito farà tutto il possibile per ordinare la smobilitazione entro il fine settimana». Su un totale di 114 soldati morti in combattimento, 46 erano riservisti. I riservisti rimasti feriti sono 233.

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